Categoria: Cogiti

La danza, il corpo, i limiti

La danza, il corpo, i limiti

Riflessioni di una (che fu) ballerina

Evito, ci ripenso, lascio stare: eppure dopo un percorso di vita e di danza, in cui l’una non prescindeva l’altra, posso forse scriverci su. Che cos’è la danza lo sanno tutti, ma cosa significhi davvero praticarla, anche professionalmente, non è di facile intuizione. Perchè è uno sport oltre che un’arte, perchè è fisica oltre che mentale, perchè è viscerale e, soprattutto, estremamente selettiva, esclusiva. Tutto ciò la rende super partes, la differenzia dalla musica e dal teatro, dalla ginnastica e dalla pittura.

Cos’è che rende la danza una disciplina e un’arte al tempo stesso totalizzante e limitante? Il corpo, il proprio corpo. Perchè non abbiamo tutti le stesse potenzialità, e fin da bambini la frase che viene detta è : “La danza è di tutti, ma non per tutti“. Questo la rende già dogmatica e irremovibile, perchè una buona, un’ottima tecnica non riparerà mai a dei difetti (che non lo sono affatto al di fuori di questo campo semantico) incorreggibili. Si impara in fretta quali sono i limiti del proprio corpo, come modellarli e migliorarli. A volte, accettarli, seppur con serie difficoltà. Il confronto con le proprie mancanze è continuo ed estenuante, ma non è l’unico metro di giudizio su se stessi che si adotta.

Lo specchio, l’altro

Il primo metro di giudizio è lo specchio, lì di fronte a ogni lezione e ogni prova, distorta realtà e giudice della discrepanza tra ciò che sappiamo in teoria, che sentiamo dentro – dal cuore alla muscolatura, e ciò che non viene fuori come vorremmo, o come vorrebbe il coreografo. Lo specchio è rivelatore non soltanto della riuscita di un movimento, della sua qualità, ma anche delle differenze che intercorrono tra un corpo e l’altro.

Perchè l’altro diventa metro di paragone fin dalla tenera età. Lei sa farlo e io no. Io so farlo meglio di lei. La usa gamba arriva alla sua testa, la mia no. Questa caratteristica insita nella danza, per quanto sia un’arte e come tale con un ampio fattore di soggettività ed espressione personale, in realtà è terreno fertile per la competitività. Perchè la danza non è parola, è corpo che si muove, e non tutti i corpi sono uguali nè si muovono allo stesso modo. Il proliferare di concorsi e scuole in ogni dove ha accentuato un antagonismo di fondo difficile da sradicare, specialmente in Italia.

Anche il più forte e il più onesto ballerino, che non conosce invidia alcuna e osserva l’altro solo per imparare, sa che in una coreografia dove si necessita una sinergia di gruppo, non può ignorare nè la tecnica nè l’altro. E se l’altro riesce meglio (per comunicatività, interpretazione, qualità) bisogna rincorrere una almeno pari livellatura. Anche a modo proprio, anche forzando ciò che non si ha, lavorando dieci ore in più, o adottando degli escamotage. L’altro si manifesta quindi non soltanto come rivale, ma anche come riflesso di un sè manchevole.

Lo specchio, l’io, l’altro sono i tre elementi di costante confronto che si palesano attraverso il corpo. E ciò che bisogna disciplinare è il controllo su questo corpo che sfugge, che necessita di allenamento senza sosta, di privazioni (di cibo) e di riposo. Il ballerino che non possa controllare il proprio corpo non potrà mai sentirsi tale, anche se per arrivare a una piena consapevolezza del proprio sentire ci vuole uno studio quasi a parte, psicologico. Non è ovvia la propria percezione del movimento, e di certo non lo è la sua resa.

Entropia Dance Company
Entropia Dance Company

L’altro che compone

Spesso, a decidere i movimenti del corpo, è un altro: il coreografo. Non sempre lavora sugli elementi che ha, ma su un immaginario di corpi perfetti ed elastici, sinuosi e muscolosi. Il coreografo più in gamba modella le proprie creazioni in base agli interpreti che ha di fronte, ma tale fortuna è purtroppo rara.

Il ballerino deve essere tramite delle emozioni e dei movimenti altrui, interprete di qualcosa che non è non suo rendendolo proprio. Fagocitarlo e danzarlo. Danzare l’altro è al tempo stesso uno stimolo infinito, tante quante sono le possibilità di interpretazione, eppure richiedere la fuoriscita di emozioni è anche, in un qualche modo, un atto di violenza. Il coreografo deve suggestionare i propri danzatori affinchè entrino nella visione che egli ha del pezzo, imponendo la propria personalità in un continuo conflitto tanto proficuo quanto sfiancante. La condizione ideale per danzare una coreografia sarebbe discutere delle intenzionalità dei movimenti e dell’idea del suo creatore, una pratica non sempre attuata.

Nella danza a vincere è la volontà, perchè tutto si deve volere ferocemente. Anche dopo lo scontro con limiti su limiti, anche a faticare il doppio dei dotati per natura. La volontà fa i tre quarti del lavoro del ballerino, che non può darsi pace. La danza richiede devozione, e bisogna distruggere ogni insicurezza, essere vanesi, sgomitare. Troppo spesso la danza è un atto di forza che soltanto i più inflessibili riescono a sostenere.

Il dolore come mezzo

Forzare il proprio corpo è disciplina, e dunque accettazione del dolore. Il dolore sorge durante lo sfibrante lavoro su di sè, sia fisico che psicologico. Lottare con la sofferenza è il fulcro di ogni passione, e nessun amante può escludere una certa soglia di dolore e amore. Per ciò che si fa, per come lo si fa, e per come si vorrebbe farlo senza riuscirvi. Per quella completezza che in realtà non si raggiunge mai.

C’è il dolore appagante, quello che si attraversa dopo tentativi e forzature. Quello del “ce l’ho fatta”, un mezzo immancabile nella danza perchè fa male tutto, i tendini e i piedi e la schiena, tutto sembra innaturalmente contorcersi e la performance finale non è esente da sforzi e sacrifici. Quel dolore è realmente gratificante, come aver avuto le doglie e ritrovarsi dinanzi, pur senza vederlo, il frutto delle proprie fatiche.

E poi c’è il dolore terribile, da cui non si fugge, la consapevolezza di non poter essere diversi da ciò che si è. Arriva il momento in cui lo si sa, in cui la tecnica stessa impedisce di proseguire oltre i propri studi: non essere abbastanza pur senza accontentarsi di ciò che si è, per migliorarsi sempre. La realizzazione che anche dieci anni di studio non ci doneranno quelle doti che avremmo dovuto avere alla nascita. L’accettazione della mediocrità può essere amara, indigeribile. Porta a cercare altre strade, anche perchè la vita del ballerino è breve e la giovinezza è la sua fecondità.

La connessione col proprio sè

Esiste un altro tipo di danza, che fa divertire, smettere di pensare, sentire leggero? Naturalmente sì. Esiste eccome, ma la spensieratezza non è passione, e ogni amante conosce difetti e glorie, sconfitte e vittorie.

Il dolore del danzatore è anche la fine, il sipario chiuso e la domanda nascosta. E adesso?, serpeggia nelle menti stanche. Si sente il bisogno di vedere video, di sentire commenti, di capire cosa è stato di tutto quel dolore e di quella gioia, di quella sensazione di immortalità sul palco. Ritornati nel proprio corpo di esseri finiti, i danzatori provano un senso di vuoto. E ricominciano, perchè la danza quel vuoto lo colma, riempe la testa con sensazioni corporali, umane. E non vuoi smettere di provare, perchè la danza ti fa sentire vivo come nessun’altra arte riesce.

La connessione con le proprie emozioni e il proprio sentire è talmente forte che, poi, senza la danza risulta impossibile trovare una medesima strada per comunicare con se stessi. Consiste proprio in questo la maledizione: la danza diventa indispensabile ma è al tempo stesso una madre severa e troppo esigente da cui è difficile sottrarsi. Pulsioni di vita e di morte (Eros e Tanatos) sono alla base della danza, e non si può fare che amarla e odiarla al tempo stesso, metafora della vita e della finitudine.

amore e campi

Amami quando

di Umberto Salvato

Ho una premessa da fare a chiunque si accingerà a leggere ciò che sto per scrivere: non ci sarà nulla di coerente, mi avvalgo della facoltà opposta. Sarà un flusso, come una lunga lettera ad un amico caro. Però, questa volta, sei tu, caro Amore, il destinatario. Non ho risposte, solo dubbi e domande.

Amore, chissà dove risiedi? Ovunque tu sia, sei come l’acqua per gli elefanti… Indispensabile.
Partirò col citare il mio adorato Ivano Fossati che nei primi versi della “Costruzione di un amore” racchiude molte cose che penso: «La costruzione di un amore spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore se te ne rimane.» Quanto è difficile costruire un Amore? Quanta dedizione, impegno ci vogliono per far sì che questo “Castello in riva al mare” non si sgretoli? È tutto così difficile o c’è qualcosa che ci sfugge?

Ripenso a mio nonno, alle sue parole. Diceva che tu, amore, non sei difficile… Sei complesso. Che sei come una malattia. Sei come la febbre, la bronchite. Una folata di vento, entrata dalla finestra socchiusa, e sei fregato. Non c’è niente di sensato, sei un attimo. Non sei niente di voluto, sei un attimo. Non c’è impegno, sei un attimo.

Così diceva, il nonno. Una mattina mi svegliai e con grande curiosità andai a parlargli, gli chiesi se amasse la nonna. Mi spiegò che non sapeva dirmi in parole semplici cosa fosse l’amore, che sapeva, però, che tutte le volte che rincasava trovava sempre la mano della nonna, puntuale, ad aspettarlo fuori dalla finestra. Questo perché lei sapeva che lui avrebbe voluto dare un pizzico di pane al nostro cane.

La nonna lo sapeva prima che il nonno lo dicesse, e la sua mano era lì.

Voleva farmi capire, in parole semplici, che amare significa esaudire i desideri dell’altro prima ancora che l’altro ti chieda. Addirittura, prima che l’altro lo pensi.
Qual’è il segreto dello stare insieme? Quanto è difficile credere in un “Per sempre”? Quanto è difficile resistere al cambiamento?

Amore che brucia

Io credo in un amore che può essere più cose, che può durare bruciando.
Da quanto riesca a ricordare, ci ho sempre creduto. Credo solo nell’amore, nient’altro che l’amore. Credo nel grande amore: quello che ti sovrasta, quello che è fuori controllo e sopra tutto il resto.
Ma perché ci credo? Tutti quelli che conosco pensano che io abbia un’idea fiabesca dell’amore. Eppure… Anche se sto ancora cercando di guarire, penso di crederci ancora ed è una cosa buona. Credo ancora nella magia, nell’amore della vita. Penso che l’amore sia ciò per cui tutti noi siamo qui! Solo per l’amore e nessun’altra ragione!

Che cosa significa amami? E amore? Quello che so è che l’amore è quella cosa bellissima che non riusciamo a controllare, non abbiamo potere su di esso. Non sappiamo da dove viene ne quando ci colpirà, ed è questo il bello.
Quindi penso bisogni  aspettare, sperare di trovare la magia, quella che guarisce ciò che si è rotto e che mette le ali.
Conosco un paio di coppie che funzionano. Ma funzionano sul serio, nel senso che vedi due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Sono persone che vedi felici anche quando l’altro non c’è, perché sono risolte e piene anche nei giorni d’assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l’uno per la vita dell’altro. Che non si sentono monche se l’altro non c’è, ma con un braccio in più se l’altro c’è. Io la felicità l’ho vista lì. Il resto, ossessione, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna. L’amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto.
Ho diritto di credere alle favole, l’ho promesso da bambino alle lacrime di mia madre, e da grande ad una vecchia fotografia che mi ritraeva da bambino. La promessa è sempre quella e io le promesse le mantengo.
Forse, il problema di oggi non è che non ci si ama ma che ci si ama male.

In questi tempi così invadenti, in questi giorni così violenti… Vi imploro di amarvi. La vita è troppo breve.

Esperimento: che significa amami

Ho fatto un esperimento, ho chiesto a chiunque incontrarsi di concludere questa frase.

Ecco il risultato:

AMAMI…

Amami quando hai tempo
Amami anche quando non hai tempo
Amami se hai coraggio
Amami se vuoi giocare
Amami tutte quelle volte che c’è avanti a te qualcuno migliore di me
Amami quando é freddo fuori
Amami quando hai dubbi
Amami quando sono in ritardo
Amami quando faccio la cacca
Amami quando dovrai insegnarmi ad amare
Amami quando non sono in me
Amami quando il silenzio è più forte di me
Amami quando non lo so
Amami quando puzzo
Amami quando lo dice il tuo cuore
Amami quando non ci sono
Amami quando frano
Amami quando piove
Amami quando ti senti sola
Amami quando dormi
Amami quando davanti a te c’é qualcuno che tu credi sia meglio di te stesso
Amami quando al mattino faccio il caffè
Amami quando mi sveglio la mattina
Amami quando sono sola
Amami quando sono in bagno
Amami quando sono stanco
Amami quando ne hai bisogno
Amami quando puoi
Amami quando perdo
Amami quando sempre
Amami quando vuoi
Amami quando sei libero
Amami quando sarai pronta
Amami quando sei sicuro
Amami quando non sono presente a me stesso
Amami quando non sai come sarà
Amami quando ho il ciclo
Amami quando vedi Gesù
Amami quando mi conoscerai
Amami quando stai bene
Amami quando il profumo buono finisce
Amami quando canto
Amami quando intoni
Amami quando piango
Amami quando sono incazzata nera come una bestia
Amami anche quando non sorrido
Amami quando dormo
Amami quando polemizzo
Amami quando taccio

E quindi, cosa significa amami?

amore e campi

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seeking human kindness

E se fossi io?

Il sentimento di umanità

E se fossi costretta a lasciare tutto? E se restassi con niente, infreddolita e con una fame bruciante, senza un tetto sotto cui dormire? Come prenderei sonno, dove andrebbero i miei pensieri e quanta paura avrei?

E se fossi nata in un paese in guerra? Se fossi cresciuta con la consapevolezza di poter restare uccisa, uscendo per comprare del pane, da una pallottola volante? E se avessi il coprifuoco, e se temessi di continuo per i miei cari, come convivrei col mio terrore?

E se fossi stata addestrata a combattere fin da piccola? Cos’avrei pensato di fronte a un bambino tanto innocente quanto nemico, cosa mi avrebbe fermato e cosa spinto ad a uccidere, con un’arma tra le mani? Mi sarei poi pentita?

E se fossi cresciuta senza mai vedere il mare? E se quella enorme massa salata fosse l’unica cosa a separarmi dalla speranza di una vita migliore, la attraverserei? E saprei poi nuotare, in caso di naufragio?

E se per arrivare al domani fossi nelle condizioni disperate di chi elemosina? E se non sapessi quale altro modo c’è di cavarsela, se non rubare? Se nessuno mi avesse mai dato altra possibilità, cosa farei?

Potrebbe bastare, ma in realtà non dovrei smettere di chiedermi.

E se mi avessero picchiato, maltrattato, se avessi subìto violenze piccole o grandi, come mi sentirei? Che senso darei all’odio e quanto amore sarei pronta ancora a dare?

E se avessi perso mio figlio, i miei genitori, o il mio migliore amico, o il mio compagno? E se mi sentissi senza speranza, sommerso dal dolore, come mi comporterei? E se non avessi nessuno con cui parlare?

E se fossi nata uomo in un corpo di donna, come mi sarei sentita? E se anche parlandone nessuno mi avesse capito, e avessi ricevuto solo insulti, cos’avrei fatto? Se mi sentissi tanto sola da credermi pazza?

E se per lo sbaglio di un secondo fossi condannata a vivere in una cella di due metri? E se fossi finita lì ingiustamente? A cosa penserei ogni sera e ogni mattino, a quale sogno mi appiglierei per costruirmi una via di uscita? E se non potessi mai più uscire da quelle quattro mura, cosa proverei?

E se venissi giudicata solo per le mie caratteristiche fisiche che non ho scelto di avere? E se fossi nera in un paese di bianchi? E se fossi povera in un paese di ricchi? E se fossi in minoranza, senza voce, senza modo? Cosa farei, io?

E se ci mettessimo sempre nei panni degli altri prima di parlare?

E se fossimo al loro posto, noi, cosa faremmo?

Io, cosa farei? E se fossi io, se capitasse a me?

Abbiamo bisogno di umanità, sempre, e soprattutto in tempi bui.

fonte: Unsplash
Anna Bocchino, la drammaturgia

Che cos’è la scrittura teatrale?

di Anna Bocchino

Drammaturgia: la difficoltà di una definizione

Non semplice per me parlare di scrittura teatrale. Non sono una drammaturga, un’autrice, una scrittrice (ahimè, ci sono tante specificazioni da considerare in questo mondo!), ma cercherò di rispondere con semplicità a questa domanda. In che modo? Parlandovi da attrice, ovvero da un altro punto di vista, se volete, meno tecnico.

La parola “drammaturgia”, già al sentirla, spaventa un po’, ma in effetti si tratta della scrittura teatrale, per il teatro. O meglio, della scrittura per la rappresentazione teatrale… o composizione drammatica? O potremmo dire… la tecnica del componimento drammatico? No, forse meglio dire… l’arte della poetica del teatro? Ecco qua! (…vi avevo avvisato che esistono parecchie definizioni in questo mondo!)

A questo punto è meglio che non mi soffermi sul fatto che la parola drammaturgia possa essere accostata anche ad altro, perché potremmo ritrovarci infatti in situazioni realmente drammatiche (ops!), ovvero difficili. Ad esempio, potremmo parlare di “drammaturgia musicale”, “drammaturgia dell’attore”, “drammaturgia scenica”, insomma “drammaturgia dell’ogni possibile!”, e quindi per non perdere il focus proseguiamo oltre.

Il testo drammaturgico

Il “testo drammaturgico” diventa “testo teatrale” all’atto della performance in sé, attraverso il dialogo che si instaura tra l’attore e il pubblico, superando la relazione che invece si instaura tra il testo e coloro che leggono il testo. Per me, è parola agìta.

Un testo drammaturgico, a differenza di quello letterario, contiene in sé la dinamica dell’azione. E’ scritto per essere agito, vissuto, pronunciato ad alta voce. Senza queste caratteristiche perde la sua natura/potenza. E sottolineo che, quando parlo di azioni, non escludo le non – azioni. Le azioni emergono anche interiormente e possono intendersi anche come azioni emotive.

Un’altra cosa imprescindibile del testo drammaturgico è la relazione. Un testo che funziona drammaturgicamente è un testo che dà vita alle relazioni sceniche tra i personaggi (vale anche per un monologo), le relazioni anche con e tra gli oggetti, e naturalmente con il pubblico.

Quando un drammaturgo scrive, immagina per uno specifico personaggio delle parole ben precise che non potranno mai funzionare nella bocca di un altro. E soprattutto, quando scrive, ne contempla anche i silenzi.  

Infatti il linguaggio delle dramatis personae ci dice moltissimo. Ogni volta possiamo, leggendo e rileggendo, provando e riprovando, trovare continuamente informazioni e spunti. Fondamentali sono il sotto testo e le parole “degli altri” che determinano e autodeterminano la natura del singolo personaggio.

Attraverso il loro linguaggio, ci danno il permesso di entrare nel loro mondo, ci aprono le porte delle loro dinamiche interiori, dei loro tormenti.  Attraverso i respiri, le pause, i “non detti” sentiamo la loro pelle per un attimo addosso. E come se abitassimo tutti (attori, registi, spettatori) una seconda pelle. Quando accade, pure se raramente, si crea un breve attimo di sospensione dal reale che ti fa sentire ancora più vivo e ancorato alla realtà. E questo trovo sia di una potenza unica. Per me la magia del teatro si trova in questa universalità/collettività.

Quando leggi un testo letterario è come se nella testa in qualche modo risuonasse la voce unica dell’autore. Il che è molto emozionante, ti senti spettatore unico e privilegiato, la tua fantasia corre libera e senza freni. Quando si legge un testo drammaturgico, invece, accade una cosa diversa. E’ come se si ascoltassero tante voci quanti sono i personaggi – nonostante l’uniformità formale del testo in sé – e in qualche modo la lettura da più intima, più delicata, più personale diventa più impattante, più invadente, “meno educata”.  E’ come se la lettura contenesse già il “vivere” un’esperienza.

Ma in ogni caso, senza il corpo degli attori, senza il pubblico seduto in poltrona o per terra o in un piazza e senza le scene fatte di carta o di ferro, il testo drammaturgico resterà sempre e comunque un’opera sterile, incompiuta.

Un esercizio di scrittura teatrale

Potremmo continuare ancora e potremmo parlare dei tantissimi testi scritti e delle loro differenze. Di quelli più folli, di quelli insensati (almeno in apparenza), di quelli senza parole, ma preferisco lasciarvi con un piccolo invito. E una piccola confessione.

Non sono una drammaturga, come ho detto, ma un’esperienza di scrittura l’ho avuta ed è accaduta un po’ per caso. Un mio amico attore scrisse un testo da cui voleva trarne una messa in scena e mi chiese di far parte del progetto come attrice. Dopo un po’ di lavoro, di analisi e di studio, con il regista si decise di ampliarlo. Mi propose di aggiungere qualcosa, di scrivere, e io rifiutai categoricamente.

Alla fine mi feci convincere e con tutti i dubbi del caso accettai. Da qualche parte ero attratta da quell’esperimento e, data la natura appunto sperimentale del progetto, anche solo per studio, decisi di farlo.

Mi colpì un vero e proprio esercizio di scrittura che mi proposero e che ora voglio condividere con voi: attiva un cronometro – datti un tempo – poggia la penna sul foglio bianco – non alzarla mai (nemmeno se dovessi ritrovarti a scrivere sempre “casa casa casa”) – non fare correzioni – non cancellare – non tornare indietro – non aggiungere – è scaduto il tempo – alza la penna – stop. Fine.

Ne uscirà sicuramente qualcosa. Un qualcosa che consiglio di non giudicare e di rileggere sicuramente con coraggio! Questo qualcosa non dovrà essere per forza un racconto, un libro, uno spettacolo (non voglio invitare nessuno ad improvvisarsi scrittore, sia chiaro), ma sicuramente sarà un qualcosa di autentico, intenso e perché no, magari divertente.

Siamo così poco abituati a scrivere e a fermare su carta i pensieri, che ogni tanto farebbe bene. Mette in ordine le cose.

Anna Bocchino per Un Altro Teatro


Non c'è un pianeta B

Non c’è un pianeta B: il cambiamento climatico che non piace a nessuno

No, non ne parliamo. Non parliamo di cambiamento climatico, non ci azzardiamo, sapete perché? Perché uno dei pochi temi che dovrebbe interessare il globo intero, ossia la sempre più probabile scomparsa della razza umana, agli uomini non interessa. Semplice e ridicolo, no?

Parliamo di migranti che-vengono-in-casa-nostra, la stessa casa che a breve sarà sommersa con noi e loro dentro. Parliamo di calcio, che i mondiali sono importanti. E parliamo pure di gossip, o di quella cultura americana che ci ha violentato e che vomita su di noi un mare di schifezze che facciamo pure passare per cose cool (bello il discorso di Lady Gaga agli oscar, comunque). Insomma parliamo di qualunque cosa ma non del fatto che moriremo – e lo sapevamo già, ma che moriremo male e i nostri figli peggio ancora, e i nipoti chiederanno perché l’avete permesso e menomale che nessuno di noi potrà più rispondere. Sapete che disagio? Eh no, a nonna. Ero più contenta di avere le mie comodità e di essere ricca, spostarmi in auto e mangiare vitelli, lo preferivo al pensare al tuo futuro tra guerre e carestie e glaciazioni.

Mi vergogno. Un po’ perché fino a qualche anno fa ero in prima fila a impersonare l’ignoranza sul tema. Un po’ perchè il tema cambiamento climatico adesso è inevitabile e solo i ciechi più ciechi di me non se ne rendono ancora conto. Si prendono in giro vegani e animalisti, esistono specie come i terrapiattisti, e intanto uno come Trump esce dall’Accordo di Parigi sul clima e niente, é molto più costruttivo squadrare ironicamente un cristiano preoccupato per la terra definendolo “uno con la moda per l’ambientalismo”. Che matti sti qua, oh. Ancora si porta sta storia? Ormai la differenziata la facciamo, mo volete pure decidere cosa devo mangiare e cosa comprare? Addirittura devo essere consapevole di ciò che faccio? Ma no, grazie. Meglio affidare ogni mia scelta al caso, al gusto. Compriamo questi cereali imballati in otto buste di plastica, sono simpatiche col disegno dell’orsetto. Esce pure la sorpresa. Di plastica pure quella, mi pare ovvio.

Umano, troppo umano

Se volete sapere quanto siamo distanti da una soluzione, leggete la documentazione di Parigi. Di decarbonizzazione non si parla neanche, tutti i paesi si impegnano a fare tot nel tot tempo ma non esistono sanzioni per chi ignora l’accordo. In poche parole, ognuno facesse quello che vuole.

Insomma, alla conferenza “There’s no Planet B”, tenutasi a Bologna il 28 febbraio, si è parlato un po’ di questo, del futuro del pianeta. E si è capito che è troppo tardi per tutto. È tardi per aspettare che ogni singolo cerchi di evitare scelte distruttive per il mondo. È tardi per aspettare che le politiche smettano di pensare ai loro profitti per domandarsi che fine faremo noi tutti. È tardi su tutti i fronti, in poche parole, perché sono già anni che si parla di emergenza ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

La temperatura del mare aumenta di 8 decimi all’anno, il suo livello di 2.3 mm. Ma le vacanze al sole so ugualmente belle, quindi chissene. Alla conferenza si è parlato in particolare dell’Italia, che non ha chances. L’acqua sta mangiando le coste, ma per qualcuno è meglio, così gli immigrati ci arrivano più difficilmente, no? Gli orsi muoiono, ma morirono anche i dinosauri, li ritroveremo al museo. L’isola di Kiribati sta scomparendo, e gli abitanti saranno dei nuovi migranti obbligati a lasciare il proprio paese… potranno tornarci solo per le lezioni da sub, ma chissà dov’è che si trova st’isola? Piogge a casaccio, bufere di neve, caldo asfissiante e in aumento. Cataclismi qua e là, ma fintanto che accadono in Indonesia “ma che tragedia oddio povera gente”, accadesse in occidente voglio vedere le reazioni.

Insomma, abbiamo parlato un po’ del fatto che il gesto singolo in cui tanto si credeva anni fa, anche quello ormai non è abbastanza. Abbiamo circa dodici anni per invertire rotta e siamo onesti, l’Italia – ma direi anche molte altre nazioni, primi fra tutti li USA – negli ultimi anni hanno dimostrato più segni di regressione che di miglioramento.

Le risposte sono difficili, ma almeno abbiamo le domande

Che fare? Perchè la reazione naturale sarebbe di andare a bere due/tre litri di alcol e distrarsi con un video sugli unicorni. E invece non avrebbe senso, onestamente. E quindi, ancora, che fare? Parlarne, per esempio. Almeno. Così un giorno si potrà dire: senti amore, la nonna ha fatto il possibile per evitarti questa vita di inferno. Che poi non era abbastanza, lo sappiamo la mia coscienza ed io. Ma almeno sapevo cosa stava accadendo, e per colpa di chi.

E a proposito di bambini, la sovrappopolazione è uno dei problemi del pianeta. Ma quanti siamo? Ma come mangiamo tutti? (e infatti guarda che caso, già oggi, mica mangiano tutti…), e come beviamo acqua potabile?, e poi arriva il come ci spostiamo, come ci muoviamo? Sapete che il carburante degli aerei è uno dei principali inquinanti a cui non esiste alternativa, a differenza del carbone (che comunque non vogliamo abbandonare!)? Non esiste un sostituto non dannoso per l’ambiente. Aaa cercasi travel blogger che lo facciano presente, qualche volta.

E che facciamo, non viaggiamo più? Io in primis, a quante cose non sono disposta a rinunciare? La risposta è difficile, ma non vuol dire che non debba essere cercata. Mi sa che alla fine, il punto è proprio quello. Perché abbattiamo le foreste senza ritegno e non ci pensiamo quando usiamo la carta. E nemmeno se negli alimenti c’è l’olio di palma, se è per questo. Il punto è proprio il non pensare, direi.

Se tutto ciò vi deprime, se vi spaventa, se non ci vedete soluzione, non smettete di pensarci. Ridete amaramente pensando che la razza umana morirà a causa dei peti emessi dagli animali negli allevamenti intensivi. Pensate a secoli di storia e di conquiste, di scoperte e di scienza. Pensate a quanto tutto questo sarà spazzato via dall’aerofagia delle mucche. Pensateci, sorridete e pensateci ancora, poi magari provate a fare qualcosina, seppur tutto si fermi al pensare. Perché da un pensiero che è un sassolino nel mare, iniziano a muoversi le onde. E a volte la marea si alza e diventa forte. Anche nella realtà, succede già.

Pensiamoci un po’.

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Tempo di seconda mano

Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievič

“La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo”, questo il sottotitolo del libro di Svetlana Aleksievič, premiata col Nobel per la letteratura nel 2015 grazie alla sua ricerca attenta e intensa. Una ricerca che è durata trent’anni, in cui l’autrice ucraina – cresciuta in Bielorussia – ha intervistato persone comuni dando vita a diversi scorci, sotto vari punti di vista, della Russia, amata, detestata, travolta dalla Storia.

Era il socialismo ed era, semplicemente, la nostra vita. Allora non ne parlavamo molto. Ma adesso che il mondo è cambiato in modo irreversibile, tutti hanno incominciato ad interessarsi alla nostra vita di allora: bella o brutta che fosse, era comunque l’unica che avevamo.

A parlare è la verità, la verità di ciascun intervistato che ha vissuto il comunismo, il tempo del sogno di una grande Russia. Ma che ha vissuto anche la paura e Stalin, con le deportazioni e le sparizioni. E poi la Guerra Fredda e la Perestroika di Gorbaciov, l’avvento di un capitalismo senza freni, con le delusioni cocenti per i cittadini russi, e gli spargimenti di sangue.

La voce del popolo russo

La Aleksievič non è brava, di più: dà voce a un popolo intero, senza mai commentare. Racconta – o meglio fa raccontare – come il sogno comune socialista sia crollato e come questo abbia spezzato i russi più della povertà.

Eccola dunque – la libertà! Potevamo imaginare che avesse quest’aspetto? Certo, eravamo pronti anche a dare la vita per i nostri ideali. A lottare strenuamente. E invece era cominciata un’esistenza cechoviana. Senza storia. […] Un socialismo più mite… più umano… E che cosa abbiamo ricevuto? Un capitalismo selvaggio.

Riprendiamo ciò che scrive Valentina Parisi nell’articolo “Auscultazione del mistero sovietico“:
“Se infatti nella prima parte del libro, dedicata agli anni novanta, la dolorosa rielaborazione dell’esperienza socialista riveste un ruolo centrale, nella seconda, centrata sul decennio successivo e significativamente intitolata Il fascino del vuoto, l’accento si sposta sul culto edonistico del benessere odierno, o sull’ancor più attuale revival autoritario alimentato dalla nostalgia per la perduta dimensione imperiale dello stato sovranazionale sovietico.”

Le testimonianze che raccoglie la Aleksievič sono vere e toccanti, terribili. Uno studente condannato a dieci anni di lager per aver scherzato su Stalin, una donna che perde il marito e il figlio perchè denunciati dal vicino di casa senza motivo apparente, l’ondata di cambiamento che inonda il Paese impoverendo le tasche e gli animi. Ciò che esce fuori da Tempo di seconda mano è un quadro, forse riduttivo ma molto vivido, dello spaccato sociale in Russia nell’ultimo secolo. A renderlo interessante è il flusso di coscienza dei personaggi, così reale, che fa da filo conduttore durante anni diversi della storia.

L’autrice, poichè duramente critica nei confronti di ogni violenza e regime dittatoriale, è stata anche esiliata per il suo lavoro. Non di inferiore importanza sono gli altri scritti della Aleksievič, che per quanto non si possano definire puramente letterari, offrono una visione umana e quanto più polivalente possibile.

Non faccio che girare intorno al dolore. Non riesco ad allontanarmene. Nel dolore c’è tutto: tenebra, solennità, qualche volta credo che il dolore crei come un ponte tra le persone, un legame segreto; qualche altra sono in preda alla disperazione, penso invece che si crei un abisso.

Lessi questo libro poichè tra i consigliati del mio esame universitario “Storia e memoria”, e non so se l’avrei letto in altri casi, come scelta personale.

La mermoria dell'acqua in Punto Nemo

La memoria dell’acqua

La mermoria dell'acqua in Punto Nemo

Osservando le stelle, fui attratto dall’importanza dell’acqua. Sembra che l’acqua provenga dallo spazio e che la vita sia arrivata qui attraverso le comete, che crearono i mari. […]

Io mi domando: sarà accaduta la stessa cosa su altri pianeti? L’atteggiamento dei più forti sarà sempre stato uguale ovunque?

Uno dei pianeti della stella Glise, scoperta in Cile, potrebbe avere un oceano enorme. Ci saranno esseri viventi? Ci saranno alberi per fare grandi canoe? Gli indigeni avrebbero potuto vivere in pace su un altro pianeta?

 

La memoria dell’acqua, Patricio Guzmàn, 2015 – miglior sceneggiatura al Festival di Berlino

Metafisica della felicità reale di Alain Badiou

Metafisica della felicità reale di Alain Badiou

Ogni felicità è una vittoria contro la finitudine. Ogni felicità è un godimento finito dell’infinito.

Alain Badiou, autore della teoria di una filosofia del cambiamento , ci spiega in questo breve libro cosa significhi essere felici e come cambiare il mondo. Con un linguaggio semplice e scorrevole, ci introduce al concetto di “desiderio di filosofia”, ossia il desiderio di una rivoluzione nel pensiero e nella vita. Secondo Badiou, perchè una rivoluzione possa verificarsi, abbiamo bisogno di quattro elementi: rivolta, logica, universalità, rischio. Il mondo contemporaneo è inappropriato ad ospitare questi quattro fattori, tanto che la felicità si è ridotta ad avere le sembianze di una soddisfazione consumatrice.

Tre sono le correnti principali della filosofia mondiale.

  • La filosofia ermeneutica e fenomenologica (Heidegger, Gadamer),  il cui desiderio rivoluzionario è schiarire attraverso l’interpretazione: la felicità reale è la figura dell’Aperto;
  • La filosofia analitica (Wittgestein), il cui desiderio è la condivisione di senso (degli enunciati) e la felicità reale l’affetto della democrazia;
  • La filosofia postmoderna (Derrida, Lyotard), il cui desiderio rivoluzionario è la creazione di nuove forme di senso e la felicità reale il godimento di queste nuove forme.

La ricerca della verità, per queste correnti, è ormai solo una ricerca della pluralità del senso, ed è quindi diventata impossibile una metafisica della verità; inoltre il linguaggio, con un ruolo ormai centrale, è divenuto il luogo del pensiero.

Secondo Badiou, si devono superare le tre dimensioni filosofiche dominanti, poichè il mondo ha bisogno di una proposta filosofica fondatrice. Citando la sua opera più importante, L’essere e l’evento, Badiou prosegue ad elogiare l’antifilosofia, quella di personalità implacabili quali Rosseau, Pascal, Nietzsche.

Nessuna felicità è immaginabile se l’individuo non va oltre il tessuto delle mediocri soddisfazioni nelle quali sguazza la sua oggettività animale, per diventare il Soggetto di cui è capace. […] Ogni episodio della vita, per quanto triviale o infimo, può essere l’occasione di sperimentare l’Assoluto, e dunque la felicità reale.

Un libro sulla felicità? Di più

Per Badiou, una buona dose di disperazione è necessaria per la felicità reale, che è ben diversa dalla soddisfazione. “Vota la tua fedeltà a ciò che è ufficialmente bandito, ostinati lungo i sentieri dell’impossibile. Vai fuori strada”, ci incita. “Allora potrai conoscere la felicità“.

La felicità è il godimento dell’impossibile, un atto di fedeltà nel diventare noi stessi Soggetto del cambiamento, soggetto che scopre di poter diventare. Così soltanto avremo una libertà che ci permetta di creare qualcosa nel mondo, qualcosa di eccezionale che derivi dal reale; il nuovo soggetto sarà inoltre svincolato dall’identità, generico e senza patria, creatore di universalità; si scoprirà inoltre capace di fare ciò che prima riteneva impossibile, e quindi scoprirà la felicità che è una vittoria contro la finitudine.

La felicità è godere dell’esistenza potente e creatrice di qualcosa che dal punto di vista di questo mondo era impossibile. Come cambiare il mondo? La risposta è in realtà esilarante: essendo felici. Ma si dovrà pagarne il prezzo, che è quello di essere a tratti davvero insoddisfatti. È una scelta, la vera scelta delle nostre vite. È la vera scelta riguardante la vera vita.

L’intellettuale francese, platonista e sessantottino,  si dichiara contro il consumismo e il capitalismo in favore di un nuovo umanesimo.

Per saperne di più su Metafisica di una felicità reale, clicca qui

Per approfondimenti su Alain Badiou, clicca qui (intervento di Alain Badiou alla conferenza “Le symptôma grec”, presso l’Università di Parigi 8 e all’École Normale Supérieure dal 18 al 20 gennaio 2013)