Quel che il giorno deve alla notte di Y.Khadra

Quel che il giorno deve alla notte di Y.Khadra

Un bello scorcio sull’Algeria, colonia francese, con una storia accattivante di amicizia e tradimento che fa da pretesto per un’analisi più interessante di un divario sociale.

TRAMA: “Algeria 1930: Younes ha solo nove anni quando viene abbandonato a una comunità benestante di provincia. Crescendo insieme ai giovani coloni francesi ne diventa compagno inseparabile. Finché un giorno non ritorna al villaggio Emilie, una ragazza splendida che metterà duramente alla prova la complicità fraterna dei quattro ragazzi, lacerati tra lealtà, egoismi e rancori che la guerra d’indipendenza contribuirà ad acuire enormemente. La rivolta algerina sarà per Younes tanto sanguinosa quanto fratricida. Si rifiuterà di lasciar distruggere i legami di un’amicizia eccezionale ma non accetterà mai nemmeno di rinunciare ai valori che suo padre gli aveva insegnato: l’orgoglio, il rispetto profondo per gli antenati e per i costumi del suo popolo, la fedeltà assoluta alla parola data. L’inconfondibile vena romanzesca di Yasmina Khadra illumina in modo magistrale e sconvolgente questo conflitto che ha visto combattersi due popoli innamorati del medesimo paese. La grande originalità di questa saga che si svolge tra il 1930 e i giorni nostri sta nella coraggiosa difesa di questa doppia cultura franco-algerina che la storia ha troppo spesso cercato di rinnegare.”

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Partiamo dal presupposto che ci sono delle differenze tra la sinossi e la trama del libro. Si sono accentuati dei temi e degli argomenti che invece non sono centrali all’interno del romanzo.

Il protagonista Jonas viene mandato dal padre, poverissimo, a vivere e studiare da suo fratello, un farmacista. L’intera storia ci viene raccontata da lui stesso, ormai anziano, che ripercorre la sua vita in prima persona. La lettura è piacevole e interessante: l’autore scrive bene.

Sfondo: l’Algeria degli anni ’30, dove la povertà dilaga e le differenze sociali sono molto profonde. I coloni francesi e gli arabi devono convivere. Ricordiamo che l’Algeria, colonizzata dalla Francia, vedrà la sua indipendenza soltanto nel 1962, dopo anni di guerra cruenta.

La vita di Jonas ci illustra un po’ le fasi di questo Paese; la sua vita scorre mentre scoppia la seconda guerra mondiale, stringe amicizia con coloro che frequenta a scuola, compagni francesi con cui ben si integra. Si innamora di una ragazza, Emile. Ma crescendo, vive anche la guerra d’indipendenza, e una realtà evidente resta: lui è un arabo, suo zio che l’ha ospitato e i suoi compagni di una vita sono invece gli invasori, sono francesi. Dunque, a differenza di ciò che può far pensare la sinossi, il romanzo non si incentra tanto sull’amore per Emile, che pur avrà un finale intenso, nè tanto meno su un qualche triangolo amoroso. Piuttosto, su temi quali l’integrazione sociale, la differenza tra ricchi e poveri, la volontà di riscatto di una società, le differenze culturali, l’amicizia, il senso dell’onore. Allo stesso tempo non si affrontano in modo serioso.

 

Diceva che si potevano perdere il patrimonio, i terreni e le amicizie, le opportunità e i punti fermi, perchè rimaneva sempre la possibilità, per quanto infima fosse, di ricominciare da qualche parte; al contrario, se si perdeva la faccia, non valeva la pena salvare il resto.

 

Non è da definirsi un romanzo struggente o indimenticabile, ma è una lettura consigliata, capace di coinvolgere il lettore. Soprattutto interessante per la riflessione quanto mai attuale su cosa significhi sentirsi diversi, e ancor peggio invasi. Tante responsabilità per i francesi ne Quel che il giorno deve alla notte.

 

Ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altro, attratti da una formidabile calamita. Simili a due fiumi che, nati agli antipodi, irrompono trascinando tutte le emozioni della terra e, dopo avere sconvolto monti e vallate, si fondono nello stesso letto in un turbine di schiuma e di vortici. Sento i nostri corpi consunti compenetrarsi, le pieghe degli abiti confondersi con quelle nostre carni. Ci abbracciamo stretti, come un tempo afferravamo alla vita i nostri sogni, convinti che, se avessimo allentato la presa, ci sarebbero sfuggiti.

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