Memorie di un’universitaria a Bologna

di Sara Fedeli

É arrivato il momento, dopo avervi dato un piccolo scorcio sulle mie esperienze di vita all’estero in due Paesi differenti, di soffermarmi su quella città che da quasi 8 anni (come vola il tempo!) è diventata la mia casa.

Bologna non ha esitato ad accogliermi a braccia aperte nell’ormai lontano settembre 2012, strappandomi (o forse salvandomi) dal piccolo paesino di provincia al confine tra Marche e Abruzzo. Avevo 19 anni, non sapevo nulla della città, eppure ho sempre avuto la certezza che la Grassa, Dotta e Rossa città era la meta da scegliere per la mia carriera universitaria.

Arrivata con tre amiche da una vita, in un mini appartamento in pieno centro storico costruito tipo “casa delle Barbie”, già dalle prime ore di permanenza avevo capito che la vita non sarebbe stata poi così semplice a Bologna. Siamo sopravvissute il primo mese e mezzo senza gas, internet e a tratti luce, mangiando per settimane consecutive würstel riscaldati al microonde e i cannelloni della nonna portati da giù.

Il primo giorno all’università è stato una tragedia: ho perso la strada nonostante avessi persino stampato il percorso di Google Maps il giorno prima, sono arrivata in ritardo alla prima lezione universitaria della mia vita. Arrivata boccheggiando al Dipartimento di Lingue e Letterature straniere di via Cartoleria, riesco a stento a trovare posto (un grazie alla mia da allora amica Ambra) in un’aula così affollata che era quasi impossibile sentire il professore di Linguistica Generale presentare il corso.

Da lì ho capito che all’università eravamo davvero troppi perchè il professore si accorgesse di te a lezione, e che se eri furbo prendevi appunti, visto che non te li avrebbe mai passati nessuno. Regola: fotocopiare i libri che alcuni avevano acquistato in originale pagando la metà del prezzo.

Con l’attivazione del gas e di internet e l’entrata di un televisore in casa, ci sentivamo di vivere con tutti i comfort del caso. Iniziano le grandi traversate alla Coop o alla Pam di via Marconi per fare la spesa comune settimanale (per 4, che follia), cercando di salvare anche quei 2 centesimi che a fine mese facevano la differenza: si comprava perciò rigorosamente tutto sotto marca. I cornetti della linea Salvaeuro della Coop ci hanno tolto anni di vita, così come la pasta al pesto ha finito per intossicarci.

Com’è studiare a Bologna?

Nonostante ciò, Bologna mi aveva catturata sin dal primo giorno: lo stile medievale della città, con i suoi portici infiniti che ti riparano dalla pioggia e ti tengono al caldo nel gelido inverno; il fascino di Piazza Maggiore al tramonto, quando iniziano ad accendersi le luci di Palazzo D’Accursio e di Palazzo del Podestà, che creano un’atmosfera magica in piazza; le Due Torri e la vivissima zona universitaria, che è stata la protagonista dei miei primi anni, piena di contrasti, di bellezze ma anche di sporcizia, risse e bottiglie spaccate a terra.

La mia vita universitaria si svolgeva tra Piazza Verdi e via Zamboni: dopo tutto il giorno speso a lezione, pausa pranzo con un panino dal mitico Shoa e qualche ora a studiacchiare al Palazzo Paleotti (quasi impossibile trovare posto dopo le 16.00), al 38 o al 32, dalle 18.30 via dall’aula studio per bere una birretta dal paki con i colleghi in piazza, tra il rumore di bonghi, tamburi e la puzza di piscio costante.

Il weekend ci divertivamo ad organizzare cene devasto a casa fino a quando i vicini ci cacciavano. Le tappe fisse erano il Piccolo e Sublime per il round di tre shots a 5 euro, il Balanzone e il Caffè Paris. I cicchetti ci elettrizzavano a tal punto da portarci a rubare i soliti bicchieri al bar, trovare sedie per strada con cui scorrazzare per le vie e sbucciarsi puntualmente le ginocchia, rompendo l’ennesimo paio di calze.

Al ritorno a casa non potevamo non mangiare il bombolone alla nutella e mascarpone di Bombocrep, una bella bomba di zuccheri prima di dormire per le prossime 12 ore circa. Ovviamente, la domenica era il buco nero della settimana: un giorno di perdizione in cui maledivi te stesso per la sera prima e non riuscivi a fare altro che spostarti dal letto al bagno e viceversa.

L’inverno gelido del primo anno mi ha letteralmente traumatizzata: abituata a temperature senz’altro più miti, mi rifiutavo quasi di mettere il piede fuori casa per andare a lezione o fare spesa. Se uscivo, ero armata fino ai denti e indossavo tre paia di calzini e calze sotto i jeans. Un trauma che, ad oggi, non sono ancora riuscita a superare – dopo anni – e che si triplica quando la bici è il tuo unico mezzo di trasporto.
Una volta capito che qui anche con la neve si va a lezione e la vita va avanti, mi sono arresa a dover iniziare ad utilizzare la canottiera sotto il maglione. Il weekend si usciva sempre e comunque, ma a fine serata la sensazione era quella di perdere qualche arto in via Petroni.

Superati i difficili mesi invernali tra la prima e sconvolgente sessione d’esami e il gelo, la primavera rende Bologna un quadro pittoresco e vivace. L’arancione e il giallo delle case del centro si accendono e si mescolano ai colori degli alberi in fiore; la città ha un volto diverso, più rilassato e gioioso, i parchi si riempiono e si passa sempre più tempo a fare aperitivo nei dehor dei bar. É la stagione dei giardini Margherita, del Parco del Cavaticcio e delle bellissime serate del Biografilm, del Botanique, del tramonto a San Luca e delle mille scampagnate fuori porta.

Le giornate si allungano così come la vita fuori casa, le birrette post studio si spostano ai giardini di San Leo e nel frattempo ci si prepara alla ormai vicina sessione estiva e alla fine delle lezioni.

Da quel momento in poi, Bologna si svuota piano piano e, mentre alcuni fuorisede tornano a passare l’estate intera a casa, i più temerari resistono alla tentazione del mare e delle grigliate in spiaggia per concentrarsi il più possibile sullo studio. Da giugno a fine luglio, le facce che incontri la mattina in via Zamboni a fare fila per entrare nelle aule studio sono sempre le stesse, a tal punto che iniziano a crearsi dei gruppi studio con cui si passa la giornata tra una pausa caffè e una paglia, un pranzo al volo in piazza sotto il sole e l’aperitivo post studio, e che come te condividono lo stesso sentimento di resistenza e disperazione per arrivare a fine sessione.

La temperatura in città inizia a salire e diventa difficile dormire la notte se non attrezzati del ventilatore del tutto a 1 euro dei cinesi; la sera, pur di evitare di stare in casa, la passavamo a mangiare un gelato da Stefino in via Galliera, al parchetto XI Settembre a passeggiare o seduti nella magica atmosfera di Piazza Santo Stefano.

Il mix di caffè, ansia e studio matto e disperato si alternavano a sfoghi post esame che si traducevano in aperitivi memorabili da Ken o da Maurizio per festeggiare l’ennesimo esame miracolato. L’estate rende Bologna una città silenziosa, a tratti insostenibile per l’afa, ma soltanto chi la vive in quel periodo ha il privilegio di scoprirne i piccoli scorci e segreti nascosti dal traffico e dalla freneticità della vita quotidiana che da settembre riprende a pieno ritmo.

Bologna agli occhi di una fuorisede

Bologna ha mille sfaccettature: è la Bologna dei punkabbestia, dei radical chic, degli hipster, dello studente politicamente impegnato nei collettivi, è la Bologna studentesca, dove la notte da ogni casa risuona fuori il tintinnio dei bicchieri e le risate tra amici.

É la città dei caffè letterari, delle code alle aule studio, del cinema d’autore sotto le stelle in Piazza Maggiore d’estate, dell’odore di lasagne appena sfornate alle osterie, delle mostre, dei flip market e dei centri sociali.

Il fulcro della città sono gli studenti, e in particolare i fuorisede che la animano tutto l’anno. La passione di uno studente fuorisede traspare nella sua vita quotidiana, fuori dalle aule universitarie, e si insinua nelle discussioni di cinema, letteratura, politica che possono avviarsi sorseggiando un calice di vino un venerdì sera al Pratello.

Biblioteche aperte fino a sera, che per non sono soltanto luoghi di studio quanto piuttosto un santuario, un’istituzione. Le aule studio divengono luoghi di confronto, scambio dialettico tra studente e studente. Le conversazioni prendono vita in modo spontaneo e così la città, da grande e sconfortante come si era presentata il giorno dell’arrivo, diviene piccola, familiare, a misura d’uomo, e ti fa sentire il calore che soltanto a casa di solito si prova.

Allo stesso tempo, è la Bologna degli affitti alle stelle, dei contratti in nero e dei lavoretti di volantinaggio o di baby sitter per arrivare a fine mese, è la Bologna in cui è difficile stabilizzarsi e affermarsi, in cui molti si perdono durante il percorso e in cui è difficile mantenere amicizie a lungo termine. É la città in cui sei libero di sentirti chi vuoi o di sentirti nessuno, in cui puoi essere pieno di amici o completamente solo, in cui è facile sentirsi a casa ma anche un totale estraneo.

Nel mio percorso bolognese ho vissuto tutte queste fasi contrastanti, passando nel giro di poche settimane da una situazione a quella opposta, cambiando ben 5 case, facendo mille lavoretti in un giorno solo pur di rimanere qui e non mollare, vedendo uno dopo l’altro gli amici dell’università tornare a casa, a trasferirsi all’estero o in un’altra città alla ricerca della fortuna.

Ho cambiato mille vite in questa città, e Bologna ha cambiato me nel modo di pensare, agire e interagire con il mondo. Non posso che esserle infinitamente grata per tutto ciò che continua a darmi ogni giorno e per riuscire stupirmi ancora nonostante tutto.

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