L’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann

Iperborea ci preavvisa: “Si è ancora in tempo a mettere in discussione la propria vita a settant’anni? L’ora di Agathe è la storia dolce e struggente di rinascita e cambiamento di uno psichiatra alla fine della sua carriera.”

L’ora di Agathe è un romanzo piuttosto breve eppure intenso, che decisamente ha catturato la mia attenzione già dalla sinossi e che non ha deluso le mie aspettative. Protagonista è l’io narrante di uno psichiatra settantenne, seriamente stufo della sua vita.

Se fossi andato in pensione a settantadue anni, avrei avuto davanti miei ultimi cinque mesi di lavoro. Il che corrispondeva ventidue settimane e voleva dire che, se tutti pazienti si fossero presentati, mi restavano esattamente ottocento incontri. Tenendo conto di cancellazione malattie, il numero era di certo destinato a scendere. Era piuttosto confortante, dopotutto.

Il punto di vista del medico è davvero interessante, poichè ascolta per ore il dolore altrui , disegnando uccellini su un quaderno e annuendo a casaccio, per poi tornare in una casa vuota. Stesso tragitto, stessa solitudine, una grande infelicità accompagnata da un senso di vuoto. Proprio lui, il cui compito è aiutare gli altri? Esattamente. Questa consapevolezza riguardo il suo ruolo lo mette spesso a disagio.

«L’unica persona che abbia mai amato è morta.» La sua voce, ispessita dal pianto, si spezzò. «E lei mi dice che passerà?» Di colpo avevo la bocca così secca che non riuscivo a staccare la lingua dal palato.

Poi arriva una nuova paziente, Agathe, una donna triste con crisi maniaco-depressive ed autolesionismo che sarà la miccia per squarciare le difese dell’analista. Non una paziente qualunque, concentrata su di sè, ma profondamente viva e accorta, sensibile e fragile. Più la pensione si avvicina, più ogni piccola cosa che circonda il dottore inizia a cambiare, dal vicino di casa alla sua segretaria; mentre la sua ansia galoppa, Agathe diventerà per lui un’ora attesa e significativa.

Perchè vale la pena leggere l’ora di Agathe? Perchè una storia di un dolore condiviso, senza la vana ricerca di cause o di grandi colpi di scena. Agathe soffre e noi soffriamo con lei, e così fa il dottore, e la sua sofferenza diventa esistenziale, collettiva. Non è così facile dare un senso alla vita, del resto.

«Mi sembra di provarci, ma la vita continua a sfuggirmi. Eppure è proprio lì, così vicina che ne sento l’odore.» Il suo sguardo sognante era perduto nel vuoto. «Ma non riesco a capire come si entra.»

Un’altra perla Iperborea che continua a guadagnarsi la mia fiducia.