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Il Coronavirus insegna?

Il silenzio è dovuto quando sono già mille voci a parlare: Coronavirus in farmacia, a scuola, sui social, in tv, ovunque, ovunque almeno qui fuori dall’Italia dove ancora si esce di casa, spensierati – loro, non io. Fuori dall’Italia dove gli italiani sono degli esagerati, mentirosos, come noi additavamo i cinesi che quelli sì che stanno rovinati. Ed ora lo dicono degli italiani, e domani di chi lo diremo?

Coronavirus nella testa, si spera non sulle mani e nei polmoni, ma soprattutto sulla bocca di ognuno, ogni umano. Tutti dicono la propria, insomma, senza farsi mancare un qualche pensiero vagamente razzista, o vagamente animale, evoluzionista, della serie che chi è più forte si salvi e amen, io penso a me e a nessun altro. Dalla venuta dell’Apocalisse al complotto americano, dai soldati sbarcati a nostra insaputa alla dittatura imposta sotto forma di tutela, viviamo nel momento in cui il panico ci spinge a parlare.

Potrebbe essere perfino interessante – quasi una svolta, l’interesse delle persone per ciò che le circonda – se non fosse che invece ogni teoria è sempre campata in aria, che non si cerca di capire quanto di ipotizzare, che anziché abbattere le proprie difese per comprendere l’altro, lo si addita come il colpevole. Saremo anche uniti nella sventura, ma non è un’unione che fa la forza, è piuttosto una reazione ribelle a una coercizione che poco si accetta, poco si comprende. Che si riconosce solo a patto che sia davvero l’unico modo per salvarci la pelle.

Nei momenti di cambiamento drastico, drammatico, come quello attuale, ci si dovrebbe rendere conto più di sempre della vastità non tanto della nostra ignoranza – ma anche – quanto più dell’ottuso menefreghismo con cui conduciamo le nostre vite. Se una cosa potremmo imparare in questa quarantena di anime, è che siamo sulla stessa barca, una barca gigante che stiamo deteriorando ma in cui conviviamo, pur tra guerre e violenza. E che noi naufraghi, molti di noi, una larga maggioranza, viaggiamo senza bussole, senza riferimento, nella più totale deresponsabilizzazione, in una imperante ebetudine di cui ci si fa vanto, nell’indifferenza generale, incapaci di spiegare perfino le proprie azioni. Potremmo, forse, zittirci, fosse solo per una manciata di ore, e ascoltare il vuoto di esistenze condotte alla mercé del denaro, degli sprechi, degli sprechi di tempo e denaro, nascosti dietro giustificazioni e lamentele, un lavarsenelemani che quanto è simbolico, adesso, farlo, quando è quello che abbiamo sempre fatto ignorando ciò che non ci toccava direttamente. Potremmo rifletterci, anche contestandolo, anche se tutto ciò non fosse vero. E se lo fosse, e se non lo è, potremmo migliorare? Così da non trovarci con un virus virulento senza sapere né come né perché, senza farci prendere dalla vuotezza dei catastrofici media, senza blaterare di ultra complotti quando non lo sappiamo neanche, dove si trova l’Iran.

Un post-coronavirus

Sarebbe bello considerare il Coronavirus un’occasione enorme per farci un’analisi di coscienza e chiederci se, in quanto umani, in quanto società, non stessimo sbagliando tutto. Tagliando i fondi alla sanità pubblica, da noi pagata. Tagliando i fondi alla cultura, alle scuole, affossando ogni pensiero critico perché perturbante, riducendoci ad annuire per poi preferire un commento su Instagram alla lettura di un giornale. Serrando gli occhi davanti a ogni sopruso, davanti a ogni schifezza che non ci urtava perché ci pareva lontana, ci pareva non potesse mai intaccare il nostro orticello, e invece guarda un po’, lo intacca sempre.

Sogno un post-Coronavirus in cui tutti coloro che mai hanno votato, scelgano di farlo più consapevolmente. Sogno un Paese in cui, passato il terrore della fine del mondo, ci si ribelli per i diritti, di tutti, in cui si abbia almeno la possibilità di scelta. Sogno un nuovo uomo che prenda questa lezione della Storia come l’ennesima occasione offerta per virare rotta. Che poi siano solo sogni, è un altro conto.

Ai tempi della guerra i nonni ci raccontavano del cibo razionato, della fame, della miseria, una favoletta horror a cui noi non vogliamo pensare. Vogliamo concentrarci sulle cose belle, giusto? Vogliamo fare ciò che ci va senza considerare le conseguenze sugli altri, giusto? Purché abbiamo la salute, un bel lavoro, vita sociale e intrattenimenti vari, purché il benessere ci avvolga nella sua stretta confortante.

E invece avremmo dovuto pensarci, prima che toccasse a noi. Dovevamo pensare a quanti ancora nel presente vivano letteralmente in un terrore infinitamente triplicato rispetto a quello che è toccato e sta toccando a noi, perché quel panico collettivo che è dilagato ora per il Coronvirus non conta più di quello gridato dalle voci in mare di chi annegava. Lo scorso anno è stato l’anno del #acasaloro, e ora del #restoacasa. L’italiano razzista ora va all’estero e subisce episodi di razzismo. La paura degli altri non era affar nostro e ora ce l’abbiamo nel sangue. Perché non è solo il virus che ammazza le speranze, e le libertà.

Che tutto questo passi e ci serva da lezione, che questo passi e serva all’umanità intera perché capiamo che l’Occidente non è il centro del mondo, che l’Europa non è il centro del mondo, che l’Italia non lo è, né le città, né il nostro gruppo di amici, e in fondo neanche noi lo siamo. Io non sono il centro del mio mondo, non devo esserlo. Che niente debba assumere una funzione tanto centrale da annebbiare le menti, che niente sia così cieco da farci dimenticare che tutto, tutto, può sempre cambiare, e che se morissi domani vorrei farlo in un mondo il cui centro sia l’universo intero.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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