Rondini per formiche di Giorgio Ghiotti

Un esordio interessante e una scrittura particolare con qualche falla, però, nella storia.

SINOSSI: “Tommaso e Nicole Ciabatti sono fratelli e complici. Vivono in una bella casa dentro la quale, però, il padre è fuggito e la madre è impazzita. Tommaso e Nicole studiano e si curano dei genitori, responsabili e precisi come talvolta sono i bambini. Certo, vedono cose che gli altri non vedono, e si innamorano di persone che altri non guardano e di libri che altri non leggono, barattando la realtà con le storie, come rondini per formiche, si affacciano alle finestre aperte su una Roma seducente e leggono i giornali a voce alta per incorniciare le loro vicende familiari con lo spazio e il tempo di tutti. Come i ragazzi di Prevert, anche quelli di Giorgio Ghiotti, “si baciano in piedi e non ci sono per nessuno” ma non sempre hanno un letto dove stendersi e stare abbracciati. Al suo esordio nel romanzo, Ghiotti con un tono sognante e visionario e una lingua possente, racconta i disastri e gli amori dei ragazzi che, seduti su un motorino, corrono per viali e vicoli fino a diventare grandi.”

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Iniziamo con: ma che c’entra questa sinossi? Un bel niente, in particolare le ultime righe. Ammetto che sarebbe stato difficile per chiunque scrivere la sinossi di “Rondini per formiche”.

La lettura inizia con grande entusiasmo perché la scrittura di Giorgio Ghiotti è davvero originale e interessante, e non c’è niente di più bello che godere di uno stile particolare. Di quelli che sai che ti fanno penetrare nella mente dello scrittore, nella sua fantasia, nella sua capacità di rendere semplici azioni in termini di sensazioni.

 

Mio padre, nella nostra casa d’infanzia, stava proprio bene. Una mancanza dentro una mancanza. 

 

Particolare e a tratti emozionante. Ma c’è un MA, purtroppo, che non convince del tutto. La difficoltà di Tommaso e Nicole – coi genitori, con gli altri – e il loro crearsi un mondo quasi non reale, diverso purchè sopportabile, è il fulcro della storia. Il punto di forza del romanzo è la sensibilità con cui l’autore narra la storia, l’immaginazione che utilizza nel trasformare semplici gesti in poesia scritta. Ma ciò che lascia l’amaro in bocca è il non concludersi del romanzo, no, non è corretto, non è di conclusioni che si parla, ma: che cosa lascia? Cosa cambia durante lo scorrere delle riflessioni, dei ricordi, dove si arriva? La storia va senza mai prendere una svolta, gira in tondo indefinita. L’autore che cosa ha voluto dire? Cosa c’è dietro queste parole?

Chiuso il libro mi sono chiesta perchè avrei dovuto ricordare questa storia, e non mi è venuto in mente un motivo nello specifico. Ben scritta, ma ho come la sensazione che non sia bastato. Sono certa che potreste dimenticarla facilmente, dopo qualche mese. Si spera in altre opere del dotato Ghiotti.

 

Però mi affascinava l’idea che, per incontrarsi, qualcuno ci deve tagliare, e non senza dolore, perchè è più facile riconoscersi da una stessa ferita.

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