Lo straniero di Albert Camus

Un libro di un’immensità e una maestria tali da renderlo un classico.

SINOSSI: “Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.”

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Scrivere di Camus è un compito talmente arduo che non mi accingerò a farlo. Da apertura un’ottima introduzione di Saviano, chiara e rispettosa, un omaggio all’autore. Chi non ha mai letto Camus, deve farlo, imperativamente, e cominciare con questo suo romanzo anzichè i suoi saggi è una buona scelta.

Fa riflettere, Lo straniero, un titolo con un significato diverso da quello che si può immaginare, se proprio non se n’è sentito parlare. È esasperante, è devastante la condizione e il punto di vista di Meursault che può essere quello di tutti gli uomini, che non si lascia dominare dalle emozioni. Il famoso incipit, infatti, è relativo proprio alla sua assenza di dolore per la morte della madre. Da tutti verrà additato come anormale, asociale, eppure è anche comprensibile. Si vive e si muore, è la vita, perchè disaperarsi? Per Mersault nulla ha un senso. È straziante rendersi conto che poi è proprio questa la condizione dell’uomo, è terribile e così maledettamente vera.

 

«Non hai dunque nessuna speranza e vivi pensando che morirai tutt’intero? »

«Sì», gli ho risposto.
Allora ha abbassato la testa e si è rimesso a sedere. Mi ha detto che aveva pietà di me. Non credeva che un uomo potesse sopportare una simile cosa. Quanto a me, ho sentito soltanto che cominciavo ad annoiarmi.

 

Camus con Lo straniero tocca i temi chiave dell’esistenzialismo senza però spiegarli o argomentarli:fa parlare i fatti più che i personaggi, come solo un grande scrittore sa fare. Memorabili la scena dell’omicidio, in cui la descrizione del caldo e del sole accecante, così esasperanti, sono ipnotiche. Struggente la parte finale, in galera, in cui comprendiamo la vera essenza del personaggio, lì quando aspetta la fine. Un romanzo di un’immensa grandezza.

 

Ma tutti sanno che la vita non val la pena di esse vissuta, e in fondo non ignoravo che importa poco morire a trent’anni oppure a settanta quando si sa bene che in tutt’e due i casi altri uomini e altre donne vivranno e questo per migliaia d’anni. Tutto era molto chiaro, insomma: ero sempre io a morire, sia che morissi subito, sia che morissi fra vent’anni.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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