l'ultimo amore di baba dunja

L’ultimo amore di Baba Dunja

Alina Bronsky ci regala L’ultimo amore di Baba Dunja, edito dalla sempre più convincente Keller Editore – di cui mi riprometto di leggere il catalogo completo. In uno stato avanzato di quarantena, in cui credevo che avrei mangiato libri a pranzo e a cena e invece mangio e basta, storie del genere sono sprazzi di luce.

L’unica cosa che disturba in questo romanzo è la sua brevità, perché nel chiuderlo si vorrebbe sapere di più, anche se non resta necessariamente aperto. Questo, del resto, è l’indice di una storia ben riuscita: il desiderio di conoscere più a fondo i personaggi (o forse è la mancanza di contatti sociali, ma non mi soffermo su questo).

Il racconto in prima persona comincia con un risveglio, Baba Dunja ormai vecchia (molto oltre gli ottant’anni, pare) che parla coi morti. É solita farlo e non dovrebbe sorprendere, secondo lei, per una donna della sua età (io parlo con gli oggetti e non ho neanche trent’anni, del resto).

La particolarità della storia di Baba Dunja consiste nel fatto che lei i morti li vede non soltanto per la vecchiaia che incombe, pur senza pesare troppo, sul suo corpo roccioso e sulla sua mente lucida, ma perché in effetti Baba è tornata in una città fantasma, Černovo, devastata dalle radiazioni dell’esplosione di Chernobyl. E lì i fantasmi probabilmente parlano davvero.

Il contrasto che domina la narrazione è costruito sulla contrapposizione tra il degrado e la solitudine dell’ambiente circostante, dominato da rassegnazione e paura, e l’atteggiamento risoluto di Baba Dunja. C’è lei e c’è Černovo, lei la madre e Černovo la bambina, una la guida l’altra il deserto.

Radiazioni e isolamento

A parte me, tutti hanno bisogno di qualcuno con cui parlare.

Baba Dunja ha scelto di tornare in città, conscia di andare contro corrente, contro logica, perfino, in un luogo dove non ci sono né case né negozi. Coltiva il suo orticello da cui fuoriescono ortaggi contaminati, che condivide con altre persone che come lei (seguendo lei, nello specifico) hanno deciso di stabilirsi lì in un isolamento che ha del bucolico, a tratti, ma principalmente del tragico.

C’è chi rovista in luoghi abbandonati per ritrovare vecchie riviste pur di leggere qualcosa, c’è chi ammalato di cancro aspetta solo la morte, c’è chi si lascia deperire con un ritmo lento tra i resti di quella che fu una cittadina normale, prima dell’esplosione. La città in cui recarsi per le spese urgenti e necessarie è Malyši, a un’ora di autobus quando e se passa. Lontana anni luce, lontana per chiunque non riesca fisicamente a concedersi una camminata lunga e intensa con tanto di pacchi.

Baba Dunja non crede al matrimonio, lei madre di due figli e infermiera una volta a tempo pieno. Forse nessuno meglio di lei sa cosa significhi vedere la morte con gli occhi, e ancor peggio la nascita di bambini deformi e, in un certo senso, disumani. L’argomento neonati torna a più riprese, con angoscia e sconcerto, torna anche nella scoperta che sua figlia Irina, emigrata in Germania come medico, ne aspetta uno.

Allora Baba, estraniata anche dai suoi affetti – nessuno può rischiare di essere contaminato, perché il suo stesso corpo emette radiazioni – immagina la vita di sua nipote Laura, con cui vorrebbe intrattenere un rapporto epistolare pur senza conoscere l’inglese o il tedesco.

Tutte le sere, prima di dormire, leggo la lettera più recente, finché non arriva quella successiva.

Baba Dunja è la roccia

In questa situazione al limite, al confine – al confinamento, Baba Dunja è la roccia, l’esempio, la matriarca. La sua forza sta nel raccontarsi senza fronzoli, il suo fascino sta nel sapere accettare e accettarsi, andando incontro al suo destino, senza mai rimuginare, senza mai lamentarsi.

Il mio lavoro mi ha insegnato che le persone fanno sempre e soltanto quello che vogliono. Chiedono consigli, ma in realtà non hanno bisogno del parere di un estraneo. Da ogni frase filtrano solo quello che piace a loro. Il resto lo ignorano. Io ho imparato a non dare consigli, se non espressamente richiesti. Inoltre ho imparato a non fare domande.

Se la sinossi di L’ultimo amore di Baba Dunja premonisce un evento che sconvolgerà la vita della cittadina, non c’è da aspettarsi una narrazione con suspance, perché non ci sarà alcuno stravolgimento vero e proprio, specialmente lì dove la morte violenta e drammaticamente lenta ha già portato via gran parte dell’umanità dei personaggi. O forse per questo sono più umani, capaci di venire a patti con un dolore che a noi pare inaccettabile.

Rispettata da tutti e punto di riferimento a Černovo, Baba Dunja è famosa anche e soprattutto all’estero. Compare sui giornali, scienziati terrorizzati sirecano da lei e la intervistano, osservando il comportamento dei ragni e degli uccelli in quella città fantasma. Baba Dunja diventa il simbolo della resistenza, della vita che continua lì dove tutto è stato distrutto.

Il finale ha la sua coerenza, e la protagonista confermerà i suoi tratti peculiari: un sano cinismo, la praticità, la genuinità, il coraggio, ma anche una profonda tenerezza e capacità d’amare.

Ma io non sono un’invenzione. Io esisto davvero, no, Irina?

Altri consigli della Keller? Accadimenti nell’irrealtà immediata, e soprattutto il meraviglioso Il paese delle prugne verdi della Muller e il reportage Stato di emergenza di Navid Kermani.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
Articolo creato 219

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto