john berger, modi di vedere

Modi di vedere di John Berger

Desiderio e paura, le due parole che respirano insieme in un solo respiro. Se l’amore ha un cuore, è in quel respiro.

Vi prego, leggete John Berger. Potrei riassumere questa raccolta di saggi così, con quest’unica frase. John Berger ha vinto il Booker Prize nel 1972, e in Modi di vedere c’è il suo discorso alla premiazione, il quale fa comprendere ben presto la personalità di questo scrittore. Ha infatti deciso di donare metà dei soldi del premio alle Pantere Nere (movimento rivoluzionario afroamericano), usando poi l’altra parte dei soldi per finanziare il suo studio sui lavoratori migranti (A Seventh Man).

Ma in Modi di vedere troverete molto altro, interviste e soprattutto saggi (curati da Maria Nadotti), uno più interessante dell’altro in cui l’autore ci parla sempre in modo diretto, senza fronzoli. John Berger è stato un critico d’arte, scrittore, disegnatore, insegnante, impegnato nelle grandi cause, schierato politicamente, e tra l’altro molto ammirato da Arundathi Roy con cui ha condivideva la passione per una scrittura impegnata e che desse voce ai più deboli.

Mentre lei sogna

Tra tutti i suoi libri – splendidi quelli di critica d’arte – questa raccolta di testi ha la caratteristica di essere estremamente coinvolgente. Uno dei testi più belli è a mio parere la lettera al sindaco di Lione, “Mentre lei sogna”, in cui Berger parla delle condizioni delle carceri descrivendole nel modo più toccante possibile, in una chiave narrativa che riesce a colpire il lettore. Mi ha emozionato leggerlo:

Continui a sognare, signor sindaco, e lo potrà sentire. Dietro le mura, al di là di un minuscolo cunicolo, a ridosso della seconda serie di mura, a destra e a sinistra, si ha l’impressione di un sonno ammassato; e a fronteggiarlo, quasi toccandolo, la totale indifferenza delle pietre squadrate, delle sbarre in ferro e dei mattoni cementati, in una vicinanza strana, persino più crudele di quella della terra pressata intorno ai cadaveri. […] Qual è, secondo lei, signor sindaco, l’edificio che ospita il più gran numero di sogni? la scuola? il teatro? il cinema? la biblioteca? l’hotel intercontinental? la discoteca? E se fosse il carcere? Innanzitutto, un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di sogni: il sogno della giustizia civica, il sogno della riforma, il sogno della polis della virtù civica. E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte. Che certo comprendono anche gli incubi e il terrore dell’insonnia. […] E in più, c’è l’infinita successione dei sogni più esili. Il sogno del mare – il Rodano è appena al di là di un giardino, e i piccioni che sporcano le inferriate sorvolano il fiume. Il sogno di prendere il tgv per Parigi: ne parte uno ogni ora, e la linea passa ancora più vicino del Rodano. Sogni di vita privata, di un tempo e di uno spazio privati. Scegliersi una data – ad esempio sabato, 6 maggio – in cui si farà qualcosa che si è deciso di fare per proprio conto! Sabato andrò a trovare mio cognato a Bapaume. Sogni di donne. Sogni di porte aperte. Sogni di sabato sera. Sogni furiosi di farla finita. Sogni della fine delle cazzate. C’è infine il sogno forse più costante, più onnipresente di tutti.

Berger si rivolge al sindaco ricordandogli che nelle carceri ci sono esseri umani con pensieri e emozioni e che hanno delle madri. Immagina che una madre qualunque racconti qualcosa a suo figlio, lì in prigione: inizia la storia metaforica (tremendamente efficace) di un topolino che viene catturato in una trappola, e un detenuto di volta in volta, osservando le reazioni di terrore degli animaletti, li libera. Funziona talmente tanto, il racconto, che fa stringere lo stomaco. La proposta finale di Berger è di trasformare la prigione in un meleto, i cui alberi in teoria dovrebbero avere una distanza di 6 – 8 metri, mentre – ricorda – le celle attualmente misurano soltanto 3 X 3,6 metri.

Berger l’eclettico

Ho scoperto che a questo mondo volevo avere a che fare il meno possibile con chi esercita il potere. 

Un capitolo interessante della raccolta contenuta in Modi di vedere è il capitolo su Ramallah, in cui chiaramente non manca la visione politica dell’autore. Eppure non è neanche quella la centralità del testo, ma i dettagli di vita quotidiana dei palestinesi che ci spingono a riflettere sul concetto di umanità. Vi invito a leggerlo, ancora.

Non manca nel testo un’intervista in merito alla collaborazione con Alain Tanner, regista cinematografico con cui Berger ha lavorato più volte. Toccante è anche il capitolo su Nazim Hikmet, poeta eccezionale e prigioniero politico.

E vi troviamo anche un diario fotografico e un’analisi del Caravaggio perchè, diciamoci la verità, Berger è un maestro appunto del guardare (non per niente la sua opera più famosa è Questione di sguardi), anche se quegli sguardi riesce anche a tramutarli in parole. Appare difficile categorizzare un autore così eclettico che riesce a dare mille spunti in mille modi diversi.

Le domande che mi sono venute in mente dopo aver chiuso Modi di vedere sono state parecchie, ma le principali sono:

  • perchè non conoscevo questo autore?
  • perchè non corro subito a esplorare il suo variegato contributo al mondo?

Alla prima non so rispondere, alla seconda porrò rimedio.

Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com’è. Mettersi vicini a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile, e ascoltarli…
L’unico sogno che vale la pena di avere è di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti.
Che cosa significa esattamente?
Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Cercare la gioia nei luoghi più tristi. 
Inseguire la bellezza dove si nasconde.
Non semplificare mai ciò che è complicato e non 
complicare ciò che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.

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