Viene a trovarmi Simone Signoret di Bijan Zarmandili

Una sinossi accattivante ma più convincente del contenuto per il romanzo dell’autore iraniano.

SINOSSI: Nell’Iran della fine degli anni ’70, preso tra gli ultimi splendori della corte dello Scià e l’imminente ritorno di Khomeini, due ragazzi, l’ebreo Elias e la musulmana Simin, scoprono di amarsi e, tra una manifestazione di piazza e una lettura di poeti contro il regime, affrontano titubanti e stupiti l’alba dei loro sentimenti. A raccontarne la storia, trent’anni dopo, è Ciangis Salami, amico dei due e regista condannato dalla censura per un soggetto colpevole di “ammiccamenti al sionismo”, che ricostruisce la loro vicenda tra le mura del penitenziario di Evin: nulla è piú fugace ma anche piú vero del film di Ciangis fatto di scene girate, montate e mille volte riviste in moviola solo nel buio della sua mente. Una storia d’amore, di morte e di rivoluzione, e insieme una struggente riflessione sulla libertà e la miracolosa permanenza dell’opera d’arte. 

Per iniziare, Simone Signoret è un’attrice di origini tedesche trasferitasi poi in Francia, che vinse anche l’Oscar come miglior attrice. Questo romanzo non poteva non avere un titolo con riferimenti al mondo del cinema, in quanto è il filo conduttore della storia. L’io narrante è appunto un regista iraniano che racconta, attraverso riflessioni e alcuni flashback della sua vita, i suoi lenti giorni in carcere. Ci è finito per una colpa che può essere definita tale solo sei vivi in Iran negli anni Settanta (quanto è diverso adesso, è un giudizio da quale mi astengo), in quanto ha scritto e non ancora girato un film sulla storia di due ragazzi innamorati, una musulmana e un ebreo. E subito viene accusato di “intenti potenzialmente favorevoli agli israeliani”. Dunque, tutta la prima parte del racconto in realtà non è nè appassionata nè struggente, nè tanto meno ricca di spunti riflessivi. Il protagonista, Ciangis, è un codardo che mai avrebbe osato sfidare il regime, anzi avrebbe anche ritrattato. Mai apprezzato dalla critica, un uomo che mai ha preso scelte di peso in vita sua. Ha una moglie ma chi lo sa il perchè, è finito in carcere ed è depresso, ma nulla di più.

La seconda parte è molto più interessante. È narrata la storia dei due ragazzi, adolescenti, sempre dal punto di vista di Ciangis. Si alterna il racconto del passato a brevi passaggi in cui descrive (pensandolo, dal carcere) le scene da girare, le riprese, le inquadrature, come se rivivendolo nella sua memoria stesse realmente girando quel film.

La storia dei ragazzi però è piuttosto banale, e nemmeno lo stile mi ha particolarmente esaltato. Temi importanti quali la libertà, l’arte, la forza dell’amore, la violenza, in realtà racchiusi in una storia poco coinvolgente, a mio parere con potenzialità sprecate. Ciò che traspare maggiormente però è l’amore per il cinema che supera ogni altra cosa, ma non basta a rendere il romanzo indelebile nella memoria. L’aspetto più interessante è lo sfondo iraniano, avvenimenti storici che partono dal regime opprimente dello Scià, passano attraverso le rivolte e gli scontri, per arrivare al ritorno di Khomeini.

Dunque il pregio da riconoscere al romanzo è di essere un omaggio al cinema iraniano e anche un inno alla libertà di pensiero e di espressione, pur senza colpirci a fondo.

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