L come Levitare

Aveva un rossetto rosso, sempre. A volte le finiva sui denti e non se ne accorgeva, però questo non toglieva niente alla sua ineluttabile eleganza. Fumava e lo faceva con gusto, quel rosso fuoco finiva su ogni filtro baciato tra una pausa e l’altra.

Da bambina pensavo che avrei voluto chiamare mia figlia come lei, Livia. Perchè per me era il modello di donna ideale: forte, passionale, diretta. Da bambina passavo le ore in sala con lei, e di tutta la settimana i giorni che aspettavo con ansia erano quelli in cui c’era la sua lezione. Da bambina credevo che ogni cosa pronunciata da lei fosse oro colato, e io ero lì spugna di ogni virgola, diligente come nessun’altro.

Il nostro rapporto è iniziato ed era già impari, lei insegnante io allieva, io devota e pendente dalle sue labbra, lei amareggiata e distante anni luce. Un filo rosso ci ha legato fin da subito, la sincerità assoluta e soprattutto la consapevolezza (condivisa) di quella mediocrità circostante, la speranza mia (accesa) e la sua, ormai spenta.

Livia non era un’insegnante, no. Lei era una ballerina e avrebbe dovuto danzare per tutta la vita. Invece aveva scelto l’amore e proprio quell’amore, per cui aveva rinunciato al suo sogno più grande, l’aveva delusa. Tradita. Qual è il sogno più grande di una ballerina classica? Danzare al Bolshoi di Mosca, dove aveva ottenuto una borsa di studio. Rifiutata per un uomo. Uomini?, valgono la pena solo per il sesso, diceva. L’unica cosa che conta siete voi, diceva.

Incastrata lei in una vita non voluta, all’ombra di una grandezza mai realizzata; incastrata io in provincia, un corpo non adatto e in quell’imbuto di pochezza.

Piena di rimpianti, lei, piena di sogni, io.

Non ho mai più visto mani così, come le sue. Il portamento rendeva la sua bassa statura trascurabile, inesistente, perchè era capace di allungarsi tanto da sembrare alta mille metri. La sua irremovibilità la rendeva temeraria, e tutti si rivolgevano a lei con riverenza. Mai avrebbe voluto scendere a compromessi con quella realtà così mediocre, lei che parlava del passato con una luce illuminante la stanza intera. Eppure era finita così, sola ad insegnare a ragazze non dotate, incompetenti. Se i suoi racconti di gloria passata fossero enfatizzati non so, ma di sicuro erano reali e la immaginavo rivivere le stesse scene, nelle quinte dei teatri, ancora e ancora, prima di dormire.

Parlava in dialetto, spesso, a seconda dell’interlocutore con cui conversava. Faceva anche tanto ridere, perchè era ironica e divertente, sfacciata. E si riteneva al di sopra di tutto e di tutti, con un’arroganza che io anzichè detestare invidiavo. Perchè lei era sopra tutti, sopra tutto, lei era la danza e la disciplina, la verità e la saggezza. La femminilità e la passione. La lotta e il senso di colpa per i propri sbagli a cui non avrebbe mai potuto rimediare.

Non sarai mai una ballerina di danza classica, lo sai, vero?, mi disse cercando di usare del tatto. E io annuii. Il nostro patto era stipulato. Io le avrei dato tutta la mia devozione, nonostante tutto, e lei tutti i suoi insegnamenti, nonostante tutto. Tutte e due incomplete, siamo diventate complici. Abbassarsi a parlare con noi mortali la rendeva infelice, perchè le ricordava tutto ciò che aveva perso. Eppure la sua gioia quando riuscivamo con i nostri mezzi era gratificante, mentre lei si beava della sua influenza su chiunque la guardasse incantato.

Era ammirata da tutte, con poche esclusioni. Senza testa non si va da nessuna parte, diceva, e poi mi strizzava l’occhiolino. Ha fatto innamorare ogni danzatrice che con lei ha eseguito una sbarra. Ha preso il cuore di ogni ballerina, anche la meno dotata, anche la più distratta, spingendola all’estremo delle sue possibilità e dei propri limiti.

Con ogni scusa mi infilavo alle sue lezioni, quelle di ogni corso, anche dei bambini, e mi trovava sempre lì. Per quelle ore dimenticavo ogni altra cosa, dimenticavo del mondo.

Schietta fino a diventare volgare, diretta oltre i confini della durezza, indelicata fino a far piangere e soffrire. Non m’importava, mi bastava la sua onestà. Tutto ciò che volevo era qualcuno che capisse il mio status di inadeguatezza, di insofferenza, che scorgesse in me quello che altri non potevano neanche immaginare: la volontà furiosa di scappare via dalla massa provinciale e gretta da cui mi sentivo circondata, di uscire dal mio corpo di adolescente, di affrontare l’incapacità profonda di relazionarmi agli altri.

Andammo a teatro, e i suoi occhi rilucevano di amore e tristezza per ciò che non era stato. Andai a casa sua, e ogni angolo parlava di ciò che non era.

Esiste di più, ma qui nessuno lo sa e vogliono convincerti che questo è il tuo posto. Che sei brava e che sei bella, e che hai un futuro brillante davanti a te. Ma tu qui non ci starai bene mai, puoi accettare la verità e hai bisogno della verità, e devi capire che per fuggire di qui devi lottare. La danza non sarà il tuo mezzo, ma sarà il tuo spazio per crescere ed essere te stessa, anche se qui, anche se in questo luogo. Ti cambierà. Questo mi diceva Livia ad ogni lezione, senza dirlo a voce. Io sapevo e lei sapeva, e non avevamo bisogno di troppe parole. Le parole erano solo per la danza e per quell’arte di cui lei conosceva ogni segreto, che mi ha trasmesso in ore e ore passate insieme.

Livia è nata in primavera e in primavera è morta. Ma lei, di levitare era capace già in vita. E voglio pensare che adesso è a Mosca, in un teatro gremito di persone che la stanno a guardare. Conta fino a otto e sorride, il sipario che si apre.

In memoria di Livia Avino.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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