future is everyday, punto nemo

Sui temi del clima e del femminismo: contro l’opinionista ingenu*

di Alessandro Mastrangelo

Si dice che ogni generazione abbia le sue “grandi battaglie”. La mia sembra essere caratterizzata principalmente dai temi della crisi climatica e della violenza di genere.

Le ragioni che mi spingono a scrivere queste parole sono scaturite dalla proliferazione di opinioni e opinionist* ingenu* verificatasi sui social attraverso la pubblicazione di post dal tono moralizzante e dal gusto amaro. Ricordo, tanto per citarne un paio, alcune vignette che hanno suscitato in me una certa indignazione; una citava la frase, attribuita ad un intellettuale di sinistra (Chico Mendes, un sindacalista e attivista brasiliano che personalmente non avevo mai sentito prima e probabilmente neanche molt* altr* opinionist* ingenu*) “L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”, circolato nel periodo di più intensa attività da parte di Greta ed il “clan della borraccia”, mentre la seconda mostrava una donna che maltrattava un uomo, il quale, poverino, si chiedeva se non fosse anche quella violenza di genere. In aggiunta, sapere che conoscenti, reali o virtuali, condividono i suddetti e simili vari post di tali fattezze, rincara la dose di indignazione. Sono consapevole della contraddittorietà alla quale mi sto esponendo, indossando anch’io i panni dell’opinionista ingenuo, dell’interprete popolare dell’ultimo momento con in mano la soluzione ai problemi del mondo, che cerca di mostrare la giusta via, quella ragionata (secondo me), alle genti che deviano da quella. Ma ciò non significa necessariamente che questo sasso nell’acqua meriti in minor misura di finire sul fondale della pozza insieme agli altri, perciò vi propongo, con vane speranze e certamente mal celate di esercitare una seppur minima influenza, le mie scarne riflessioni.

Chico Mendes

La crisi climatica e Greta Thunberg

Andiamo con ordine. La crisi climatica, Greta Thunberg il fantoccio, le teorie del complotto e il bombardamento mediatico rispetto ai rischi ambientali, ecc. Tutt* ormai, o quasi, siamo consapevoli dell’esistenza della suddetta crisi. Peraltro, ciò è un dato, reale e oggettivo, comprovato da decenni: i modelli climatici in uso negli anni ’60 e ’70, per quanto rudimentali, si sono dimostrati col senno di poi piuttosto accurati, come riportato uno studio recente condotto da un consorzio di università americane. Nel ’72 fu pubblicato un libro dal tono profetico che già allertava sui pericoli del mito della crescita infinita, “I limiti dello sviluppo” (The limits of growth); in aggiunta, la crisi petrolifera del ’73 dimostrò al mondo occidentale che le risorse energetiche erano uno scarseggiante bene di lusso, tanto che fu sufficiente un’impennata dei prezzi del greggio imposta dai Paesi produttori per mandare all’aria un intero sistema economico. Insomma, gli indizi per intuire le problematiche per le quali oggi combattiamo in modo ambiguo non mancavano. Naturalmente la consapevolezza delle cause e degli effetti è ora più amplia che mai, ma a quanto pare non è sufficiente perché, anche solo da un punto di vista ideologico, vengano appoggiate quelle battaglie che le e gli opinionist* ingenu* scartano in quanto esche acchiappatopi.

Io dico che la consapevolezza non basta. Sapere che si stanno verificando fenomeni “poco gradevoli”, come l’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai, la desalinizzazione delle acque, l’avanzamento della desertificazione, i disboscamenti, l’aumento degli incendi, l’aumento di carestie e siccità, le specie a rischio, lo sbiancamento delle barriere coralline, l’aumento della diffusione delle epidemie (non solamente dell’ormai leggendario covid19), la contaminazione dei mari e degli oceani, lo sciame di locuste che sta devastando mezza Africa o la stramaledetta isola di plastica nel mezzo del Pacifico e chi più ne ha più ne metta (spero abbiate letto tutto d’un fiato, tanto per avere l’idea del vortice discendente di danni a catena che stiamo provocando), da un lato, e, dall’altro, sperare che la sensibilizzazione al riciclo venga presa sul serio, che le persone non buttino le sigarette in spiaggia, che le potenze mondiali si decidano ad effettuare la benedetta transizione alle rinnovabili durante la prossima COP non-so-che, che la filantropia di Bill Gates o il genio di Elon Musk ci tirino fuori dalle sabbie mobili, che le navi da crociera non passino per Venezia e non si esibiscano nel pittoresco inchino troppo vicine alle coste, che i poveracci dell’altro mondo smettano di riprodursi utilizzando quei cavolo di preservativi che nelle feste di compleanno utilizziamo come palloncini per fare quelli simpatici ma che loro non possono permettersi, ebbene, car* opinionist*, non basta. E no, non basta davvero.

Greta Thunberg, i gretini, il fan club della borraccia e dei prodotti bio, quelli che preferiscono il tofu alla chianina, i vegani e i nazi-vegani, non sono esattamente delle e degli scem*. L’opinionista ingenu* si rispecchierà senz’ombra di dubbio in frasi come “Sono solo degli esaltati”, “Greta Thunberg è un’adolescente ricca manovrata dai cattivoni dei governi per tenerci buoni”, “Manifestare in questo modo non serve a nulla, il cambiamento deve venire dall’alto”. E io dico, può anche essere, ma ciò non toglie il fatto che anziché remare contro, dovremmo comunque appoggiare. La lotta, la grande battaglia della nostra generazione, è la stessa, cambiano solo i modi, le strade che ognuno di noi nella sua quotidianità sceglie di percorrere per giungere alla stessa meta. Certo, non è la rivoluzione cubana e Greta non ha il carisma di Castro e Guevara, non ha lo stesso impatto, non ha le stesse risorse; non siamo nel Messico della rivoluzione zapatista e il clan della borraccia non è l’EZLN. Ma nemmeno la società nella quale viviamo è la stessa: siamo circondati da comodità di ogni sorta che dovremmo abbandonare per limitare i danni ma non lo facciamo, aspettando un provvedimento coercitivo dall’alto e che, da un lato, speriamo non arrivi perché “tanto le conseguenze non le vivrò in prima persona, non è un problema mio e poi non mi va di spostarmi con i mezzi pubblici, puzzano e il coronavirus viaggia gratis”; riempiamo i momenti di solitudine e inattività osservando schermi che spenti ci aiuterebbero di più (non per evitarne l’informazione manipolata e manipoltrice che ne carpiamo, ma più semplicemente da un punto di vista energetico. Pensate anche ai soli server e tutto ciò che permette di esistere alla rete…e se si prevedesse un giorno alla settimana durante il quale tutti gli schermi e tutte le connessioni restassero spenti? Chissà quanto influirebbe e quanto saremmo onesti…).

Insomma, tutto quel che volete, eppure Greta, che ci crediate o no, ha mosso masse significative. Numeri che contano. Inoltre, nella società caratterizzata dall’individualismo, dall’importanza delle proprie emozioni, dall’impatto del sensazionalismo e dalla continua iperpsicologizzazione della realtà e delle relazioni con l’altr*, magari il viso tondo di un’adolescente incazzata in cerata gialla è più utile di un folle con sigaro e giacchetto verde militare che vuol formare un esercito rivoluzionario clandestino. E mentre noi aspettiamo che ci servano la soluzione come se fosse un terno al lotto, più di una città nel mondo ha iniziato un conto alla rovescia in giorni (in GIORNI, badate bene) prima del “water day zero”, cioè quando l’acqua non sarà più disponibile; altre, come in Nepal, effettuano dei black out controllati, così si chiamano, cioè periodi programmati durante i quali alla popolazione non è concesso non usufruire, ma avere accesso alla corrente elettrica; ad Agbobloshie, Ghana, c’è la più grande discarica di rifiuti elettronici nel mondo e le persone bruciano cumuli di materiale al fine di eliminare le parti in plastica e ricavarne i metalli da rivendere per qualche spicciolo, inquinando l’intero ambiente circostante e subendone le feroci conseguenze; il governo di Kiribati è stato costretto ad acquistare appezzamenti di terreno da altri stati per poter riallocare la propria popolazione, dato che tutte le isole che ne costituiscono il territorio saranno sommerse anche se e qualora riuscissimo a contenere l’aumento delle temperature. E intanto, un’altra triste vignetta è recentemente comparsa sulla rete, dal contenuto macabro che funge da collante perfetto per passare al prossimo tema.

contro Greta Thunberg

Femminismo e violenza

Femminismo, violenza di genere, stupri impuniti, aborto, femminicidio. Questa battaglia è tornata alle luci della ribalta durante le manifestazioni tenutesi a Valparaíso e Santiago, in Cile, grazie alla risonanza mediatica del balletto svolto da un ampio gruppo di femministe, Las Tesis, il cui testo intonava “Un violador en tu camino”, parodia tetra dello slogan della polizia cilena “Un amigo en tu camino”. La coreografia si è poi diffusa a macchia d’olio, ripresa anche lo scorso gennaio sulle soglie di un tribunale di New York, dove si stava svolgendo il processo per le decine di accuse di molestie e violenze sessuali contro il produttore americano Weinstein. Il povero comunque è in buona compagnia, considerato che persino l’attuale caricatura del presidente degli Stati Uniti è stato accusato degli stessi reati. La sentenza, perlomeno nel caso Weinstein, si è conclusa con un regalo tutto da scartare per il furbastro del cinema, ventitré anni di carcere. Ma, com’è fin troppo semplice immaginare, sono innumerevoli i casi simili nel mondo che restano impuniti.

Ciò detto, le battaglie del femminismo hanno una storia ancor più lunga del problema ambiente. Le prime giornate della donna furono istituite già all’inizio del secolo passato. Scrivendo ciò, quel che vorrei qui sottolineare è il fatto che il problema non è un capriccio di qualche disgraziata che sfrutta il momento per riuscire in non so cosa a discapito dei maschietti, ma che la lotta femminista ha radici storicamente profonde, che vanno a scavare fin nelle società più antiche. Se oggi (fortunatamente) esistono movimenti femministi, non si tratta dell’orchestrazione di un enorme dispetto nei riguardi dell’uomo, ma di un qualcosa di strutturale, che legittima forme sottili di discriminazione delle quali, spesso, neanche le stesse donne sono consapevoli.

Si tratta di riflettere più a fondo. Sento uomini dire “Mia moglie mi ha lasciato solo con nostro figlio”, addirittura esiste un’associazione per la tutela dei diritti degli uomini, che annovera tra i suoi sostenitori una serie di persone (non solo maschi) che lamentano i problemi più vari, dall’affidamento dei figli ai maltrattamenti fisici.

Ebbene, non si tratta di tener conto dei singoli casi. Nessuno sogna di negare le singole esperienze, ma viviamo in un sistema sociale talmente vasto e vario che è oggettivamente impossibile tener conto della totalità dei singoli. Il discorso femminista mira all’annientamento di pratiche che, in un certo qual modo, sembrano ormai naturali, dal punto di vista dell’uomo. Quante volte avete ascoltato una persona esclamare, a seguito di uno stupro, “Se l’è cercata, altrimenti si sarebbe vestita diversamente e non in modo provocante!”? A prescindere dal carattere abominevole di una tale affermazione, c’è qualcosa a monte che non quadra e che lavora in modo che qualcuno sia capace anche solo di pensarla una simile assurdità. Inoltre, volendo giocare sullo stesso piano dell’opinionista ingenu* che rifiuta il femminismo, quando si legge di stupri sugli uomini, qualcuno ha mai detto che il tipo era vestito succintamente? O forse è più facile pensare che era la donna ad essere una predatrice in questo caso? Per non aggiungere le corbellerie che sanciscono la legittimità di certi atti a partire da una fantasiosa predisposizione biologica del maschio per quanto concerne gli atteggiamenti sessuali. Proviamo a sondare con l’immaginazione quanto sofferta possa essere un’esperienza di stupro, proviamo ad immaginare cosa significhi contrarre una malattia e magari una gravidanza da un atto sessuale mai e poi mai desiderato…come ci sentiremmo? Cosa proveremmo? Per cui, opinionist* ingenu*, e in questo particolare frangente probabilmente misogin*, andiamo oltre la frontiera della nostra individualità.

Conclusioni

Insomma, il messaggio che vorrei passasse alle e agli opinionist* ingenu* è di riflettere con più calma e più profondità. Oltretutto, tutto ciò succede continuamente intorno a noi ed è sufficiente prestare un pizzico di attenzione per penetrare il problema in modo più vivo. Apriamo gli occhi, i problemi per i quali ambientalismo e femminismo lottano sono reali e insospettatamente vicini a tutt* noi.

Personalmente, non sono un attivista. E anch’io in alcuni momenti della mia vita sono caduto nella trappola dell’opinionismo non richiesto, come d’altronde sto facendo ora. Ma col tempo sono stato in grado di lavorare su certe sfumature del mio modo di ragionare, che, credetemi, non è mai dipeso solo e soltanto da me, ma anche, se non in buona parte, da influenze più grandi e che non saprei neanche localizzare, tanto sono sfuggenti. Oggi mi piace credere che l’appoggio alle grandi battaglie si possa sostenere anche così, nell’intimità dei propri pensieri di ogni giorno. Continuo a ripetermi che prima o poi mi darò all’attivismo nudo e crudo, per il momento mi sollazzo con, diciamo, delle metafore. Anzi, una in particolare: l’anarchia. Quel che intendo, però, non è l’utopia di una forma di organizzazione politica senza uno stato centralizzato; mi riferisco piuttosto ad una postura di pensiero critico, per questo ho parlato di metafora. Una postura che attraverso l’esercizio ci permetta di scardinare il senso comune, quel limite superficiale sul quale le opinioni e i giudizi si annidano inconsciamente, privandoci repentinamente di intendere le problematiche dell’attimo fino al loro nocciolo più scottante, quello che poi dà animo e gambe alla lotta. Una lotta che, nonostante possiamo non condividerne i mezzi e alcune sfumature, prima di essere disprezzata e riposta in un angolo del profilo Facebook, dev’essere compresa.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
Articolo creato 211

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