Norwegian Wood di Haruki Murakami

Il romanzo che ha consacrato Murakami come uno dei più importanti scrittori giapponesi della contemporaneità.

SINOSSI: “Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli “altri” per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.”

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È poco giapponese, Norwegian Wood, sotto molti aspetti, eppure intriso di quell’essenza nostalgica che si ritrova spesso in autori giapponesi. Del giovane Holden ha ben poco, di certo non ne ha i toni e lo stile, forse l’inquietudine. Murakami riesce a entrare nel cuore del lettore. Non si tratta solo di amore e vita, ma soprattutto di morte e depressione, paura. Difficoltà. A tratti è a tinte fosche, oscure, l’intero romanzo è una pennellata di grigio e nero che lascia scossi.

Il protagonista è Toru Watanabe, che in un lungo flashback ci racconta la sua adolescenza e i suoi anni all’università. È stato l’ultimo a parlare con i suo amico Kizuki, prima che questo decidesse di togliersi la vita, lasciandolo con un vuoto e tante domande. Toru soffre, e alla sua sofferenza si unisce Naoko, la ragazza di Kizuki. Un tempo i tre erano molto amici, riuscivano a tener su un equilibrio che poi si rompe brutalmente. Naoko e Toru si ritrovano da soli, senza più la presenza di Kizuki, perfezionista e tendenzialmente perfetto; si innamorano, ma di un amore strano, delicato, affannoso. Si innamorano ponendo alla base la perdita e il dolore. Naoko è una ragazza molto fragile, instabile, che non riesce ad affrontare la vita. Questo la spinge ad andare a curarsi in una clinica, e Toru continua la sua vita senza riuscire a smettere di pensare a lei. Con la promessa nel cuore di non dimenticarla mai.

«Adesso che cammino forte attaccata a te, non ho nemmeno un po’ di paura.  Il buio e il male non possono trascinarmi via.»

«Allora, il problema è molto semplice. Basta che stiamo sempre come adesso.» dissi io.

Ma all’università gli si apre un mondo nuovo, e conoscerà Midori, una ragazza completamente diversa, spigliata, allegra, curiosa. Avranno un rapporto di tutt’altro genere. Esploreremo insieme a Watanabe soprattutto l’idea di solitudine. Murakami ci mette di fronte a personaggi essenzialmente soli: la stessa Midori ha perso tutto. Kizuki, Watanabe, Midori, Naoko, perfino l’amico Nagasaka ci raccontano di dolore e perdite. Il personaggio stonato è invece Reiko, il rapporto con Toru è fuori luogo, infastidisce.

La storia, ambientata negli anni ’60 dei tumulti studenteschi, è sempre sullo sfondo, tanto da non incidere nel racconto.

Ho sempre avuto fame di affetto, io.
E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta.
Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio.
Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta.

Emozioni personalissime per Norwegian Wood. La tematica principale è comunque il suicidio. Quello che comporta, come nasce, il perchè. Ma è trattata con delicatezza, si va a mescolare alle riflessioni sulla crescita, sulle scelte che ognuno di noi fa, sugli incontri. Su come ci rapportiamo agli altri e come ogni essere umano gestisce la solitudine e il dolore. Intenso.

Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte ( e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.

 

 

 

 

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