Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace

Ho amato David Foster Wallace dapprima con Questa è l’acqua (racconti), e poi intensamente con La scopa del sistema (romanzo). Ho pensato che fosse un autore eccezionale: arguto, divertente, capace di cogliere aspetti umani come solo un vero scrittore sa fare; il suo dipingere scene cariche di dettagli significativi, che si esplicano senza doversi spiegare, è impressionante. Le riflessioni filosofiche insite nel suo raccontare e raccontarsi sono capaci di abbracciare un’universalità di cui solo i capolavori sono imbevuti.

Ma Una cosa divertente che non farò mai più non è una lettura come le altre, non si fa leggere nè amare. Certo, leggere Wallace vale sempre la pena, potrei rettificare, ma nel caso di questo reportage l’attenzione cala ad ogni pagina. Non è la scrittura di Wallace, anzi; la sua sensibilità rende ogni avvenimento umano a metà tra il sardonico e il deprimente. Probabilmente è la tematica: nel 1995 una rivista ingaggia David Foster Wallace per una vacanza su una nave da crociera extra lusso, la Nadir. Ma non ne verrà fuori un “quadro pubblicitario”, come ci si potrebbe immaginare, bensì una critica e alla cultura americana e al mondo del lusso sfrenato. Ma comunque il racconto finisce per annoiare pur data la sua brillantezza.

La descrizione dell’orrore che si cela dietro l’enorme promessa dell’ozio e dei vizi promulgata dalle crociere è davvero efficace. Risulta in effetti grottesco e spaventoso il modo con cui i membri dell’equipaggio, sotto coercizione e certo non per spasso, devono sorridere, pulire ogni secondo, evitare ogni fatica a ogni passeggero; diventa raccapricciante dover mangiare a ogni ora e sottoporsi a spettacoli di ogni genere, partecipare a eventi di gruppo, il generale senso di finto entusiasmo che dilaga ovunque. Wallace è chiaro nel dire che la sua sensazione sulla nave, al di là della sua agorafobia, è di disperazione assoluta.

La crociera mantiene ciò che promette, creando un’irrealtà in cui ci si sente deresponsabilizzati e (in teoria) rilassati. Wallace è molto bravo nel descrivere le persone nella loro ridicolaggine, stranezza, ed è egli stesso un critico di sè e degli altri, di questa esperienza così ricercata – da lacuni – e così angosciante. Perchè se lo scopo della vacanza è dimenticare la morte, alla fine per Wallace non finisci che pensare a quello.