un chien andalou, articolo sul teatro e la soglia

La soglia: teatri e visioni alle soglie dell’invisibile

di Francesca Fogliano

Questo articolo, insieme con il mio lavoro di tesi, nasce da un forte interesse personale per il teatro e in generale per le arti che mi ha da sempre accompagnato, ma soprattutto e grazie all’ispirazione che mi ha colto seguendo il corso del Professor Ettore Massarese, il quale mi ha fatto emozionare e scoprire cose che mi sarebbero, senza di lui, rimaste ignote.
Le sue lezioni, così interessanti, è come se avessero fatto accendere dentro di me un proiettore che ha illuminato alcuni sentimenti e sensazioni che mi erano indecifrabili e che da sempre mi davano turbamenti, ma ai quali, messi in luce, mi sembra finalmente di essere riuscita a imporre un nome e in questa maniera a gestirli, per non dire di averli esorcizzati. Non è stato facile poiché facilmente mi perdo nei pensieri, né mi vanto di avere una buona memoria. Nonostante questo sono soddisfatta di questo scritto perché penso che mi abbia aiutato a mettere in ordine le idee, spesso disordinate, e spero che possa essere spunto di riflessione per chi lo leggerà.

Sul concetto di Limen

Quello che ho cercato di fare è stato un tentativo di avvicinarmi a quel luogo, che abbiamo chiamato Limen, confine, soglia, tra visibile e invisibile, tra luce e ombra, tra il perturbante e il quotidiano. E una volta nei pressi, sull’uscio di questo spazio di transizione, ho cercato quando possibile, di oltrepassarlo, di sconfinarlo.

Partendo, alla ricerca di questo confine, da un’analisi antropologica, ritornando alle tribù nomadi dell’antichità per riscoprire l’origine sacra del teatro, passando per il teatro greco e poi per la pittura e il cinema e infine attraverso le pieghe dell’animo di Amleto, mi sono accorta che quasi sempre, che sia coscientemente o meno, che sia pure per caso, la soglia si ripresenta ancora e ancora nelle arti.

È li, al confine di questa regione sconosciuta, che una volta sfiorata non si può lasciare senza che se ne rimanga contaminati, che “le parti, varianti variabili dei corpi in scena, io-sospesi alla ricerca di corpi” trovano i corpi
attorici. La mente umana è in grado di immaginare e produrre visioni che vanno oltre il visibile.

Se volessimo richiamare la letteratura su questo tema, verrebbe subito a mente Leonardo, che chiama “volatile” quella funzione della mente che è in grado di figurarsi immagini oltre la linea del percepibile. Anche la siepe di Leopardi può collocarsi in questa direzione, regalandoci un’immagine molto eloquente del limite tra visibile e ignoto, anzi è proprio il limite, la siepe, che chiudendo lo spazio, separando il visibile dall’invisibile fa nascere la sensazione dell’infinito, dell’eterno.

È interessante in questa breve indagine tra il visibile e l’invisibile e più specificamente sullo spazio di transizione tra essi, partire da una riflessione sulle usanze delle tribù nomadi delle società arcaiche.

Tra i vari riti collettivi c’era quello in cui la tribù si riuniva intorno al fuoco. La luminescenza delle fiamme creava un cerchio di luce, un perimetro di percezione visiva oltre il quale c’era il buio, l’oscurità della notte, l’ignoto, da dove provenivano fruscii inquietanti e voci di esseri sconosciuti. All’interno del cerchio c’erano gli sciamani, con i loro racconti, i canti e le danze. I membri della tribù erano tutti radunati intorno al fuoco.
Lo sciamano tramite il rito porta tutto quello che c’è al di la del cerchio di fuoco all’interno di esso.

La porta, il sipario

Cos’è il teatro? Il teatro è mostrare l’oscuro, tutto quello che c’è al di là del perimetro di percezione visiva è materia di teatro. Il limen tra visibile e invisibile è quindi la porta, una porta socchiusa, il sipario, attraverso il quale dal mondo dell’ombra entrano fantasmi, ma solo i fantasmi che posso essere gestiti, rappresentati in maschera.

Come non pensare subito al principe più famoso di tutti, Amleto! Riscoprire il confine tra luce e ombra vuol dire riscoprire l’archè del teatro. L’attore deve stare vicino a questa porta tra visibile e invisibile, tra il perturbante e il quotidiano. Dietro la porta c’è il magma dell’inconscio, l’indicibile, è la zona carsica. Anche nel teatro classico questo limen persiste, persiste cioè la dimensione dell’inconoscibile.

Prendiamo come esempio Ippolito di Euripide. Può Fedra dire al figliastro che lo ama e che vuole giacere con lui? Glielo fa dire dalla nutrice, al di qua della porta c’è Fedra, non vediamo né sentiamo quello che la nutrice dice ad Ippolito, vediamo solo Fedra che origlia e dalla sua reazione si comprende che lui la respinge.

Dietro la porta c’è l’indicibile, l’osceno. La porta è allora una soglia, un limen tra la scena e quello che c’è dietro, tra il visibile e l’invisibile, tra il perturbante e il quotidiano, tra il lecito e l’illecito.

Carmelo Bene, parlando dell’osceno, lo definì proprio os skenè, cioè ciò che è fuori dalla scena, ciò che non è rappresentato, visibile. Ma proprio il non essere in scena per lui equivaleva a smarrirsi, a perdere il senso e
l’identità per partorire una creazione nuova.
Il teatro che etimologicamente deriva da un verbo greco che significa “guardare”, nasce proprio dalla correlazione tra qualcosa di aperto, che è del tutto visibile cioè l’orchestra, dove si svolge l’azione degli attori e del coro, e qualcosa che invece sfugge, che è nascosto. Infatti gli attori agiscono davanti ad uno sfondo, di solito una facciata di un palazzo che nasconde una specie di baracca dove gli attori si cambiano. Sulla facciata di questo palazzo c’è una porta, che apre su un mondo che lo spettatore non vede, ma di cui intuisce la presenza, perché una porta c’è!

Questa porta non è chiusa, è un confine che deve poter essere sconfinato. È una membrana permeabile attraverso cui l’ignoto e l’indicibile, l’inconscio passa filtrato.
L’attore deve stare vicino questa porta, deve far emergere il perturbante dal proprio corpo. È proprio il corpo dell’attore che si fa porta socchiusa, si fa soglia tra l’interiorità propria dell’attore e il corpo dell’attore/personaggio.
L’attore deve essere membrana che vibra con un vento che viene da un’altra parte.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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