Un femminismo decoloniale
Un femminismo decoloniale

Un femminismo decoloniale

Il breve saggio di Françoise Vergès

La casa editrice Ombre Corte ci regala un saggio che spero abbia risonanza in Italia, Un femminismo decoloniale, la cui una sinossi efficace che merita di essere presentata all’inizio:

Nella sua analisi Françoise Vergès parte dall’assunto innegabile che a partire dal XVIII secolo la storia del femminismo occidentale sia stato un fruttuoso susseguirsi di vittorie nel campo della rivendicazione dei diritti individuali delle donne. L’autrice precisa tuttavia che queste vittorie, fondate sullo cancellazione delle disparità uomo-donna, hanno sottovalutato e in certi contesti ignorato le esperienze di dominazione che esistono tra le donne stesse. A fronte di un femminismo portatore della “missione civilizzatrice” del Nord colonizzatore, Vergès mostra gli aspetti dirompenti di un posizionamento “decoloniale” in grado di opporsi a quel patriarcato profondamente connesso al sistema capitalista (a sua volta storicamente connesso allo schiavismo) e al neoliberismo.
Il femminismo decoloniale è necessariamente anticapitalista e collega le disuguaglianze di genere e razziali al sistema capitalista. Secondo Vergès non ci si dovrebbe definire femministe senza interessarsi alle questioni ambientali, allo sfruttamento, alla vulnerabilità di classe e al razzismo; senza agire in modo condiviso con altri movimenti politici e sociali favorevoli alla decostruzione di questo sistema. Essere femministe decoloniali significa allora combattere contro il femminicidio ma anche per il diritto dei popoli indigeni alla terra, significa trovare delle connessioni tra le esperienze radicate in diverse parti del mondo e riscrivere le strutture in cui i nostri mondi sono pensati.

Françoise Vergès utilizza poco più di cento pagine per dar voce alla sua critica contro quello che lei definisce “un femmismo civilizzazionale”, che ha sì lottato per i diritti delle donne ma perpetuando la dominazione di genere, di classe e di razza. Secondo l’autrice è ancora possibile definirsi femminista oggi, pur considerando che il movimento dominante è al servizio del capitale e dell’Impero, ma solo adottando una traiettoria anticoloniale.

Contesto:Françoise Vergès è cresciuta sotto quello che lei definisce “sottomissione all’ordine coloniale francese post 1962”, e non esita nella sua scrittura ad accusare la Francia e il femminismo francese di restare in silenzio nei confronti dell’eredità schiavista e colonialista. Del resto, è una politologa e attivista il cui lavoro si concentra sugli studi postcoloniali.

Perché il femminismo civilizzazionale è così definito e così aspramente criticato? Perchè ha ridotto le aspirazioni rivoluzionarie delle donne alla richiesta di una condivisione paritaria dei privilegi accordata dagli uomini bianchi. Così facendo, le femministe in questione si rendono complici di un ordine capitalista e razziale, che si dirama in politiche d’intervento negrofobe, islamofobe e imperialiste. Aspirando a una parità di genere, il femminismo civilizzazionale chiede in realtà al resto del mondo di adeguarsi al migliore dei sistemi (il loro, quello democratico), per inculcare un’idea di libertà e una lotta per i diritti in conformità con un’ideologia comunque patriarcale e bianca.

Il femminismo civilizzazionale è bianco non perchè adottato da donne bianche, ma perchè si costruisce su una parte d’Europa costruita sulla razzizzazione del mondo, ed è borghese perchè non affronta il capitalismo razziale. Questo genere di femminismo mainstream vuole correggere le ingiustizie senza mettere in discussione l’organizzazione sociale ed economica del mondo, contribuendo alla naturalizzazione del pensiero capitalista che prevede una non alternativa a se stessa: come fosse l’unico futuro possibile.

Per riappropriarsi del termine femminismo, dovremmo combattere tutte le forme di oppressione: giustizia per le donne significa giustizia per tutti.

L’autrice continua con la distinzione tra femministe bianche e femministe del Sud, sottolineando le debolezze della narrazione egemonica delle lotte per i diritti delle donne e ricordando che prima del diritto di voto esiste il diritto umano alla vita.

La vita confortevole delle donne borghesi in tutto il mondo è possibile perché milioni di donne razzizzate e sfruttate garantiscono questo conforto cucendo i loro vestiti, pulendo le loro case e gli uffici dove lavorano, occupandosi dei loro figli, prendendosi cura dei bisogni sessuali dei loro mariti, fratelli, compagni.

Integrare il femminismo decoloniale

Integrare le donne nel capitalismo nel mondo occidentale ha escluso del tutto le analisi del femminismo decoloniale; la Vèrges approfondisce il periodo degli anni ’80, erede di contesti ideologici che hanno contribuito a dare un volto femminile a pratiche di sviluppo che si sono poi rivelate solo un alibi dell’imperialismo. I mezzi di diffusione si sono moltiplicati – riviste, istituzioni, ONG – e attraverso il concetto di “empowerment” conducono in realtà a nuove forme di oppressione. I contro-modelli per le bambine spesso sono ancora basati su una psicologizzazione della discriminazione, con eroine la cui lotta è individuale e mai collettiva. Le donne razzizzate sono accolte tra le fila del femminismo civilizzazionale solo a condizione che esse aderiscano all’interpretazione occidentale dei diritti delle donne. Non manca, in Un femminismo decoloniale, una critica al ben più famoso Tutti dovremmo essere femministi di Chimamanda Ngozi Adichie.

Esistono due tipi di patriarcato oggi: uno che si dice moderno, favorevole ai diritti delle donne (purchè si tratti di integrarle nel sistema neoliberista) e alla comunità LGBTQ+ (purchè i soggetti siano commercializzabili); il secondo conservatore, neofascista e maschilista, che vuole riesaminare i diritti conquistati, tra cui aborto per i diritti di LGBTQ+ e transgender. Questo secondo ammazza in pubblico, basti vedere il numero di uccisioni di donne femministe in Sud America. Connesso a ciò, l’autrice ci parla di corpi razzizzati aprendo un capitolo con una domanda semplice ma efficace: chi pulisce il mondo?

Concludiamo questo articolo con un’ultima citazione:

Vogliamo applicare un pensiero utopico, inteso come energia e forza di sollevazione, come presenza e come invito ai sogni e come gesto di rottura: osare, pensare oltre ciò che si presenta come naturale, pragmatico, ragionevole. Non vogliamo costruire una comunità utopica ma restituire tutta la loro forza creativa ai sogni di indocilita e di resistenza, di giustizia e libertà, di felicità e di benevolenza, di amicizia e di meraviglia.

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