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Quel che si vede da qui

L’estate sta finendo e io, in netto ritardo, scelgo il mio libro della stagione: Quel che si vede da qui di Mariana Leky, edito Keller. Se dalla sinossi può apparire un libro di genere soprannaturale (cosa che mi aveva scoraggiato nell’acquisto), il contenuto di questo romanzo è piuttosto una favola moderna, una di quelle che non ci stanca di leggere. Una favola non scontata, dal linguaggio ricercato e fluido e che a mio avviso assolve a un compito che troppo spesso nella narrativa contemporanea viene dimenticato: far sognare il lettore.

Potevamo riservare qualsiasi trattamento all’amore. Potevamo nasconderlo più o meno bene, potevamo trascinarcelo dietro, potevamo sollevarlo, portarcelo in tutti i Paesi del mondo, comprimerlo i mazzi di fiori, relegarlo sottoterra, spedirlo in cielo. Paziente e flessibile com’era, l’amore si prestava a tutto questo, ma trasformarlo non era proprio possibile.

Il micromondo di personaggi

Westerwald è il paesino della Germania – il micromondo – in cui si svolgono le vicende dei pochi e lineari personaggi. Lì vive Selma, un’anziana i cui sogni accendono le superstizioni di tutti gli abitanti. Quando sogna un okapi, ossia uno strano animale di cui vi consiglio di vedere la foto, qualcuno (non si sa chi) morirà nel giro di ventiquattro ore. Non si sa se sia vero o meno, ma tutti iniziano a venire a patti con la Verità pensando di essere a rischio di morte, quasi come se non lo fossimo ogni giorno – sottolinea la protagonista. É lei la voce narrante, Luise che cresce con un padre che non fa che ripetere “fate entrare un po’ di mondo” e una madre perseguitata dalla domanda “devo lasciare mio marito?“.

Così Luise crescerà con la nonna Selma e l’ottico, innamorato pazzo di lei ma incapace di confessarle il suo amore. Selma è sicuramente la matrona anti conformista che porta avanti il racconto con la sua forza, emblema di femminilità e coraggio. E poi c’è Martin, il suo migliore amico con un padre alcolizzato, e altri personaggi che sono tutti da scoprire per la loro peculiarità. Ognuno contribuisce alla creazione di un piccolissimo quadro di provincia in cui pochi eventi vengono a turbare la quiete del paese. Ne vien fuori una storia che non disturba per la sua poca verosimiglianza ma che, anzi, ci invita a immergerci in una realtà altra in cui fa piacere perdersi.

La magia del linguaggio

La cosa più bella di Quel che si vede da qui è che raccontare la sua trama semplice sarebbe totalmente insufficiente a spiegare la capacità evocativa della scrittura della Leky, dovuta anche e soprattutto a un linguaggio studiato e adattissimo alla storia.

Le ripetizioni strategiche di alcune frasi o espressioni funzionano benissimo perché restino impresse le caratteristiche specifiche di ogni personaggio, svelato nelle sue fragilità e paure, tanto da offrire, alla fine, un ventaglio di umanità molto ampio se pensiamo alla facilità di lettura e al poca profondità psicologica con cui si delineano i personaggi. Non a caso i temi a cui si può condurre l’intero romanzo sono amore e morte, dolore e vita.

Potevi convivere con una domanda molesta per anni, potevi sopportare che ti sventrasse, e alla fine te la scrollavi di dosso con un solo movimento, nel momento esatto in cui ti svegliavi di soprassalto.

Questa è proprio la magia di Quel che si vede da qui: è un po’ una voce fuori dal coro perché, distaccandosi dalla pochezza della commerciabilità di molti prodotti editoriali odierni, si fa vendere pur conservando un’eleganza e un amore per la scrittura che insieme rendono questa storia una imperdibile finestra sul mondo. Keller editore è sempre una certezza!

PS Su Instagram mi delizio coi collages, dateci un occhio! In questo caso ho immaginato la protagonista immersa nel suo mondo di superstizioni, sogni e magia.

Quel che si vede da qui, collage di Punto Nemo

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.

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