Stoner di John Williams
Stoner di John Williams

Stoner di John Williams

Mi sono fatta convincere dalle entusiastiche e positive recensioni di Stoner, così l’ho comprato e affermo senza peli sulla lingua che Stoner è un romanzo di una noia mortale. É uno di quei romanzi che apprezzi a-posteriori, quando comprendi l’intento della storia, la riuscita idea dell’autore, l’universalità del tema trattato – la vita umana. Sono eccezionalmente stimolanti tutti quei romanzi che ti conducono a una riflessione finale capace di durare giorni interi, ma nel caso di Stoner il giudizio è troppo influenzato da una lettura piatta, pur funzionale alla costruzione di un personaggio mediocre e apatico. In sintesi Stoner è un libro che non rileggerò mai, che non appassiona, ma che fa così: stimola riflessioni a-posteriori.

Preferirei forse una scrittura disordinata e sperimentale e una trama illogica a questo prodotto preconfezionato e tedioso, ma il punto è che così a volte può essere la vita: Stoner è arrivato ai lettori proprio perché dà voce al tedio di tante esistenze che iniziano e si concludono con lo stesso uguale andamento, questa è la sua forza, la bellezza millantata dalle recensioni. Stoner è l’uomo qualunque che non dà significato altro alla sua esistenza, è un umano tra gli umani e poi?, semplicemente muore.

La vita ordinaria che è la normalità

Stoner è un ragazzo di campagna con capacità introspettive pari a zero, che per caso viene inviato a studiare agraria dal padre ma si innamora invece della letteratura inglese. Il resto degli eventi della sua vita è più un susseguirsi di casualità che di vere e proprie scelte (ancora, come accade in molte vite).

Stoner è un uomo comune che non fa assolutamente niente per rendere la sua vita straordinaria. Diventerà un insegnante, nel frattempo passano due guerre mondiali e lui si sposa con la prima per cui provi qualcosa. La moglie Edith sarà il fulcro di un matrimonio terribilmente insoddisfacente, di cui lei sarà la protagonista infelice indiscussa. Depressa, isterica, schiva, cagionevole, frigida, renderà un rapporto privo di passione una prigione non esente da colpi bassi. La nascita di una figlia, voluta per capriccio, non farà che peggiorare il malessere della coppia in cui Stoner, naturalmente, fa solo da soprammobile.

L’unico ambito in cui Stoner si sente a suo agio, anche se non del tutto, è l’insegnamento. E giù descrizioni minuziose e dettagliate della vita universitaria e degli alunni e dei seminari, quel quotidiano che non mi auguro mai di trovare in un romanzo. Neanche la passione per una dottoranda cambierà la personalità di un passivo Stoner, che anche da innamorato resta attaccato a una vita infelice e modesta, priva di ambizioni e di emozioni.

Il senso dell’esistenza

Un romanzo che stimola riflessioni a-posteriori, dicevo. Perché mentre leggevo Stoner con l’impressione che un vecchio professore (John Williams alias Stoner) con poco talento per la scrittura e tanta nostalgia per il passato avesse semplicemente buttato giù le sue memorie, arriva la vecchiaia. Con il trascorrere lento di anni tutti uguali di inazione e di insegnamento, si apre a una nuova visione delle cose, della sua intera storia, e la vede per quella che è: un flusso di eventi insignificanti. Nel quale lui è stato un uomo tra i tanti, e qui si scorge la terribile coscienza dell’inutilità dell’esistenza.

Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

In fondo, Stoner è un libro scritto in modo mediocre, in cui c’è poco trasporto, una narrazione petulante e scontata: eppure Stoner potremmo essere tutti noi, Stoner sono io, Stoner è l’uomo nel suo tragico destino – vivere per morire, senza sapere il perché.

Infine, se vi va di dare un occhio al mio Instagram ne sono felice – oppure qui ho creato una pagina con i miei ultimi grafici.

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