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Tutti i russi amano le betulle

La protagonista di Tutti i russi amano le betulle, edito dalla mia amata Keller Editore, è un’immigrata azera che ha tentato, con la sua famiglia, di adeguarsi da ebrea alla Germania, e che segue nel non identificarsi in un’etnia, in una religione, in una nazione. Neanche in quella sua d’origine, poiché le ha arrecato un dolore indecifrabile.

Tutti i russi amano le betulle, in fondo, mi piace perché non è politically correct e non vuole raccontare gli orrori dell’emigrazione forzata: la storia narra piuttosto un mondo contemporaneo in cui, con la facilità di spostarsi da un posto all’altro, le barriere tuttavia non sono state abbattute. Avere un visto in Europa è, per tutti, qualcosa di molto complicato.

Tutti i russi amano le betulle mi piace anche perché non è eurocentrico e non è neanche antieuropeo. Mi piace perché non è pro Israele ma neanche sfacciatamente filopalestinese. Riesce ad avere un punto di vista sul mondo che non è mai netto, non è mai una presa di posizione ovvia: per questo dovrebbe piacere anche a voi. Riesce a farsi ritratto di una generazione intera di viandanti, emigrati, immigrati, molto integrati nel paese che li accoglie, mai del tutto integrati, sempre in discussione. Una nuova generazione di quasi invisibili, nel cui fulcro c’è la critica a una classe sociale occidentale e istruita che è però cieca e sorda.

Nè gli avrei detto che quelli che non hanno l’acqua in casa non sono per forza degli incolti, ma il mio professore era il mio professore e aveva adottato a distanza dei bambini in Africa e in India. Il suo multiculturalismo si svolgeva in centri congressi, sale conferenze e hotel costosi. L’integrazione per lui consisteva nella richiesta di meno velo e più pelle e nella ricerca di un vino esclusivo o di una destinazione di viaggio insolita.

Stile sì, tecnica no

La pecca di questo romanzo? L’arco di trasformazione del personaggio è pressapoco inesistente, la nostra controversa protagonista resta sul filo dell’ansia, dei dubbi, della piattezza e del dolore, pur coi suoi picchi di forte decisione. La trama che viene venduta come “giovane in ambiente multiculturale che torna a cercare le sue origini” ruota in realtà intorno a un lutto. Un lutto che non viene superato e che non è motore della storia, solo il suo centro. L’amore è il tema portante, e forse per questo si fatica a comprendere precisamente quanto il tormento della protagonista derivi dalla sua identità fluida, in costruzione, e quanto dalla sua relazione: sicuramente è l’ultimo aspetto ad essere il meno interessante.

Lo stile di scrittura dell’autrice di Tutti i russi amano le betulle è tuttavia interessante, ho letto con un’amara malinconia lo scorrere della prima persona in questa storia che purtroppo resta poco appassionante per i suoi errori che definirei tecnici. I temi trattati sono affascinanti e ho come l’impressione che quando l’autrice narrava fatti autobiografici la forza della sua scrittura fosse decisamente più intensa. Un po’ come Sally Rooney alla prima uscita, sembra solo che Olga Grjasnowa manchi di un po’ di esperienza.

“L’odio non era un fatto personale, ma strutturale. Le persone non avevano più un volto, degli occhi, un nome e un lavoro: erano diventati azeri, armeni, russi e georgiani. Persone che si conoscevano da una vita, dimenticavano tutto ciò che sapevano le une delle altre.”

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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