Istanbul mon amour

If the Earth were a single state, Istanbul would be its capital.

Napoleone Bonaparte

Premesse orientali

Trovo profondamente stressante, stimolante e maniacale organizzare una vacanza. Avere poi a disposizione due settimane intere è come affidare dell’esplosivo nelle mani di un piromane (in questo caso, la piromane sarei io), ma avendo carta libera ho scelto il percorso sopraindicato dopo lunghe dissertazioni e ricerche mirabolanti.

Qui approfondirò la prima tappa, Istanbul, la città ponte tra Occidente e Oriente, tra culture e civiltà differenti, tra Asia e Europa eccetera eccetera. Insomma, il fascino della Turchia è dovuto senza dubbio alla sua storia, che l’ha resa una delle nazioni più controverse e particolari del mondo. Ecco perchè è fondamentale approfondirne il passato per comprendere a pieno questa città ricca di contraddizioni.

La premessa necessaria, a mio avviso, è sull’idea che abbiamo noi occidentali della Turchia e in generale di molti paesi orientali, che i media ci descrivono quasi sempre come fondamentalisti, nel caos, in cui la donna è pura merce e la cui mentalità sembra essere simile a quella degli uomini delle caverne. Che assurdità. Generalizzare sull’intero Oriente è un atto superficiale e grossolano, eppure inconsciamente, pur abbandonando ogni preconcetto anch’io e considerando gli effetti della globalizzazione, mi ero fatta un’aspettativa della Turchia in stile Agrabah, e via sui tappeti volanti con Aladdin. Beh, non è esattamente così.

La seconda premessa è che l’allarmismo spicciolo che spaventa i più nella scelta della Turchia come meta turistica dovrebbe placarsi, a meno che non si voglia perdere una regione di vasta di cultura solo per una paura infondata. La Turchia resta una Repubblica che incarna un’ideologia laica, e per quanto si possano addurre molte evidenze del contrario, a Istanbul si respira un clima di libertà e modernità. Nonostante tutto, direi.

Beyoğlu, anima europea

Ricorderò Istanbul senza dubbio per il suo sottofondo, la preghiera/litania (l’adhan) trasmessa dal muezzin tramite altoparlanti delle moschee, che cinque volte al giorno si diffondeva tra le strade e nelle case. Seppur la città non si fermi affatto, il richiamo che invita i fedeli a riunirsi ha un che di atavico e commovente. Riesce in qualche modo a oltrepassare l’incredibile traffico e i rumori della folla per ricordare che, in un modo o nell’altro, c’è qualcosa di più importante delle nostre frenetiche attività quotidiane.

Ho scelto di alloggiare a Beyoğlu, in quanto quartiere meno turistico seppur ben collegato. Infatti, la zona centrale di Beyoğlu è piazza Taksim, da cui si giunge alla Torre di Galata passando per Istiklal Street (Caddesi), dove negozi, passanti e buffi gelatai rendono il luogo internazionale e, per questo, anche poco riconoscibile, molto simile a una strada di tante altre città europee.

Non avevo idea, prima di sudare in quel modo, che Istanbul si ergesse su ben sette colline: sali e scendi continui permettono la vista di scorci del mare dall’alto, una pace dei sensi dopo le varie inerpicate salite di una ripidità considerevole.

Ogni giorno percorrevo Yeni Çarşı Caddesi, stradina affollata di negozi di design piccoli e ultramoderni che conduce fino al quartiere Karaköy, dove si trovano localini dove sorseggiare il çay (il tè caldo) a ogni ora e sì, anche a luglio ed agosto, senza sosta. I camerieri girano riempiendo di continuo i bicchieri e alla fine il çay diventa una dipendenza. Detto che il caffè (kahve) è imbevibile anche per il più tollerante italiano.

C’è da dire che è solo grazie ai miei meravigliosi amici turchi se potuto realmente gustare Istanbul nei suoi angoli più reconditi e autentici. Oltre a condurmi in luoghi e locali non turistici, i miei ciceroni mi hanno anche parlato di storia, politica, abitudini e vezzi della città. In particolare, di gran fascino è la storia dell’architettura di Istanbul, il cui più famoso architetto è Sinān, citato in tutte le guide anche perchè responsabile di tutti gli edifici dell’Impero ottomano.

Ma ciò che sorprende a Istanbul è la rapidità con cui si trasforma davanti agli occhi dei suoi 15 milioni di abitanti. La popolazione è cresciuta in pochissimi anni, costringendo anche le costruzioni ad evolversi per far spazio alle richeste di locazione. Inoltre, più di 300 edifici al giorno vengono abbattuti o rinnovati. Ecco perchè troverete loft ricercati al fianco di case completamente abbandonate e fatiscenti. Quali delle due tipologie di abitazioni rispecchino maggiormente l’identità della città, è facile da capire: ecco perchè la globalizzazione avanza passo dopo passo anche su Istanbul e il nuovo sta fagocitando il vecchio a discapito, a volte, della peculiarità dei luoghi.

Karaköy, ad esempio, si nasconde dietro la costruzione di nuovi edifici che coprono la vista del mare a due passi. Assurdo, no? La realizzazione di tale progetto ha fatto imbestialire gli stambulioti (già, non si dice istanbullesi). Dietro le nuove edificazioni deturpanti, si nascondono locali tutti da scoprire. Proprio lì ci siamo rimpinzati di baklavi, i più famosi dolci turchi sconsigliati a ogni diabetico: lo zucchero sciolto attenterebbe alla salute anche del più sano individuo. Ma che bontà sono?

Baklavi

Sultanahmet, l’antica Costantinopoli

Il cuore di Istanbul è sicuramente Sultanahmet, il quartiere circondato di moschee dove una folla di fedeli e turisti si incontra. Se la Moschea Blu è tappa obbligatoria ma caotica, il Palazzo di Topkapı lascia senza parole. Costruita nel 1466, poco dopo la caduta di Costantinopoli, la reggia (altro che palazzo) affaccia sul Corno d’Oro e dà sfoggio dello sfarzo in cui vivevano i cari sultani, che si trattavano veramente ma veramente bene. I mosaici, le stanze, le biblioteche, l’Harem, i gioielli del Tesoro Imperiale, tutto merita una visita che dovrebbe durare un minimo di tre ore. Il tutto passeggiando nei giardini che accolgono le coorti in cui ci si rifocilla con gran piacere. Vale la pena citare la mia guida Lonely Planet che in merito ai sultani parlava di uno alcolizzato, uno psicolabile e di un altro omicida che avevano sterminato diversi membri della sua famiglia. Poveri ricchi e fragili sultani, i soldi il potere e la gloria non sono tutto, del resto.

Moschea Blu

La Cisterna Basilica sotterranea, con la testa gigante di Medusa capovolta, sempre a Sultanahmet, non è un’attrazione imperdibile, a mio avviso, mentre a stupire – come del resto ci si aspettava – è la Basilica Santa Sofia (Aya Sofia). Voluta dall’imperatore Giustianiano (conosciuto per il Corpus Iuris Civilis ma anche per le poco magnanime persecuzioni ai non cristiani) si è trasformata poi in moschea per volere di Mehmet II durante la conquista ottomana della città. Un mix di cristianesimo e islamismo valorizzati da Atatürk che ha reso poi questo luogo un museo. Due parole su Atatürk, fondatore e primo Presidente della repubblica turca, che è venerato e osannato come un dio: la sua immagine si trova ovunque, a pari passo con la bandiera turca (nazionalismi sfusi e dove trovarli). A ragione, però, perchè davvero cambiò il volto della Turchia con riforme costituzionali e rivoluzionarie quali l’abolizione del sultanato ottomano e la proclamazione della repubblica (1923), prima di tutto, ma anche l’abolizione del califfato con il trasferimento della capitale ad Ankara 8esclusa dal mio tour), la laicizzazione dello stato, l’abolizione del diritto canonico islamico, e l’introduzione dell’alfabeto latino. Super Atatürk.

Aya Sofia

Continuando il giro, abbiamo attraversato il quartiere dei bazar – Gran Bazar (Kapali Carsisi) , bazar egiziano – che sono senza dubbio caratteristici per la vendita di spezie e frutta secca, lampade di Aladino e cianfrusaglie.

Bazar

Ciò che però mi ha più colpito di tutta Istanbul è stata la visita della Moschea di Solimano il Magnifico. Anzitutto è immersa nel silenzio e non è invasa da una frotta di turisti; inoltre, la struttura è ampia con marmi e maioliche, al cui esterno si trovano le tombe di Solimano e della sua “consorte”, di cui vi consiglio vivamente di leggere la storia. Rosselana girl power.

Moschea Solimano

Oltre il Bosforo: the Anatolian Side e la cucina turca

Un giorno speciale specialissimo è stato quello in cui siamo andati oltre il Bosforo. Abbiamo iniziato la giornata con una colazione turca = non mangerai per le prossime otto ore. Una tipica colazione turca include: formaggio, uova, olive, pomodori, cetrioli, peperoni verdi, marmellata, miele, ma non solo… i buonissimi börek, degli involtini al formaggio; il simit, pane turco al sesamo a forma di ciambella, menemen, una sorta di frittata con verdure. Tutto innaffiato da tanto tanto çay. Tornerei subito a Karafırın Nişantaşı, il cui giardino interno si presta a colazioni perfette.

Dopo questa ricchissima ricarica, eccoci prendere il ferryboat per scoprire il lato asiatico di Istanbul, che secondo il mio amico Ozan è quello più autentico, nonchè giovanile, poichè è lì che ci sono bar con musica live e alcolici a fiumi. Musicisti, intellettuali, artisti… insomma, è l’Istanbul bohemien che ci piace! Intanto i prezzi sono (ancora più) economici, e poi ci sono mercatini e bar-bettole alla mano. Noi abbiamo sorseggiato (indovinate?) çay vista mare.

sul Bosforo

Dopo una giornata di camminate su e giù (letteralmente) e l’ausilio di un taxi (solo due euro in totale, incredibile) e varie soste tra cibo e chiacchiere e questo e quello, la sera ad Istanbul è facile riprendersi dalla fatica trangugiando kebap che Dio-solo-sa-come-è-buono. La cucina turca è molto speziata ma mediterranea e ricca di verdure, accompagnata sempre dalla fresca salsa di yogurt. Noi abbiamo prima fatto un aperitivo su un rooftop (nascosto molto bene, spolier: Nuit Terrace) con vista sulla città, e poi cenato in un’altra terrazza con una vista da mozzafiato, anche se il posto è un po’ chicchettino (spoiler: Cihangir Balıkçısı). Consigli speciali:

  • Dolma, foglie di timo ripiene di riso o altro
  • Çorba, una zuppa meravigliosa di lenticchie che avrei mangiato ogni ora
  • Köfte, polpette di agnello che si sciolgono in bocca
  • Meze, un ricco aperitivo di assaggini e sfizi

A cena i miei compari turchi trangugiavano Raki, una sorta di liquore all’anice che se non si allunga con l’acqua addio fegato: sia prima del pasto che durante che dopo. Non c’è bisogno di cercare locali ricercati, in ogni caso, per mangiare bene: il primo giorno noi abbiamo anche scovato per caso una mensa super economica dove i fedeli andavano a rifocillarsi durante il venerdì islamico.

Caput Turkey

Troppo caos, troppo traffico, troppa “modernità”: ma cosa aspettarsi di diverso da una megalopoli turistica e popolosa come Istanbul? Ciò che la rende accogliente è l’atmosfera di mai completa rivelazione, come se ogni strada o vicolo potesse condurti ad angoli inesplorati proprio dove non lo si immaginerebbe. Bisogna camminare e perdersi per trovare l’anima della città, che si è sì evoluta ma che si conserva intatta e unica nelle tradizioni, nelle scorciatoie e negli scorci.

Per essere una città prevalentemente musulmana, inoltre, è chiaro che Istanbul sia molto rispettosa della religione in generale, e per quanto le disugualianze tra ricchi e poveri balzino agli occhi con grande evidenza, non si respira un clima di tensione. La convivenza tra popoli e religioni così diverse dà vita a un multiculturalismo vivace. A Istanbul si trovano donne con veli e donne succinte, arabi e turchi, palazzi sgargianti e catapecchie, una serie di contraddizioni che non stridono ma in un qualche modo combaciano. A fare da contorno ci sono i gatti, già, proprio i gatti, gatti ovunque e comunque, di ogni genere, idolatrati, sono loro loro i veri padroni della città.

Il commento finale? Ci vorrei tornare, per rivedere e capire e esplorare meglio Istanbul, città di mezzo e di bellezza.

Sultanahmet