Ogni promessa di Andrea Bajani

Quanto è bello scoprire scrittori italiani di talento? È proprio questo il caso di Andrea Bajani, vincitore tra l’altro con questo libro del premio Bagutta 2011.

Scrivere per immagini. Andrea Bajani lo fa trasportandoci nelle sue sensazioni in modo singolare, ed è esattamente quello che io cerco in uno scrittore. Lo stile asciutto, ricco di metafore originali e “carnali” che ti immettono con il corpo e la mente nell’immaginario del protagonista, rende questo libro molto intenso.

Si apprezza senza dubbio quindi la sensibilità di Bajani nel raccontare anche il più semplice gesto, nel rendere ben tangibile l’emozione che vuole comunicare. Lo fa con lirismo, quasi non fosse prosa, con dialoghi scarni. Quasi come se sfogliassimo un album fotografico di sensazioni.

Quando litigavamo chiudevamo le finestre per non farci sentire, e ci soffiavamo dentro tutta la rabbia che avevamo. La stanza si gonfiava della nostra furia, le pareti si incurvavano, la camera si faceva grotta, a ogni urlo un soffio in più, i muri che spingevano all’infuori, il soffitto che saliva.

Sulla storia direi che c’è ben poco da dire, invece. Non c’è alcuna suspance, se è questo che vi sareste aspettati: non c’è davvero la ricerca materiale di qualcosa, seppur all’inizio pare ci siano segreti da scoprire. In realtà è tutta una ricostruzione di vite, di momenti della loro vita tra un prima e un adesso visti dall’occhio di Pietro che si fa narratore quasi esterno, seppure in prima persona; non abbiamo mai la sensazione di leggere un diario segreto, ma sempre vediamo i pezzi del puzzle di una famiglia, di persone che si sono incontrate e amate, volare e legarsi magicamente, dettaglio dopo dettaglio. Anche i più impensabili, o forse quelli irrilevanti, proprio quelli che lo scrittore coglie per descrivere magistralmente gli eventi e i personaggi.

Quindi la storia in alcuni punti diventa perfino un po’ noiosa, va a rilento, pochi avvenimenti salienti, ma questo non guasta la piacevolezza della lettura.

Il dolore sembra pervadere ciascuno dei personaggi, non sappiamo mai precisamente il perchè quindi la storia rotola sul filo del non detto. Un non detto che stimola la curiosità che sarà soddisfatta solo alla fine attraverso piccole rivelazioni. La descrizione del dolore di Pietro, abbandonato da Sara, è magica, così come il susseguirsi di flashback che spiega i loro momenti felici e quelli no, la progettualità, il loro legame.

Dentro quel Cosa facciamo c’erano tante cose. C’era il Noi che si squamava, c’era lei, c’ero io, c’era la casa, il nome sul citofono e i nostri genitori sul balcone.

Tutto si snoda attorno poi alla figura di un nonno di cui non si capisce mai del tutto il ruolo, descritto come uno scheletro con vestiti troppo larghi. L’unico sopravvissuto all’inferno, che con tenerezza forse prova a essere normale senza mai riuscirci, ad amare senza più sapere come fare. La sua assenza è disegnata nel silenzio, attraverso i volti altrui.

Lei che per qualche minuto scompariva dai suoi occhi, come lasciasse il corpo e andasse a piangere da un’altra parte.

Tutto perchè si ritorni in Russia, alla steppa dove morirono a centinaia in guerra. L’incontro con un ex soldato, Olmo, che immerge Pietro in quella terra di cui suo nonno non gli parlerà mai. Il volo, il viaggio, la ricerca di tracce nulla solo per capire che alla perdita segue il bisogno di respirare.

Un percorso per ritrovare la pace, un po’ da parte di tutti, anche per chi non può più farlo. Al centro resta sempre il tema della riconciliazione, ma sempre immerso nella quotidianità e nell’intimo di ciascuno di noi.