Storie dei Cronopios e di Famas di Cortazàr

Cortazàr, inflazionato Cortazàr che poi – poesie a parte – a leggersi è difficile, a volte (come ne Il gioco del mondo), perchè si rischia di perdersi nei meandri labirintici della mente geniale dell’autore. Eppure lo scrittore argentino è uno Scrittore, senza che ci sia bisogno di tirargli dietro elogi o presentazioni, per cui leggerne i racconti è un atto più semplice ma non meno laborioso e stimolante.

Cronopios e Famas è una raccolta di racconti brevi, alcuni dei quali di solo qualche rigo. Brillanti alcuni, criptici altri, opinabili altri ancora. Istruzioni per fare cose semplici (esempio: piangere), episodi banali carichi di significatività, frasi, scene, quasi flash autoconclusivi che lasciano domande, a volte, oppure che divertono e pungolano. Ma questa raccolta è famosa per la storia episodica finale da cui prende il titolo. Vale la pena una lettura solo per capire di cosa parla Cortazàr, cosa intende con le parole bizzarre Cronopios e Famas?

Sì.

Siamo noi

Che le tartarughe siano grandi ammiratrici della velocità è cosa del tutto naturale. Le speranze lo sanno, e se ne infischiano. I famas lo sanno, e ne ridono. I cronopios lo sanno e ogni volta che incontrano una tartaruga tirano fuori i gessetti colorati e sulla curva lavagna della tartaruga disegnano una rondine.

A popolare il regno immaginifico e immaginario di queste storie sono creature particolari, inesistenti, incarnazioni sovrannaturali che alla fine sono esattamente noi, siamo noi, tanto che solo un autore geniale come Cortazàr poteva trasporre così bene, tramite le parole, l’universalità che accomuna gli uomini.

I Cronopios, esseri dionisiaci, forse, liberi, verrebbe da dire, ma neanche tanto: sono la purezza delle emozioni e la capacità di stupirsi ancora, di trovare la bellezza, di celebrare la vita in ogni sua manifestazione, anche la più trascurabile.

Quando i cronopios cantano le loro canzoni preferite il loro rapimento è tale che più d’una volta sono finiti sotto un camion o una bicicletta; cadono dalla finestra, perdono quel che avevano in tasca e persino il conto dei giorni. Quando un cronopio canta, le speranze e i fama accorrono ad ascoltarlo, anche se non riescono a capire del tutto tanta estasi e anzi, il più delle volte, si mostrano alquanto scandalizzati. Al centro del gruppetto, il cronopio alza le braccine come voler tener alto il sole, come se il cielo fosse un piatto e il sole la testa del Battista, e così la canzone del cronopio è Salomè che danza nuda per i fama e le speranze esterrefatti e tutti occhi, là a domandarsi se in fin dei conti il signor curato, se le convenienze. Siccome però in fondo sono buoni finiscono tutti per applaudire il cronopio che sbigottito torna in sé, si guarda intorno e si mette anche lui ad applaudire, caro.

I Famas sono incastrati in un grigiore quotidiano, silenzioso, tumefatto, statico. Sono i binari da seguire, sono le regole, sono la derisione e il distacco, sono i bigotti, i normali, gli asserviti ignavi, sono anch’essi noi, tra di noi. Sono quelli del lavoro per fare carriera e del giudizio, della risatina alle spalle, pur capaci di forti cambiamenti, anche più improvvisi e inaspettati. Sono insicuri, del resto, e umani.

I Fama, per non perdere i loro cari ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e due parole, lo avvolgono in un lenzuolo nero e lo sistemano rigido contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: Gita a Venezia oppure: Frank Sinatra.
I Cronopios invece, questi esseri disordinati e caldi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: Non farti male, sai, e anche: Sta’ attento, c’è uno scalino.
Questa è la ragione per la quale le case dei Fama sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei Cronopios son sempre sottosopra e han porte che sbatacchiano.
I vicini si lamentano sempre dei Cronopios e i Fama scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

Speranze

Ma del resto, come ha scritto Calvino: “Osservando bene, si vedrà che è una determinazione degna dei famas che i cronopios mettono nell’essere cronopios, e che nell’agire da famas i famas sono pervasi da una follia non meno stralunata di quella cronopiesca.” La distinzione tra le due categorie non è netta come si può credere, perchè netti non siamo noi uomini, ecco che Cortazàr descrive ancor meglio una condizione umana così visionaria eppure profondamente reale.

Tra Cronopios e Famas viaggiano le Speranze, che vengono risucchiate dagli uni e dagli altri, che reggono il mondo e noi tutti. Come affamati, sia i Cronopios che i Famas si nutrono di speranze vaganti, luccicanti, illusorie o piene, e sembrano star lì a dire che da qualunque lato noi propendiamo, qualunque slancio decidiamo di assumere nel cammin di nostra vita, la speranza sarà se non l’unica salvezza, sicuramente fonte di sogni e inesauribile causa e fine.

Ecco per quale motivo Cortazàr – già da tutti ammirato, con queste storie si fa amare, se possibile, ancora di più.

Un cronopio si imbatte in un fiore che se ne stava solo nei prati. Sta per coglierlo brutalmente, ma pensa che è un’inutile crudeltà e si mette in ginocchio accanto a lui e gioca allegramente con il fiore, ecco: gli accarezza i petali, gli soffia sopra perchè balli, ronza come un’ape, ne aspira il profumo e infine si corica sotto il fiore e si addormenta immerso in una grande pace. Il fiore pensa: «È come un fiore. »