Categoria: Cogiti

Gli influser, i futuri avversari degli influencer

Gli influser, i futuri avversari degli influencer

Ormai è cosa nota quanto sia un’esigenza comune abbracciare l’influencer marketing, anche con buoni risultati: per gli (a)social digitali, l’influencer marketing significa, in parole spicciole, pubblicizzare il proprio brand attraverso i personaggi con più follower. E’ ben l’80% delle aziende a ritenere che l’utilizzo di campagne pubblicitarie tramite influencer sia più che efficace, quindi perché mai parlare ad un tratto di “influser” e abbandonare la nave in piena tempesta? Perché siamo nel mare digitale, dove giorno dopo giorno si profilano novità all’orizzonte, e se volete saperlo io sono sempre un passo indietro su una scialuppa di salvataggio a pensare che avrei voluto fare un dottorato in filosofia. Bene. 

Bye bye influencer?

(Magari!) Che l’influencer marketing funzioni è un dato di fatto, per quanto presenti qualche contro. La scelta dell’influencer giusto è piuttosto ardua: sono lunghi i tempi di ricerca e contrattazione, alti i costi, riduttiva l’analisi dei dati e oltretutto non c’è alcuna garanzia dei risultati. Spesso, poi, il passaggio più delicato è la scelta di modalità di inserimento del product placement. La mia teoria personale è che vivere in un mondo in cui bisogna affidarsi aquelli che sono spesso ragazzini fashion e presuntuosi seguiti da una baraonda di pecorelle, sia degradante e segno di un declino inarrestabile. Ma, ma, giudizi a parte (devo tacere da quella scialuppa) gli influencer fruttano, le persone davvero seguono i consigli dei loro opinion leader -per quanto dementi o sottoculturati. Eppure, si presuppone che i consumatori siano sempre più attenti e diffidenti: oltre che acquirenti, sono digital expert. Ecco perchè la mossa di scovare influser, anziché influencer, è molto più intelligente di quanto si possa immaginare. 

Chi sono gli influser

Che gli influser influenzino i consumi, lo si capisce dalla parola stessa, ma in che modo e come si differenziano dagli influencer? Gli influser sono degli innovatori digitali, sono coloro che sono sempre al passo con gli ultimi trend, non per soldi o per caso ma per passione. Sono sempre aggiornati sulle novità, sanno cavalcare l’onda giusta verso il mutamento. La caratteristica principale degli influser è la curiosità, insieme al costante aggiornamento. La loro forza sta nella naturalezza a scoprire l’innovazione e trasmetterla alla propria cerchia. Non fashion blogger, non travel addicted, ma menti digitali esperte e navigatori pretenziosi. Sono solo il 5,5% dei consumatori, quasi un bene raro che però ha le capacità giuste per soddisfare le esigenze di marketing delle aziende. Esempio pratico: avete presente quel vostro amico petulante che sa sempre tutto prima che lo sappiate voi?

Perché cercarli: Influse

A questo punta la start up Influse, società nata nel 2016, con l’aiuto di Doxa ha creato l’Influser detector, uno studio mirato a scovare influser. Con una ricerca sia quantitativa che qualitativa, Doxa ha cercato di individuare le caratteristiche di questi innovatori, affamati di novità e in grado di preannunciarle, così da diffonderle. Un esperimento è già andato in porto con Chiamami col tuo nome, il film di Guadagnino: si sono individuati dei temi, in questo caso musica e design, per poi divulgarli in gruppi Facebook e siti di nicchia, ossia le fonti di notizie dei nostri influser. Così sono venuti fuori, abboccando all’amo succulento della novità, sempre a caccia di contenuti particolari ma soprattutto di qualità. Una svolta per noi nemici della cultura di massa

Originalità è la parola d’ordine

Lo studio effettuato da Doxa ha svelato che gli influser sentono fortemente l’importanza della condivisione con altri membri del loro gruppo, e sono quindi degli influencer naturali; al primo posto mettono la tecnologia, ma sono anche appassionati di intrattenimento, food e travel. Il loro canale di comunicazione privilegiato è senza dubbio Internet, grazie al quale individuano i trend futuri facendosene portavoce. Qualità, originalità, diffusione. “L’influenza che la minoranza degli anticipatori esercita verso la maggioranza è un fenomeno continuo e pervasivo, in cui non è semplice interferire”, leggiamo sul sito di Influse. “Eppure dallo studio del fenomeno e dai risultati empirici emerge che sia possibile orientarlo e governarlo. Influse studia gli Influser, raccogliendo e diffondendo conoscenza e tecniche per poter intervenire nel loro processo naturale di guida degli altri.”

Libri da leggere perché

Libri da leggere perché

In preda a raptus di bisogno famelico di libri nuovi, molto spesso ci facciamo convincere ad acquistare qualcosa di cui ci pentiamo grandemente. A poco serve leggere recensioni su recensioni, ognuno ha i suoi gusti e poi, diciamoci la verità, la fusione con una storia dipende da così tanti fattori… proprio come avviene nelle relazioni. Il primo incontro (oh la tua copertina mi ha incantato!), l’incipit (le prime parole che mi hai sussurrato!), le frasi aperte a caso che sembrano descrivere te in quel momento (Mi leggi nella mente, siamo anime gemelle!). Insomma, dal colpo di fulmine al primo appuntamento, dalla trepidante attesa fino all’eventuale coinvolgimento emotivo, innamorarsi di un libro è, a volte, del tutto casuale.

Questo post nasce dal ripensare ai miei libri/amori passati che sono capitati tra le mie mani, voluti e non voluti: quand’è che li rileggerei? Questa è la mia lista personale dei libri da leggere perché.

 

Perché ti cambia la vita

Lo straniero di Albert Camus. Potrò peccare di banalità, ma credo che questo libro sia stato la mia relazione più importante. Non ha bisogno di presentazioni e deve essere letto.

Perché sono curioso

In teoria potremmo essere avidi di leggere qualunque cosa, ed è bene che sia così. Ma se siete curiosi di spaziare tra svariati argomenti posti in modo chiaro, leggete Homo Sapiens. Da animali a dèi di Yuval Harari. Fa venir voglia di rimettersi a studiare.

Perchè sono innamorato

Potremmo citare secoli di letteratura. Ma da innamorati, o anche solo quando abbiamo voglia di innamorarci, resta intramontabile Cime tempestose di Emily Bronte. Troppo sdolcinato? Meglio allora Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, una disamina della condizione dell’innamorato che si dispera alla ricerca dell’impossibile fusione con l’Altro. Ci aggiungerei Terapia di coppia per amanti, leggero e brillante, in cui due amanti vanno dallo psicologo per affrontare la loro relazione etra coniugale.

Perché voglio emozionarmi

Per fortuna sono tante le storie capaci di far piangere e sorridere, ma Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella è un colpo al cuore. Anche Accabadora e l’Arminuta riescono nell’intento, per una letteratura tutta italiana.

Perché ho voglia di compagnia

Se aveste il desiderio di contornarvi di personaggi di ogni genere, leggete La banda dei brocchi di Jonathan Coe: Benjamin, col suo gruppo di amici, vi regalerà dei nuovi compagni di avventure.

Perché mi manchi

Mancarsi di Diego de Silva è una piccola poesia da leggere tutta d’un fiato, utile a scavare dentro ciò che è finito ma non finirà mai. Ma anche La bellezza delle cose fragili è una storia particolare in cui l’assenza è la regina di una storia delicata e particolare. Anche Norwegian Wood evoca una costante sensazione di nostalgia e malinconia, e considero questo romanzo di Murakami uno step immancabile per immergersi nella mancanza di qualcuno che non c’è più.

Perchè voglio riflettere

Siete alla ricerca di un viaggio introspettivo? Allora scegliete senza dubbio Gli uccelli di Veesas, poco conosciuto ma così profondo, oppure Il grande marinaio, il percorso di una donna in Alaska, sui pescherecci, alla ricerca del risanamento del proprio dolore.

Perchè l’hanno letto tutti

Se dei romanzi diventano bestsellers un motivo ci sarà, eppure sono così spesso discorde con le vendite che ho iniziato a dubitare della mia capacità di giudizio. Non è avvenuto però con Il cacciatore di aquiloni, commovente e godibile.

 

Perchè ho voglia di sognare

Sempre abbiamo voglia di sognare: L’ombra del vento può aiutarci a immaginare mondi nuovi, anche se una rilettura di Harry Potter non guasta mai, per quanto cresciuti possiamo essere. Ma vince in questa categoria Folli i miei passi di Bobin: un inno alla libertà.

 

iocisto

Iocisto, la libreria creata dai cittadini

Si parla spesso della crisi dell’editoria: troppi scrittori e pochi lettori? Troppo elevato il costo di stampa e distribuzione? L’avvento del digitale ruba spazio alla carta stampata? La questione è molto più complessa, fatto sta che negli ultimi anni abbiamo assistito alla chiusura di librerie anche storiche, sostituite da megastore in cui i libri sono più che altro accessori, un plus in mezzo alla vendita di smartphone.

É ciò che accaduto qualche anno fa a Napoli, quando librerie storiche come Guida chiudevano battenti, seguite dalla Fnac. Era il 2014, l’anno in cui è nata la prima libreria voluta e costruita dai cittadini. Uno di essi  decise di scrivere un post di protesta su Facebook, o più che altro un invito: creiamocela noi una libreria. Quel post qualunque, di un cittadino qualunque, è diventato virale: era il 13 maggio. “Ah… Ma mica ce la vogliamo aprire noi una libreria meravigliosa? Se avete soldi (qualsiasi cifra) e ci volete pensare fatemelo sapere. Io ci sto”. La risposta fu subitanea, in moltissimi rispondevano “Iocisto”, pronti a partecipare attivamente all’otto luglio nasce l’associazione Iocisto, composta da 300 cittadini agguerriti e pronti a cercare dei locali per mettere su un sogno. 21 luglio: Blocchiamo il Vomero con i libri! 3000 in Piazza Fuga per assistere all’inaugurazione della libreria, come descriverà la Repubblica.

Oggi Iocisto non solo resiste, ma conta una serie di interessanti iniziative. Prima di tutto, la possibilità di comprare libri usati fa sì che si possano trovare ottime occasioni; inoltre i libri di cui non ci serviamo più possono essere donati, sicuri che, se non rivenduti, verranno riutilizzati nel modo giusto. Esiste ad esempio il progetto “Aiutami a leggere”, per aiutare i migranti e i figli dei migranti ad apprendere l’italiano.

Inoltre la libreria è una delle poche ad ospitare senza remore le presentazioni dei giovani autori esordienti: difficilmente sarà negato aiuto agli scrittori, anche in erba, per cui diventando soci o anche solo seguendo Iocisto sui social, si può venire coinvolti in eventi culturalmente molto validi.

tabucchi

Antonio Tabucchi e la letteratura che fa sognare

Ci sono autori di cui si può leggere qualunque romanzo, poesia, saggio, con la certezza di trovarsi di fronte alla pura letteratura. È questo il caso di Antonio Tabucchi, scrittore e professore, italiano e portoghese adottivo.

Nato a Pisa, residente per anni a Lisbona, con Parigi nel cuore. Un viaggiatore e un impeccabile conoscitore dell’essere umano: lo si capisce dalla sensibilità del suo narrare, capace di cogliere l’invisibile per porgerlo al lettore sotto forma di poesia. Non di certo la poesia del suo amato Pessoa, di cui era uno studioso appassionato. Tanto innamorato del Portogallo e della sua letteratura da divenire anch’egli uno dei più grandi letterati portoghesi, sepolto in quella terra che per lui non era straniera. Un uomo il cui impegno politico si è fatto sempre sentire, e che riteneva la letteratura un terreno di riflessione, un campo di inquietudine e di ricerca costante. La vita insensata deve necessariamente ricercare un senso.

Anche il sogno è un modo per riempire i vuoti e la letteratura può quindi supplire a ciò che  andato perduto?, gli era stato chiesto. E lui ha risposto così:

“Ritornando al nostro amato Fernando Pessoa, lui diceva che la letteratura è la dimostrazione che la vita non basta, se bastasse non si sognerebbe neppure. Sappiamo che il sogno può essere la proiezione di un desiderio, quindi in questo caso ho fatto divenire la letteratura supplente, vicaria di una cosa che ci manca, mi sembra che anche questo sia il compito della letteratura, ovvero di inventare delle cose che non abbiamo, di cui non è restata traccia.”

 

I romanzi di Tabucchi

Sostiene Pereira è un libro che dovrebbe leggersi nelle scuole: il dovere dell’intellettuale che si oppone al regime dittatoriale è narrato attraverso Pereira, suo alter ego, che ha come un lento risveglio. Apre gli occhi e agisce, con coraggio. Lisbona, il caldo, gli ideali, la forza di credervi, la libertà che non è solo una parola ma un diritto per cui lottare. Sostiene Pereira, la frase ripetuta di continuo in tutto il romanzo. La limonata e il sudore del giornalista in sovrappeso, in una Lisbona schiacciata dall’oppressione di Salazar; la stasi di Pereira paragonata al fervore di Monteiro Rossi, che diventerà suo amico e sarà brutalmente assassinato. Con questo romanzo ci si dovrebbe approcciare a Tabucchi, perchè resta il suo capolavoro indiscusso e lascia il lettore travolto dalla sua bellezza.

Si sta facendo sempre più tardi, un romanzo in forma di lettere che odora di nostalgia fin dalle prime righe, che colpisce per la sua poeticità. Destinatari ignoti in città lontane, sogni mai realizzati eppure presenti, ricordi lontani, il pensiero della morte e della fine che si unisce alla bellezza della vita. E poi Requiem, un omaggio al Portogallo, il viaggio nelle strade di una torrida Lisbona. Un sogno? La realtà?  

“Questo Requiem, oltre che una “sonata”, è anche un sogno, nel corso del quale il mio personaggio si trova ad incontrare vivi e morti sullo stesso piano: persone, cose e luoghi che avevano bisogno forse di un’orazione, un’orazione che il mio personaggio ha saputo fare solo a modo suo: attraverso un romanzo.”

Il filo dell’orizzonte, il bisogno di dare onore a un cadavere senza nome. Una storia che scorre come il tempo, senza che ce ne rendiamo conto. Perchè Tabucchi ha il potere di accompagnare il lettore senza mai essere invadente, quasi silente dietro alle parole che però invece arrivano con tutta la loro intensità.

“E allora lui ha sentito una stanchezza opprimente, come se gli pesasse sulle spalle la stanchezza di tutto ciò che lo circondava, è uscito nel cortile e ha sentito che anche il cortile era stanco, e le mura di quel vecchio ospedale erano stanche, e anche le finestre, e la città, e tutto; ha guardato e gli è parso che anche le stelle fossero stanche, e ha desiderato che ci fosse un’eccezione per tutto ciò che è, come un differimento o una dimenticanza.” 

Piccoli equivoci senza importanza, undici racconti in cui i temi della vita e delle sue scelte, dei rimpianti e delle mancate opportunità, e ritorna il tema del sogno.

“A volte una soluzione sembra plausibile solo in questo modo: sognando. Forse perché la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti fra le cose, a stabilire la completezza, che è una forma di semplicità,  preferisce una complicazione piena di buchi, e allora la volontà affida la soluzione al sogno.”

E poi, anche le storie più brevi di Tabucchi lasciano qualcosa. A volte anche solo briciole che però danno l’impressione di aver aperto uno squarcio sulla comprensione del mondo. Riflessioni metaforiche di ruvida bellezza. Questo è anche il caso di Per Isabel. Un mandala, uscito dopo la morte dello scrittore, avvenuta nel 2012. Per Isabel è un inno alla curiosità, un invito a non smettere mai di cercare: la ricerca di Isabel è la ricerca di sè. “È l’ora di rientrare, disse, la ricerca è finita. Si accoccolò sulle gambe e soffiò sulla sabbia. Il cerchio si annullò. Perché fa questo?, chiesi. Perché la ricerca è finita, e ci vuole il soffio del vento che riconduca il tutto al nulla sapienziale, disse lui…”

Leggere Tabucchi è sempre la certezza di scoprire qualche nuovo angolo di mondo.

 

La graphic novel alla ribalta

La graphic novel alla ribalta

Il 2017 ha segnato l’ingresso sul mercato di due nuovi editori (Feltrinelli Comics e Audace di Bonelli Editore)  che danno spazio alla graphic novel, e pare che li seguiranno moltissimi altri. Già adesso vediamo i risultati della strada intrapresa, con la proposta in libreria di moltissimi nuovi titoli di qualità, anche dall’estero. Quali scegliere? Molto difficile dirlo, perché la sintesi tra visual e narrazione – complessa quanto affascinante – partorisce un prodotto che non è nuovo ma sicuramente, al momento, innovativo. Sarà questo il riflesso di una società sempre più assuefatta alle immagini? Probabilmente, eppure il connubio funziona eccome.

Qui proponiamo due titoli, per coloro che non abbiamo ancora approcciato al genere e che vogliamo semplicemente iniziare a curiosare.

Il primo di questi è per gli amanti della letteratura. Il titolo infatti è “Il mio Salinger”, autrici Valentina Grande ed Eva Rossetti, edizione Becco giallo. Chi non hai mai voluto sapere di più sulla vita dello scrittore de “Il giovane Holden”? Ancor di più se la storia è ambientata prima che Salinger arrivasse al successo.

“La Seconda Guerra Mondiale, un disturbo post traumatico da stress, la Germania, l’amore e un matrimonio di otto mesi: prima di diventare l’acclamato autore del romanzo Il giovane Holden, J.D. Salinger era Jerome, sergente americano in un’Europa piena di ferite aperte, innamorato di Sylvia Welter, giovane dottoressa tedesca dal passato oscuro, forse legato al Nazismo. Dimenticata per decenni e mai nominata dallo stesso Salinger, Sylvia ci racconta il grande amore che la unì allo scrittore più famoso degli Stati Uniti d’America.”

Interessante quindi il punto di vista da parte della prima moglie. Una storia travagliata che risente degli orrori della guerra e che vede due caratteri difficili legati però da un sentimento profondo. Inoltre “Il mio Salinger” mette in luce la parziale biografia di uno scrittore da un punto di vista molto intimo e, infine, femminile.

Il secondo titolo di graphic novel che vi propongo è “Corpi sonori” di Julie Maroh, edito da Panini Comics. Se prima bisognava essere semplicemente amanti della letteratura, per apprezzare quest’opera bisogna essere amanti, nient’altro.

“Dopo il successo de Il Blu è un Colore Caldo, vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Angoulême e della Palma d’Oro a Cannes con la sua trasposizione cinematografica La vita di Adele, Julie Maroh torna con una nuova graphic novel sulle relazioni, sul sesso e, in ultima analisi, sull’amore. Ambientata in una Montréal che diventa palcoscenico ideale per raccontare l’intero spettro dei rapporti di coppia, Corpi Sonori propone una visione lucida, ma al tempo stesso appassionata del più complesso tra i sentimenti umani.”

Diverse storie, diverse relazioni ricche di dettagli. Un tema comune, quindi, l’amore che porta con sè una serie illimitata i sfaccettature che la Moroh non manca di dipingere. Ben ventuno storie che attraversano fasi che a nessun lettore saranno estranee e che hanno la capacità di far emozionare e riflettere.

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Perché creiamo?

Perché creiamo?

Siamo la specie simbolica, contraddistinta dalla coscienza di second’ordine, del linguaggio verbale e della ricerca di senso e significato. Tutto questo, per il modo in cui si integra nella nostra esperienza relazionale, fa di noi una specie creativa.*

Cos’è la creatività? Banalmente la capacità produttiva della mente, l’inventiva. Considerata un plus, in realtà, grazie ai più recenti studi delle neuroscienze, sappiamo che è una caratteristica fondamentale del cervello umano. Quando vediamo un’immagine, ad esempio un’opera d’arte, non è l’occhio tramite la retina che percepisce l’immagine. Bensì è il cervello che, immagazzinando ciò che vede, attua una selezione e un paragone con ciò che è stato già conservato in memoria. Il cervello è cioè visivo, poichè riceve lo stimolo che ci fa scattare una risposta emotiva, che è anche motoria ed empatica. Ecco perchè è soggettiva la reazione di ciascuno dinanzi a un’opera d’arte, un quadro, un’istallazione, uno spettacolo di danza e via dicendo. Con l’interpretazione del contenuto, e la conseguente attribuzione di significati, mettiamo involontariamente in moto un processo creativo, soggettivo e personale. Memoria ed emozioni sono parti attive della creazione e della fruizione del prodotto artistico altrui.

Siamo individui sdoppiati, poiché ci trascendiamo, e rinviando all’immenso campo del possibile (più esteso del reale), ci distinguiamo da tutti gli altri animali. Il nostro cervello è sì creativo, ma non solo, è anche relazionale: si approccia all’altro e al mondo esterno. Non registra la realtà ma interagisce con essa, in un’interconnessione tra movimento ed empatia.

Lo psicologo Ugo Morelli ci parla nello specifico di “tensione rinviante”: un momento di sospensione, lo scarto tra potenzialità e attualità che fa sì che si concepisca il mondo come una distesa di possibilità che rinviano ad altre possibilità. Si tende a ciò che non è ma potrebbe essere, ed è questa la tendenza dell’uomo che, attraverso l’arte, tenta di colmare un vuoto – desiderando qualcosa che non ha. Un desiderio che va inserito nel contesto della società, brulicante di altri esseri desideranti, con cui interagiamo in un processo continuo di identificazione sociale. La tensione rinviante rimanda al liminale, all’ineluttabile, all’inaudito, è connessa alla capacità di creare segni ed è coevoluta con la consapevolezza e l’azione rispetto all’assenza, alla mancanza, al vuoto. Tendiamo all’inesistente concependolo simbolicamente, da qui nasce l’arte.

Potremmo porci, giustamente, la domanda: ma tutti gli individui sono creativi?

Ebbene sì, anche se secondo lo psicologo ungherese Mihàly Csikszentmihalyi, è il frutto comunque dell’interdipendenza di diversi fattori: l’individuo con il suo bagaglio di conoscenze; il campo culturale in cui opera con i suoi modelli; l’ambiente sociale che offre gli strumenti o le esperienze educative per esternare e accrescere le proprie capacità che verranno poi giudicate. Creativo è ciò che è innovativo, che influenza rilevantemente le creazioni successive, ma in realtà se prima la creatività era innovazione adesso riusciamo a vederla piuttosto come una qualità dell’uomo ed espressione della sua individualità. Ma resta il fatto che l’atto creativo ha in sé qualcosa di deviante, trasgressivo, in quanto supera la realtà organizzata per offrirne una nuova prospettiva secondo angolature differenti. William James già nel 1890 parlava di creatività come di “pensiero divergente”, per cui il processo creativo lascia da parte il pensiero logico razionale, convergente e abitudinario.

Alla domanda: perché creiamo?, possiamo dare una serie di risposte, ancora e sempre in fieri. Creiamo per sopravvivere: per sconfiggere l’ansia, per lottare con il tempo e con la morte; perché ci evolviamo come specie adattandoci; perché necessitiamo una pausa dal peso della nostra esistenza; perché dobbiamo uscire dagli schemi auto imposti e imposti dall’esterno; per ricreare ciò che ci circonda, per riuscire a digerirlo o risputarlo fuori a modo nostro; per dimenticarci dei nostri pensieri imbevendoci di finzione; per rispondere alle esigenze del nostro cervello; per sentire quelle emozioni che, seppur effetto di opere di finzioni, sono vere allo stesso modo; per riprodurre ciò che empaticamente abbiamo sentito negli altri, gli altri uomini che assieme a noi percorrono il filo nel breve lasso di tempo che ci spetta.

*Ugo Morelli. Per approfondimenti al suo saggio “Mente e bellezza”, qui l’intervista

La banalità del male e l’amicizia secondo Hannah Arendt

La banalità del male e l’amicizia secondo Hannah Arendt

Quali sono le radici del male? Cosa porta l’uomo a pensare di poter ucciderne un altro, o di sterminare tutta la sua “razza”? Quali sono le cause profonde dei gesti più scellerati della storia? E di tutte le atrocità che in realtà si compiono di continuo, anche adesso?

Hannah Arendt in 1944. Portrait by photographer Fred Stein (1909-1967) who emigrated 1933 from Nazi Germany to France and finally to the USA.

Un pensatrice illuminante come Hannah Arendt ha provato a dare una risposta che non va a scavare nelle pieghe del totalitarismo (come ne Le origini del totalitarismo), ma piuttosto nelle ragioni di quei singoli che hanno permesso tutto ciò che accadde. Lo fece quando, come reporter per il New Yorker, seguì il caso del nazista Eichmann, arrestato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Nel 1961 si svolse a Gerusalemme uno dei processi più importanti della storia: il mondo democratico liberale contro l’ex colonnello delle SS.

“Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”, scriverà la Arendt tra lo stupore e la rabbia, scatenando una serie di reazioni contrariate e fraintendimenti. Ciò che voleva dire la Arendt assume un senso che si comprende con un concetto: la banalità del male.

Ci si aspetta sempre che ci siano due tipi di uomini: i buoni e i cattivi, probabilmente in una costante disputa interiore tra questi due poli. Naturalmente è questa una visione semplicistica e irreale. Allo stesso modo, nel momento in cui si commette l’innominabile, l’impensabile, si è portati a pensare subito a una devianza, una psicosi, un raptus. “Sarà stato un pazzo”, si dice spesso di un assassino. Ma anche questo giudizio sarebbe fuorviante.

Eichmann era solo un tassello del grande quadro nero del nazismo, eppure egli non ha mai ammesso le sue colpe. Era semplicemente un funzionario che svolgeva il suo compito, forse sperando in un avanzamento di carriera, senza porsi alcuna domanda. Faceva il suo mestiere come se fosse stato un netturbino, un bancario, un fruttivendolo. La Arendt si è trovata dinanzi un uomo del tutto normale, non un mostro come ci si sarebbe aspettati (magari con sollievo):se fosse facile individuare i mostri, gli assassini, tutti potrebbero dormire sonni più tranquilli. Invece il male non nasce necessariamente dallo squilibrio e dalla devianza. Da cosa, allora? Secondo Hannah Arendt nasce dal non pensare.

Le radici del male: il non pensiero

Il male cresce lì dove trova un ospite pronto ad abbracciarlo, e non per la propria indole, neanche per le proprie convinzioni, ma perché ciecamente sottomesso alle regole altrui che non mette in discussione. Gli individui che permettono il proliferare del male, di un male grande tanto quanto l’atrocità di un genocidio, sono passivi e rifiutano ciò che li rende persone, l’essenza dell’umanità: il pensiero.

Gli imputati nazisti, anche quelli del processo di Norimberga, si sono sempre discolpati perché realmente convinti di non essere criminali né tanto meno implicati. Perchè? Perchè l’astensione dal pensiero deresponsabilizza.

Abbiamo accennato alle radici del male, ma la Arendt in realtà ritiene che esso non abbia radici, perché non riesce ad attecchire quanto il bene, che invece è radicale perchè si lega al pensiero, alla memoria, all’immaginario. Il bene è la ricerca di senso attraverso il dialogo con l’altro, è il continuo e costante confronto, quello che permette di giustificare le proprie azioni. Cosa si cui, evidentemente, Eichamnn, come tanti altri, era incapace.

Il pensiero della filosofa sull’amicizia, di spunto per nuove discussioni, si trova riassunto in un libriccino, “L’umanità in tempi bui. Riflessione su Lessing”, breve ma significativo. La Arendt ribadisce che l’amicizia, ciò che lega tutti gli esseri umani, non può intendersi come un fenomeno privato come lo recepiamo noi oggi.

“Per i Greci l’essenza dell’amicizia consisteva nel discorso. Essi sostenevano che solo un costante scambio di parole poteva unire i cittadini in una polis […] Chiamavano filantropia questa umanità che si realizza nel dialogo dell’amicizia, poiché essa si manifesta nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini. Oggi siamo abituati a vedere nell’amico solo un fenomeno di intimità, in cui gli amici aprono la loro anima senza tener conto del mondo e delle sue esigenze”.

Ma ciò che serve in quelli che la Arendt definisce tempi bui è l’amicizia nella sua accezione politica, perché “produce una scintilla di umanità in un mondo divenuto inumano”, e soprattutto “dal sé fare spazio all’altro, con il proprio concreto esistere intraprendere il viaggio politico e pubblico verso la diversità in me e fuori di me, accettando il cambiamento di ciascuno che ne deriverà”.

Perché Eichamn ha compiuto il male, senza neanche rendersene conto? Perché la sua vita era tendente alla chiusura verso il mondo, mentre il metodo unico e solo perché facoltà di pensiero e azione coincidano è il dialogo tra uomini, che porta a una maggiore comprensione e dunque a un’apertura al mondo.

Eichaman al processo: https://www.youtube.com/watch?v=oi4ZXU_vh2M

Discorso finale del film La banalità del male di Margarethe von Trotta: https://www.youtube.com/watch?v=PEFP73paZ-I

Le COPISTERIE editrici: le case editrici per esordienti da evitare

Le COPISTERIE editrici: le case editrici per esordienti da evitare

Siete alla vostra prima esperienza con una casa editrice ed è un momento emozionante, un sogno. Ma non mancate di seguire alcuni utili consigli per evitare di firmare con quella che si può definire una Copisteria Editrice, che svaluterebbe il vostro lavoro limitandosi a stamparlo.

Case editrici senza contributo = serietà? Neanche per sogno.

Ci sono un po’ ovunque, sparsi per il web, consigli per gli esordienti: come scrivere e confezionare un romanzo di successo e soprattutto a quali case editrici inviarlo. Ci sono elenchi di case editrici che accettano di valutare opere inediti di inesperti sa cui potete prendere spunto.

Certo è che prima di inviare il manoscritto dovreste accertarvi di inviarlo a chi pubblica effettivamente il genere di cui vi siete occupati: ma sarebbe lapalissiano, scontato, dire che se avete scritto un romanzo fantasy non è il caso di inviarlo a una casa editrice specializzata in pubblicazioni scientifiche.

Quest’articolo, che non vuole ammassarsi ai molti altri sull’argomento, vuole parlare di una fase successiva, quella della firma del contratto e della scelta della casa editrice giusta: perchè ci sono moltissime case editrici, che definisco ironicamente Copisterie editrici, pronte a sfruttare l’inesperienza dello scrittore.

Molti vi proporranno dei contributi, e senza neanche pensarci due volte c’è una sola cosa da fare: rifiutare. Non per principio, non per arroganza, semplicemente perché a quel punto davvero potreste recarvi in una normalissima copisteria e pagare per la stampa. Il primo criterio di selezione quindi è scartare coloro che vi illudono che serva il vostro denaro per pubblicarvi.

Ma magari fosse così semplice, no: molti non vi chiederanno del denaro subito, ma dopo. Infatti c’è spesso la clausola di dover acquistare per forza delle copie in conto deposito/vendita: è subdolo, perchè così si accertano di avere un minimo guadagno a carico dello scrittore.

Accertatevi, una volta che avrete il contratto tra le mani, che non vi propongano di vendere l’opera a un prezzo spropositato. Diciotto euro per centocinquanta pagine? Sarebbe limitante nelle vendite. Dovete pensare che comprare il libro di un esordiente che ha pubblicato con una casa editrice minore è un investimento per il lettore. Pochi rischierebbero di pagare tanto per un prodotto che non conoscono, specialmente se costa più del tempo impiegato a leggerlo. Noi sappiamo che quantità e qualità sono cose diverse, ma non sempre questo concetto è immediato.

Un altro punto importante è la lista di librerie in cui sareste ipoteticamente venduti. Vi potrebbero consegnare un elenco che include librerie di tutte le città di Italia, e voi esaltati sareste spinti a firmare: bella presa in giro. Chiedete informazioni su questa fantomatica lista! Spesso sono delle librerie che, semplicemente, in passato hanno accettato di ordinare delle copie della Tale Copisteria Editrice (e per farlo a volte si fanno perfino pagare dall’autore stesso o dall’ordinante). Poi quando andrete a parlare con loro (e sono presenti anche Feltrinelli e Mondadori, tanto per dire) vi diranno che non lo faranno mai.

Inoltre non pensate ai guadagni, che sono insignificanti come ci si è sempre aspettato dal mestiere: la certezza è che loro, pur non facendo nulla, guadagnano sicuramente più di voi.

Senza contributo… ma senza supporto alcuno!

Se vi trovaste comunque dinanzi all’eventualità di aver firmato il contratto, vi spiego perchè l’autopubblicazione sarebbe stata in tal caso una scelta più saggia. La copisteria editrice vi dirà subito infatti l’elenco di ciò che loro NON faranno:

  • Non correggeranno il vostro testo. Siete voi a dover fare l’ultima correzione, quella fondamentale; loro al massimo daranno uno sguardo generale per evitare grossi refusi (che non saranno comunque evitati). Dovreste in poche parole pagare qualcuno che lo rilegga, perchè la Copisteria editrice se ne lava le mani
  • Non scriveranno la sinossi. Una cosa così importante come la presentazione sintetica del vostro romanzo, ciò che viene letta da tutti e che dovrebbe convincere all’acquisto, è affidata direttamente a voi
  • Non cureranno la grafica. L’immagine della copertina dovete sceglierla voi, e, senza apporre modifiche, molto probabilmente si limiteranno a metterci su il titolo (su cui non avrete consigli o pareri)
  • Una volta pubblicato il romanzo vi renderete conto che non sarà presente in nessuna libreria: siete voi a doverlo ordinare andando di libraio in libraio. Loro si preoccuperanno al massimo di pubblicare un post su Facebook o sul sito della Copisteria per avvisare della nuova uscita
  • Non vi sosterranno durante le presentazioni.Se organizzaste presentazioni (anche perchè ci sono pochi altri metodi per vendere a queste condizioni) dovrete avvisarli con anticipo: chiaro segno che stampano giusto le copie che ordinate. Naturalmente non mancheranno di impiegarci tempo, facendovi litigare con il libraio e gli organizzatori
  • Non vi diranno come stanno andando le vendite: dovrete aspettare per saperlo, e tanto (mentre pubblicandovi self lo sapreste ogni tot di giorni e mesi). Qualcuno per comunicarvelo non userà neanche la mail, ma pubblicherà il resoconto in gruppi, presenti sui social, con altri autori sventurati. Grande privacy e professionalità, senza dubbio!
  • Non pubblicizzeranno, quindi, il vostro romanzo in nessun modo, e quindi non faranno assolutamente nulla perchè veniate letti

Sicuramente un esordiente abile potrà raggiungere comunque il successo tramite le Copisterie editrici, ma pensateci per un momento: ne varrebbe la pena? Se spetta a voi tutto questo lavoro, perchè non scegliere la più comoda piattaforma Narcissus? Vi toccherebbero gli stessi passaggi che la Copisteria ha comunque affidato a voi, soltanto che avreste guadagni maggiori.

State molto attenti nella scelta della casa editrice, perchè il lavoro, sacrificato e sudato, è vostro: non sacrificatelo al peggior offerente!

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