Un classico forse un po’ difficile da rileggere ai giorni nostri.

SINOSSI: “Nell’incantata, effervescente Parigi degli anni trenta, precisamente nel 1934, viene pubblicato da un piccolo editore un libro intitolato Tropico del Cancro: sarà la miccia di uno scandalo morale e di un’insurrezione letteraria che attraverserà tutto il secolo. Negli ambienti più conservatori si parla di pornografia, nei caffè avanguardisti si inneggia alla rivoluzione: la verità è che Tropico del Cancro è uno dei grandi capolavori della letteratura novecentesca, un romanzo autobiografico insostituibile per la forza e la fluidità del suo linguaggio, la potenza del suo immaginario, la vivida resa degli ambienti e dei caratteri. È lo stesso Miller a parlarci di sé in prima persona, a raccontarci dei suoi amici, dei miseri eppure vibranti quartieri che attraversano e vivono. Di ubriachezza in ubriachezza, di donna in donna, di rissa in rissa, di illuminazione in illuminazione. Con una scrittura travolgente e fluviale, che trasfigura ogni evento delle piccole, eccezionali vite che sono le vite di tutti noi, facendole diventare un’epica nuova, l’epica dell’essere umani, un’epica che cantiamo tutti ritrovando in noi la sete di libertà di questo straordinario scrittore.”

 

TropicoDelCancro_Champagne

 

All’epoca fece scandalo, ok, fu rivoluzionario. Adesso? Diciamo che non fa proprio scalpore. Tanto sesso, molte prostitute e bordelli, una Parigi idolatrata, palcoscenico assoluto per le vicende dell’autore stesso. Una sinossi che spiega tutto.

Ci sono delle parti di pura poesia, stralci di Tropico del cancro per cui si capisce perfettamente perchè è da considerarsi un classico.

 

Tutto si raccoglie in un secondo, che è o consumato o non è. La terra non è un arido altopiano di salute e di agi, ma una grande femmina distesa col torso di velluto che si gonfia e grava d’onde oceaniche; geme sotto un diadema di sudore e pena. Nuda e sessuata rotola fra le nubi nella luce violetta delle stelle. Tutto di lei, dalle mammelle generose alle lucenti cosce, divampa di un ardore furioso.

(Lei) Si leva da un mare di facce e mi abbraccia, mi abbraccia con passione; mille occhi , nasi, dita, gambe, bottiglie, finestre, borse, piatti, tutti ci fissano e noi uno nelle braccia dell’altro, dimentichi. […] io l’amo e sono felice e sarei pronto a morire.

 

La confusione, gli episodi buttati a caso l’uno dietro l’altro… la mancanza di un filo logico e i temi interessanti e mai approfonditi, il tutto condito con un po’ di volgarità e superficialità, e anche superbia, rendono Tropico del cancro molto ostico. Eppure al tempo stesso di innegabile grandezza. Si può dire che non sia di facile acchito, come del resto la maggior parte dei classici, ma è un raggio di luce gettato sulla Parigi degli anni Trenta.

 

Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o si uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l’Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c’è scampo. Non cambierà stagione.