Rientro vacanze puntonemo

Il ritorno dei barbari: l’emigrato che torna

Il ritorno dei barbari è prendere il treno. É il Natale, la valigia colma di cibaria, le domande a cui mai c’è adeguata risposta. Il ritorno dei barbari è ripopolare le città vuote di speranze, è ritornare dove i conti erano in sospeso, è riabbracciare e riabbracciarsi.

Ma soprattutto è prima tentativo di spiegarsi – e spesso, giustificarsi, poi è ricerca nei meandri delle scelte che dall’Anno Domini hanno cambiato il corso delle aspettative e degli accadimenti, tra bivi e tentativi.

Il ritorno dei barbari è il rientro nella terra natia, abbandonata insieme a un mucchio di interrogativi da evitare, e che furono a loro tempo evitati, e che emergono e ti salutano sotto forma di amici, panettoni, mamma che fa la spesa e mare calmo e minaccioso.

Per i primi due giorni ci si aggira nei luoghi noti, culla di una disturbata adolescenza, recitando “né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque” con una sorta di psicosi mista a malinconia (bonus risata isterica). Poi il volume di voce dei propri procreatori inizia a divenire più disturbante della poesia del Foscolo, e lo straniamento aumenta a dismisura ma senza che si identifichino le cause e le modalità di questo stato d’animo burrascoso e ilare. Certo, si può far comunella con qualche altro sventurato barbaro di ritorno, ma i rischi sono molteplici: che sia un emigrato forzato, innamorato del suo rientro, che sia un emigrato deluso, che sia – peggio di tutti – un emigrato convinto e felice pronto a liquidare ogni – per lui – sintomo di arretratezza.

Confabulatio tra reduci

Il barbaro trascorre qualche giorno, scemata – se presente – la iniziale euforia, in cui tutto è così vivido e triste, così melenso, “come potei scegliere la partenza?”, il pensiero, molto più aulico e tragico: “Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura“.

La fase patriottica dura poco al cospetto delle domande degli amici cari, martiri rimasti a lottare per sfortuna e fortuna, quando ci si accorge che proprio coloro che hanno avuto minori traumi nel mondo lontano dalla culla materna, possono essere in egual modo infelici con un’accorata espressione da suicidio o al contrario rilassati e gioviali. Quindi il barbaro non ritrova in loro lo svelamento di un futuro mancato, la risposta a vaticini: chi resta e chi fugge perde e guadagna, cosa e quanto sta a ognuno stabilirlo. Lanciare al volo un ponte tra i due mondi è in ogni caso raramente immediato e spesso faticoso, e per questo il barbaro si sforza finendo per esibire con orgoglio o frustrazione pezzi della sua nuova vita.

Quasi sempre il quadro è incompleto.

Status emigrato

La fuga dalla provincia tanto auspicata in gioventù si è realizzata e al ritorno nella stessa sorgono i dubbi sui vantaggi di una vita bucolica rispetto a una di annegamento nello smog. Basta uscire di casa per pensare subito con orrore che la quasi totale assenza di mezzi pubblici funzionali sarebbe motivo sufficiente per scegliere la vita in quella cittadina lontana ma non di certo isolata. Ma quale clima meraviglioso c’è qui?, quante possibilità non sfruttate?, insiste il Foscolo moderno nella testa. Eppure ascoltare la conversazione di quell’amica che alla tua età ha già tre figli ti fa venir voglia di tornare nel gelo fosse anche nell’estremo Nord del mondo.

Poi capita quell’evento bizzarro, il colloquio con Il Tizio Del Posto Che Ce L’Ha Fatta, che con il proposito di arginare la fuga di cervelli ha accalappiato il barbaro per una chiacchiera informale. Finisce che tenta di impartirgli lezioni di vita e consigli, se non fintanto giudizi, e si capisce che ognuno ha una sua idea di realizzazione veramente molto personale.

Non manca lo scontro generazionale con gli avi, i quali stentano a comprendere come mai da due anni tu barbaro vivi in case senza riscaldamento e con materasso sfondato se poi non hai neanche uno stipendio buono. La risposta è piuttosto complessa ma il succo è che in fondo invidiano pure Il Tizio Del Posto Che Ce L’Ha Fatta, vorrebbero fossi tu e tu frattanto preferiresti morire che essere lui, ma per fortuna mancano pochi giorni alla partenza (però già, che tristezza!).

Giustificare le proprie scelte a se stessi e non agli altri è il compito più arduo, ma poco importa, il barbaro che rientra deve farlo costantemente.

Nella confusione dovuta alla quantità smodata di alcolici di bentornato e nella pienezza di cibo che ha procurato teoricamente al barbaro una riserva di grasso per campare un altro anno, giunge una soffusa serenità (o intontimento?). Durerà poco, ci si lascia frastornare dalla gioia e dagli affetti, si mettono da parte differenze che appaiono quasi insuperabili ma alle quali non si può porre rimedio solo per mancanza di tempo. Si finisce col chiedere: “Verrai a trovarmi?”, stando sicuri che cosa non sarà fatta a scapito di duecento promesse accumulate negli anni.

E poi prendi l’auto, l’aereo, il treno, e sollievo e angoscia si mettono a fare l’amore nella testa. Il barbaro rientra, tutto daccapo, tutto estraneo, un mondo di nuovo nuovo quando già lo era, “come sono andate le vacanze?”.

Bene.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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