Tutto quello che non ricordo
Tutto quello che non ricordo

Tutto quello che non ricordo

Come fare per non perdere i propri ricordi? Come fare per lasciare di sé una memoria indelebile? Lottare contro il tempo è la lotta di ogni uomo che nasce per morire e non vuole dimenticare né essere dimenticato. Questo è il fulcro del romanzo Tutto quello che non ricordo di Jonas Hassen Khemiri.

Vorrei scrivere parole che possano autenticamente individuare il tema di questo libro, ma la verità è che il suo cuore è Samuel, morto di incidente d’auto (o suicidio?) la cui vita viene ricostruita dalle persone a lui più care con l’aiuto di uno scrittore. E Samuel è una vita che si è spenta e che veniamo a conoscere in ogni sua imperfezione, in ogni angolo di bellezza, nei difetti e nei conflitti.

«Quindi, se dovessi fare in modo che tu mi ricordi per sempre, dovrei parlare senza sosta di come ci si lava i denti?»

«Mmh. O cercare di associarti a qualcosa che si fa tutti i giorni. »

«Tipo bere il caffé?»

«Esatto. Il caffé va bene.» Si guardò intorno. «Ma l’acqua è ancora meglio. Pensa se io riuscissi a fare in modo che tu, nella tua mente, mi associassi al gesto di bere l’acqua. Non ti scorderesti mai di me»

La molteplice verità

Ho sentito Samuel come un amico, fuoriuscito dalla bocca di chi lo aveva conosciuto, e amato, un amico alla ricerca dell’Altro, dell’Oltre, dell’Eterno. Un vorace raccoglitore di esperienze per riempire la sua Banca delle esperienze, emozionato come un bambino e a volte disilluso come un vecchio, innamorato, speranzoso, sognatore. Nipote, figlio, amante.

Cosa sappiamo alla fine di Samuel, ritratto da bocche diverse che tessono racconti così molteplici su di una stessa storia? Forse niente, forse abbastanza. La verità, per Khemiri, non ha una faccia sola. E Samuel è lo specchio di realtà differenti da lui incrociate, di persone con le quali ha condiviso la sua voglia di lasciare un segno, il suo bisogno di custodire con liste e gesti eclatanti ogni brandello di vita vissuta, quasi a credere che fosse possibile.

Quanto deve essere forte uno schianto perché si senta fin nel futuro? A che velocità bisogna andare per sopravvivere nella memoria di qualcuno? Quanto ci si deve avvicinare alla morte per essere degni di diventare storia?

Stoccolma è lo sfondo di una generazione di inquieti, i cui protagonisti si fanno in quattro per aiutare le minoranze, i più deboli, i migranti, sognando però di essere altrove, magari una più sovversiva Berlino o la sicura Bruxelles.

Tutto quello che non ricordo è tecnicamente interessante, perché Khemiri fa parlare i suoi personaggi come se fossero realmente sotto intervista, alternando i punti di vista spesso solo con brevi paragrafi. La lettura scorre veloce pur nella sua poliedricità, confessione dopo confessione, ricostruzione personale, racconto, memoria: cosa resta di noi, da morti, se non frammenti di ciò che resta in coloro che ci hanno amato?

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