È un’autrice che spaventa, la Santacroce, perchè sa come usare le parole e non ha paura di farlo. Perchè va alla ricerca del morboso e lo mette bianco su nero come se fosse una poesia. Zoo è la storia di una famiglia, di perdite e chiusure, 125 pagine di un amore malato.

SINOSSI: “Chiusi in un mondo a parte, in un recinto domestico che oscilla tra lo Zoo di Tennessee Williams e un set di Ingmar Bergman, tre personaggi senza nome – il padre romantico e fragile, la madre onnipotente e manipolatrice, e la dolce “innocua figlia” non poi così candida – si amano lungo gli anni di un amore malato, sfidandosi a colpi di seduzioni, ricatti morali, tentazioni morbose, ambizioni frustrate, fino ad annientarsi l’un l’altro in un rituale di umiliazione, mutilazione, eliminazione prima emotivo e poi carnale. Il romanzo è un monologo ossessivo, un dramma della memoria raccontato dall’unica superstite del trio, che ricorda, in un lungo flashback che lascia cadere uno dopo l’altro i tabù morali e sessuali, la storia di una distruzione assurda, irrazionale, eppure deliberata: quella della sua famiglia.”

zoo

Una delle poche volte in cui la trama sintetizza perfettamente la storia, su cui c’è poco altro da aggiungere. Una figlia che non riesce a sgusciare via dal nido, e che sa essere solo tale – figlia, devota al padre prima, in preda a rabbia e vendetta verso la madre poi. L’idea sottesa è che l’essere umano è innegabilmente influenzato dal contesto in cui cresce, che è fondamentale lo sviluppo della socialità per costruire una parvenza di normalità. È il racconto di una disadattata che combatte con il proprio bisogno di amore che fa a pugni col dolore.

 

Suonava una musica forte in quel cimitero che lo stava inghiottendo, tenevo le mani sopra le orecchie per non sentirlo. Era lo strazio, riempiva il silenzio con un suono duro e dolcissimo. Usciva da tutto quello che avevo attorno, era la vita che si ribella alla morte, che canta perchè non si arrende, io non volevo ascoltarla.

 

La capacità dell’autrice di scrivere attraverso metafore fa sì che alcune sensazioni sembrino dipinte anzichè scritte. Il linguaggio forte lascia un senso di fastidio che però spinge a continuare la lettura che si avvicina al perverso, al marcio.

Il finale, così assurdo, così perfettamente coerente, in fondo, non si fa dimenticare. Un senso di claustrofobia  opprime a ogni pagina, che rasenta l’eccessivo e può arrivare a stancare.

 

Se penso alla mia vita, vedo un movimento senza passi, uno scivolare verso dove mi hanno spinto.