Vincitore del premio Campiello Opera Prima nel 2011, la storia di disadattati fuori dal comune.

SINOSSI: “Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui “l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima”, in una casa assediata dalla multa. Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Un giorno però Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese che comincia a insegnarle la sua lingua: gli ideogrammi. Assegnando nuovi significati alle cose, apriranno un varco di bellezza e mistero nella vita buia di Camelia. Ma Wen nasconde un segreto, assieme a uno strano fratello che dietro una porta deturpa vestiti…”

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Strana e particolare questa storia, che poi è quella di Camelia e sua madre. Sua madre che non parla, i loro dialoghi immaginari, i loro gesti a tratti folli a tratti dolcissimi, un rapporto slabbrato come un maglione troppo usato, lo shock che ha invaso le pareti di casa. La solitudine. Questi li elementi di un libro che non lascia il segno ma che si fa ricordare per la sua diversità, per essere un po’ fuori dagli schemi.

Camelia distrugge vestiti, distrugge fiori, si chiude in un mondo minuscolo – in un buco, come quello dove suo padre è morto in un incidente, mentre era con la sua amante. Un buco che continua ad ossessionare sua madre, muta, depressa, impazzita dal dolore. Camelia si apre solo con Wen, un ragazzo che gli insegna il cinese ma che è più strano che mai e che sembra nascondere chissà quale segreto – ma non vi illudete, non è nulla.

 

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.[…] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada.

 

Il tentativo di tutti i personaggi è quello di uscire dall’immobilità della depressione che li pervade e li circonda, soffi di lampi che cercano di dar vita a marionette sconclusionate e sofferenti. Ciò che colpisce di questo romanzo è il rapporto madre figlia, chiuse in un comune dolore, impossibilitate nel comunicare se non attraverso vie secondarie.

Rivolto a un pubblico giovane, sia per lo stile che per i contenuti. Si apprezza la scrittura di Viola di Grado in una storia intimista e originale. Finale angosciante che non lascia scampo, un po’ forzato.

 

Sollevai lo sguardo e le mi disse il sorriso “Tesoro te l’avevo detto  non farlo mai più non parlare mai più con le persone promettimelo.” […] La finestra si chiuse con un boato. «Prometto.»