Notturno cileno di Roberto Bolaño

“Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse.”

Pare da voci di corridoio molto affidabili che Bolaño sia un autore da leggere almeno una volta nella vita, e per scelta personale ho deciso di leggere non il suo capolavoro e non il suo esordio, bensì l’ultimo romanzo: Notturno cileno. Lo scrittore divenuto ormai mito è innanzitutto un intellettuale inevitabilmente legato alla storia del suo Cile, del colpo di stato e di quella storia che gli ha cambiato l’esistenza.

Notturno cileno è nient’altro che una critica alla codardia e all’indifferenza degli intellettuali cileni sotto il regime di Pinochet, dal punto di vista di uno di essi. Una scrittura lunga, paratattica, quasi priva di punteggiatura e che non permette sempre di star dietro al lungo filo dei pensieri del protagonista, che ripercorre in punto di morte la sua vita da ignavo. Lui è Sebastián Urrutia Lacroix, prete dell’Opus Dei e dunque parte della classe ecclesiastica che, ad avviso dell’autore, non ha mosso un dito per schierarsi durante gli eventi che portarono all’istaurarsi della dittatura.

“Dobbiamo essere responsabili. Questo l’ho detto per tutta la mia vita. Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e persino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perchè pure i silenzi salgono in cielo e li ascolta Dio e solo Dio li capisce e li giudica, sicchè dobbiamo prestare molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro. Ma soprattutto che sia chiaro a Dio. Il resto è prescindibile. Dio no. Non so di cosa sto parlando.”

Il prete voce narrante affronta in vecchiaia i mostri, attraverso l’allucinazione del “giovane invecchiato” – non altri che lui stesso sottoforma di coscienza, quei mostri del passato che sono in realtà tutti gli eventi storici della cui responsabilità ci si era lavati le mani. Gli intellettuali cileni sono messi alla forca , dipinti in un quadro a tinte nere che va via via componendosi, ben mascherato dietro giustificazioni che mal reggono. Questi uomini così stimbaili, così geniali, in realtà sono avvezzi a cene e ozi, ossessionati dall’idea di restare per sempre nella storia, egocentrici, quindi – ma a che serve la poesia, e a cosa la letteratura se della politica si ignorano le conseguenze, in tal caso tragiche? A cosa serve credere nell’arte e nella letteratura, se ad esse non si accompagna una profonda consapevolezza delle nostre azioni? A cosa serviamo noi se non siamo in grado di cambiare – o tentare di – ciò che ci circonda, soprattutto in tempi bui? A cosa divenire immortali quando è la nostra umanità a morire molto tempo prima? Tutti, agli occhi di un Bolaño lucido che non fa sconti, abbiamo una parte marcia, che se non tenuta a bada manda in cancrena ogni pezzo del nostro corpo.

Shockante la scoperta che proprio nella casa dove si tenevano banchetti e riunioni dei letterati, nel seminterrato si torturavano gli oppositori al regime. Quando chiudiamo gli occhi, quando dinanzi alle barbarie fingiamo che ci sia qualcosa di più importante, finiamo per essere nulla.

Anche la rilettura della propria vita attuata dal protagonista è essa stessa parziale, un auto discolparsi, quasi come se tutto ciò che accadeva fosse colpa di incidenti, del destino, come se non avessimo influenza alcuna sullo scorrere degli eventi. Ma non è così. Tutto mi ha fatto pensare alla banalità del male, perchè il male non lo fa solo chi tortura e chi uccide, ci diceva la Arendt.

Quasi un documentario sulla vigliaccheria umana, Notturno cileno fende le coscienze, perfino di chi in quel Cile segnato non ci ha messo piede mai.