Marina Bellezza di Silvia Avallone

La Avallone, dopo Acciaio, torna a farsi apprezzare con un racconto sui giovani immersi nella dura realtà d’oggi.

SINOSSI: “Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.”

Copertina-Marina-Bellezza

 

Molti a dire: “Non è come Acciaio”. Ma proprio per questo chi Acciaio non l’ha amato follemente ma l’ha comunque apprezzato, potrebbe aver voluto ritentare con la Avallone.

Due solo le critiche da muovere al romanzo: la lunghezza, che è direttamente collegata allo stile. Troppe descrizioni e troppi dettagli a volte anche irrilevanti che rendono le molte parti superflue anche ridondanti. Lo stile dell’autrice è di conseguenza troppo descrittivo non lascia spazio al lettore di immaginare. Tutto è scritto: la marca dei vestiti o della bibita, il titolo della canzone, del programma tv, della strada, come in elenco.

Può considerarsi una storia per coloro che si definiscono “i giovani d’oggi” nel 2015.  Protagonista è la periferia italiana, con una generazione di precari allo sbando. Con tanto di immancabile (ed eccessivo) processo imbandito ai genitori, incolpati di tutto.

Detto questo, Marina. Marina Bellezza, superficiale, bellissima, con l’unico obiettivo di diventare famosa, ignorante, piena di sogni di gloria. Un personaggio snervante la cui bellezza viene fin troppo esaltata, ma più irritante è più si ammette di ricfonoscere in lei i desideri e le aspirazioni di tante altre povere ragazze. E poi non si sa come si arrivi a comprenderla, o forse no, ma ad amarla. Alla fine Marina fa sorridere, col suo vizio di vedere Teen Mom, girare sempre scoperta, comportarsi da diva, riesce a far soffrire con lei per quel padre così assente e quella madre allo sbando.

Anche perchè la si ama attraverso gli occhi di Andrea Caucino, il protagonista maschile. Lui si fa voler bene fin da subito. Fin da quando, nell’incipit, si guarda occhi negli occhi con un cervo ferito, Andrea rapisce. Lui che non riesce a finire l’università, a dimenticare Marina dopo anni che lei è andata via, lui che cerca l’approvazione di un padre sindaco e di una madre bigotta, lui che soffre per la lontananza di un fratello che è sempre stato il preferito, sempre il migliore. È il personaggio della passione e della contraddizione.

Che cosa può fare un ragazzo in quest’Italia che non i offre niente? Questa è la domanda che aleggia pagina dopo pagina, cercare la fama come Marina, chiudersi in casa a studiare immaginando di cambiare il mondo come Elsa, oppure tornare alle origini, come Andrea? Già, perchè la risposta più sorprendente è la sua. Diventare un margaro, un venditore di latte, uno che munge le mucche nelle stalle. Tornare all’origine, appunto.

Il futuro è un ritorno, la strada sterrata che non ti aspetti.

«Io voglio essere invisibile, capisci? Non voglio lasciare traccia, voglio solo svegliarmi la mattina e stare bene!» Gridava. «Non posso sentirmi in colpa per questo. Non voglio vendermi la vita. Mio nonno si metteva a piangere quando gli moriva un vitello, quando ne vedeva nascere uno… Era un uomo felice!»

Che ci siano eccessi è vero, ma alla fin fine vengono accantonati da un messaggio che emerge piano piano dalle pagine, se si ha la forza di continuare a leggere senza arrendersi lì dove la storia sembra perdersi. Una storia d’amore che non sta in piedi ma che poi è forte, intensa, ha un suo perchè, conquista. Le lunghe digressioni sono quelle su Elsa, insignificanti e noiose.

Troppo bella questa Marina per essere vera, d’accordo, troppi eventi che sembrano un po’ forzati. Lo si pensa per quasi 400 pagine. Eppure la conclusione è in grado di mettere a tacere tutti i dubbi, di far chiudere un occhio su ciò che non va.

Andrea che finalmente rivede suo fratello. Non si parlano, ma forse è meglio così. Andrea che è in assoluto il personaggio più profondo e più passionale che tenta di rimettere insieme tutti i pezzi, che va controcorrente. Vince la sua sfida personale. Marina che lascia tutto, il successo e la gloria, ma in realtà non può farne a meno. Il suo discorso sulla libertà, mentre sono a Tucson, che ti fa capire che, stupida e viziata com’è, in realtà qualcosa dentro ce l’ha. E il finalissimo, Marina e il cervo, perfetto.

Questo romanzo a suo modo è una risposta al mondo di precari quali siamo; è una storia d’amore che soprattutto ha poche basi ed è fallimentare, instabile. Ci si affeziona ai personaggi e per questo, anche se non perfetto e non brillante, resta un buon romanzo.

 

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