Categoria: Saggi

john berger, modi di vedere

Modi di vedere di John Berger

Desiderio e paura, le due parole che respirano insieme in un solo respiro. Se l’amore ha un cuore, è in quel respiro.

Vi prego, leggete John Berger. Potrei riassumere questa raccolta di saggi così, con quest’unica frase. John Berger ha vinto il Booker Prize nel 1972, e in Modi di vedere c’è il suo discorso alla premiazione, il quale fa comprendere ben presto la personalità di questo scrittore. Ha infatti deciso di donare metà dei soldi del premio alle Pantere Nere (movimento rivoluzionario afroamericano), usando poi l’altra parte dei soldi per finanziare il suo studio sui lavoratori migranti (A Seventh Man).

Ma in Modi di vedere troverete molto altro, interviste e soprattutto saggi (curati da Maria Nadotti), uno più interessante dell’altro in cui l’autore ci parla sempre in modo diretto, senza fronzoli. John Berger è stato un critico d’arte, scrittore, disegnatore, insegnante, impegnato nelle grandi cause, schierato politicamente, e tra l’altro molto ammirato da Arundathi Roy con cui ha condivideva la passione per una scrittura impegnata e che desse voce ai più deboli.

Mentre lei sogna

Tra tutti i suoi libri – splendidi quelli di critica d’arte – questa raccolta di testi ha la caratteristica di essere estremamente coinvolgente. Uno dei testi più belli è a mio parere la lettera al sindaco di Lione, “Mentre lei sogna”, in cui Berger parla delle condizioni delle carceri descrivendole nel modo più toccante possibile, in una chiave narrativa che riesce a colpire il lettore. Mi ha emozionato leggerlo:

Continui a sognare, signor sindaco, e lo potrà sentire. Dietro le mura, al di là di un minuscolo cunicolo, a ridosso della seconda serie di mura, a destra e a sinistra, si ha l’impressione di un sonno ammassato; e a fronteggiarlo, quasi toccandolo, la totale indifferenza delle pietre squadrate, delle sbarre in ferro e dei mattoni cementati, in una vicinanza strana, persino più crudele di quella della terra pressata intorno ai cadaveri. […] Qual è, secondo lei, signor sindaco, l’edificio che ospita il più gran numero di sogni? la scuola? il teatro? il cinema? la biblioteca? l’hotel intercontinental? la discoteca? E se fosse il carcere? Innanzitutto, un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di sogni: il sogno della giustizia civica, il sogno della riforma, il sogno della polis della virtù civica. E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte. Che certo comprendono anche gli incubi e il terrore dell’insonnia. […] E in più, c’è l’infinita successione dei sogni più esili. Il sogno del mare – il Rodano è appena al di là di un giardino, e i piccioni che sporcano le inferriate sorvolano il fiume. Il sogno di prendere il tgv per Parigi: ne parte uno ogni ora, e la linea passa ancora più vicino del Rodano. Sogni di vita privata, di un tempo e di uno spazio privati. Scegliersi una data – ad esempio sabato, 6 maggio – in cui si farà qualcosa che si è deciso di fare per proprio conto! Sabato andrò a trovare mio cognato a Bapaume. Sogni di donne. Sogni di porte aperte. Sogni di sabato sera. Sogni furiosi di farla finita. Sogni della fine delle cazzate. C’è infine il sogno forse più costante, più onnipresente di tutti.

Berger si rivolge al sindaco ricordandogli che nelle carceri ci sono esseri umani con pensieri e emozioni e che hanno delle madri. Immagina che una madre qualunque racconti qualcosa a suo figlio, lì in prigione: inizia la storia metaforica (tremendamente efficace) di un topolino che viene catturato in una trappola, e un detenuto di volta in volta, osservando le reazioni di terrore degli animaletti, li libera. Funziona talmente tanto, il racconto, che fa stringere lo stomaco. La proposta finale di Berger è di trasformare la prigione in un meleto, i cui alberi in teoria dovrebbero avere una distanza di 6 – 8 metri, mentre – ricorda – le celle attualmente misurano soltanto 3 X 3,6 metri.

Berger l’eclettico

Ho scoperto che a questo mondo volevo avere a che fare il meno possibile con chi esercita il potere. 

Un capitolo interessante della raccolta contenuta in Modi di vedere è il capitolo su Ramallah, in cui chiaramente non manca la visione politica dell’autore. Eppure non è neanche quella la centralità del testo, ma i dettagli di vita quotidiana dei palestinesi che ci spingono a riflettere sul concetto di umanità. Vi invito a leggerlo, ancora.

Non manca nel testo un’intervista in merito alla collaborazione con Alain Tanner, regista cinematografico con cui Berger ha lavorato più volte. Toccante è anche il capitolo su Nazim Hikmet, poeta eccezionale e prigioniero politico.

E vi troviamo anche un diario fotografico e un’analisi del Caravaggio perchè, diciamoci la verità, Berger è un maestro appunto del guardare (non per niente la sua opera più famosa è Questione di sguardi), anche se quegli sguardi riesce anche a tramutarli in parole. Appare difficile categorizzare un autore così eclettico che riesce a dare mille spunti in mille modi diversi.

Le domande che mi sono venute in mente dopo aver chiuso Modi di vedere sono state parecchie, ma le principali sono:

  • perchè non conoscevo questo autore?
  • perchè non corro subito a esplorare il suo variegato contributo al mondo?

Alla prima non so rispondere, alla seconda porrò rimedio.

Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com’è. Mettersi vicini a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile, e ascoltarli…
L’unico sogno che vale la pena di avere è di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti.
Che cosa significa esattamente?
Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Cercare la gioia nei luoghi più tristi. 
Inseguire la bellezza dove si nasconde.
Non semplificare mai ciò che è complicato e non 
complicare ciò che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.

Tempo di seconda mano

Tempo di seconda mano di Svetlana Aleksievič

“La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo”, questo il sottotitolo del libro di Svetlana Aleksievič, premiata col Nobel per la letteratura nel 2015 grazie alla sua ricerca attenta e intensa. Una ricerca che è durata trent’anni, in cui l’autrice ucraina – cresciuta in Bielorussia – ha intervistato persone comuni dando vita a diversi scorci, sotto vari punti di vista, della Russia, amata, detestata, travolta dalla Storia.

Era il socialismo ed era, semplicemente, la nostra vita. Allora non ne parlavamo molto. Ma adesso che il mondo è cambiato in modo irreversibile, tutti hanno incominciato ad interessarsi alla nostra vita di allora: bella o brutta che fosse, era comunque l’unica che avevamo.

A parlare è la verità, la verità di ciascun intervistato che ha vissuto il comunismo, il tempo del sogno di una grande Russia. Ma che ha vissuto anche la paura e Stalin, con le deportazioni e le sparizioni. E poi la Guerra Fredda e la Perestroika di Gorbaciov, l’avvento di un capitalismo senza freni, con le delusioni cocenti per i cittadini russi, e gli spargimenti di sangue.

La voce del popolo russo

La Aleksievič non è brava, di più: dà voce a un popolo intero, senza mai commentare. Racconta – o meglio fa raccontare – come il sogno comune socialista sia crollato e come questo abbia spezzato i russi più della povertà.

Eccola dunque – la libertà! Potevamo imaginare che avesse quest’aspetto? Certo, eravamo pronti anche a dare la vita per i nostri ideali. A lottare strenuamente. E invece era cominciata un’esistenza cechoviana. Senza storia. […] Un socialismo più mite… più umano… E che cosa abbiamo ricevuto? Un capitalismo selvaggio.

Riprendiamo ciò che scrive Valentina Parisi nell’articolo “Auscultazione del mistero sovietico“:
“Se infatti nella prima parte del libro, dedicata agli anni novanta, la dolorosa rielaborazione dell’esperienza socialista riveste un ruolo centrale, nella seconda, centrata sul decennio successivo e significativamente intitolata Il fascino del vuoto, l’accento si sposta sul culto edonistico del benessere odierno, o sull’ancor più attuale revival autoritario alimentato dalla nostalgia per la perduta dimensione imperiale dello stato sovranazionale sovietico.”

Le testimonianze che raccoglie la Aleksievič sono vere e toccanti, terribili. Uno studente condannato a dieci anni di lager per aver scherzato su Stalin, una donna che perde il marito e il figlio perchè denunciati dal vicino di casa senza motivo apparente, l’ondata di cambiamento che inonda il Paese impoverendo le tasche e gli animi. Ciò che esce fuori da Tempo di seconda mano è un quadro, forse riduttivo ma molto vivido, dello spaccato sociale in Russia nell’ultimo secolo. A renderlo interessante è il flusso di coscienza dei personaggi, così reale, che fa da filo conduttore durante anni diversi della storia.

L’autrice, poichè duramente critica nei confronti di ogni violenza e regime dittatoriale, è stata anche esiliata per il suo lavoro. Non di inferiore importanza sono gli altri scritti della Aleksievič, che per quanto non si possano definire puramente letterari, offrono una visione umana e quanto più polivalente possibile.

Non faccio che girare intorno al dolore. Non riesco ad allontanarmene. Nel dolore c’è tutto: tenebra, solennità, qualche volta credo che il dolore crei come un ponte tra le persone, un legame segreto; qualche altra sono in preda alla disperazione, penso invece che si crei un abisso.

Lessi questo libro poichè tra i consigliati del mio esame universitario “Storia e memoria”, e non so se l’avrei letto in altri casi, come scelta personale.

Metafisica della felicità reale di Alain Badiou

Metafisica della felicità reale di Alain Badiou

Ogni felicità è una vittoria contro la finitudine. Ogni felicità è un godimento finito dell’infinito.

Alain Badiou, autore della teoria di una filosofia del cambiamento , ci spiega in questo breve libro cosa significhi essere felici e come cambiare il mondo. Con un linguaggio semplice e scorrevole, ci introduce al concetto di “desiderio di filosofia”, ossia il desiderio di una rivoluzione nel pensiero e nella vita. Secondo Badiou, perchè una rivoluzione possa verificarsi, abbiamo bisogno di quattro elementi: rivolta, logica, universalità, rischio. Il mondo contemporaneo è inappropriato ad ospitare questi quattro fattori, tanto che la felicità si è ridotta ad avere le sembianze di una soddisfazione consumatrice.

Tre sono le correnti principali della filosofia mondiale.

  • La filosofia ermeneutica e fenomenologica (Heidegger, Gadamer),  il cui desiderio rivoluzionario è schiarire attraverso l’interpretazione: la felicità reale è la figura dell’Aperto;
  • La filosofia analitica (Wittgestein), il cui desiderio è la condivisione di senso (degli enunciati) e la felicità reale l’affetto della democrazia;
  • La filosofia postmoderna (Derrida, Lyotard), il cui desiderio rivoluzionario è la creazione di nuove forme di senso e la felicità reale il godimento di queste nuove forme.

La ricerca della verità, per queste correnti, è ormai solo una ricerca della pluralità del senso, ed è quindi diventata impossibile una metafisica della verità; inoltre il linguaggio, con un ruolo ormai centrale, è divenuto il luogo del pensiero.

Secondo Badiou, si devono superare le tre dimensioni filosofiche dominanti, poichè il mondo ha bisogno di una proposta filosofica fondatrice. Citando la sua opera più importante, L’essere e l’evento, Badiou prosegue ad elogiare l’antifilosofia, quella di personalità implacabili quali Rosseau, Pascal, Nietzsche.

Nessuna felicità è immaginabile se l’individuo non va oltre il tessuto delle mediocri soddisfazioni nelle quali sguazza la sua oggettività animale, per diventare il Soggetto di cui è capace. […] Ogni episodio della vita, per quanto triviale o infimo, può essere l’occasione di sperimentare l’Assoluto, e dunque la felicità reale.

Un libro sulla felicità? Di più

Per Badiou, una buona dose di disperazione è necessaria per la felicità reale, che è ben diversa dalla soddisfazione. “Vota la tua fedeltà a ciò che è ufficialmente bandito, ostinati lungo i sentieri dell’impossibile. Vai fuori strada”, ci incita. “Allora potrai conoscere la felicità“.

La felicità è il godimento dell’impossibile, un atto di fedeltà nel diventare noi stessi Soggetto del cambiamento, soggetto che scopre di poter diventare. Così soltanto avremo una libertà che ci permetta di creare qualcosa nel mondo, qualcosa di eccezionale che derivi dal reale; il nuovo soggetto sarà inoltre svincolato dall’identità, generico e senza patria, creatore di universalità; si scoprirà inoltre capace di fare ciò che prima riteneva impossibile, e quindi scoprirà la felicità che è una vittoria contro la finitudine.

La felicità è godere dell’esistenza potente e creatrice di qualcosa che dal punto di vista di questo mondo era impossibile. Come cambiare il mondo? La risposta è in realtà esilarante: essendo felici. Ma si dovrà pagarne il prezzo, che è quello di essere a tratti davvero insoddisfatti. È una scelta, la vera scelta delle nostre vite. È la vera scelta riguardante la vera vita.

L’intellettuale francese, platonista e sessantottino,  si dichiara contro il consumismo e il capitalismo in favore di un nuovo umanesimo.

Per saperne di più su Metafisica di una felicità reale, clicca qui

Per approfondimenti su Alain Badiou, clicca qui (intervento di Alain Badiou alla conferenza “Le symptôma grec”, presso l’Università di Parigi 8 e all’École Normale Supérieure dal 18 al 20 gennaio 2013)

La posizione dell’uomo nel cosmo di Max Scheler

La posizione dell’uomo nel cosmo di Max Scheler

Cosa ci rende umani? Cosa ci distingue dalle piante e dagli animali? Che significato ha la vita nella nostra sfera psichica? Perchè l’uomo ha una posizione così particolare nel cosmo?

Queste domande, per niente semplici, se le poneva Scheler nel 1928, gettando le basi per la nascita dell’antropologia filosofica. Pur non essendo, per forza di cose, in linea con le più recenti scoperte scientifiche sul cervello e con le odierne teorie sulla psicanalisi, questa lettura è davvero interessante.

L’uomo di Scheler

Per Scheler, l’uomo è un animale malato e manchevole, poiché dotato di intelletto e bisognoso di creare utensili. La sua deficienza biologica lo ha portato sviluppare l’intelletto, che non è quindi una virtù originaria ma piuttosto la conseguenza di una mancanza. Come via di uscita dal vicolo cieco della sua “malattia”, Scheler annovera il concetto di civilizzazione, per quanto l’essenza stessa dell’uomo sta nell’impossibilità di definirsi. L’autore critica fortemente la concezione secondo cui siamo superiori agli animali o ci siamo evoluti da esso: siamo e resteremo per sempre animali, seppur con delle differenze che analizzerà nello specifico più volte.

Scheler dunque tenta, inizialmente, di spiegare cosa intendiamo con vita, attraverso le idee di Nietzsche, Dilthey e Bergson, a cui accenna spingendoci a riflettere sul nostro impulso vitale. Sarà soltanto ne “La posizione dell’uomo nel cosmo”, la terza parte di questo saggio, che entreremo nel vivo del discorso.

Da cosa è composta la nostra sfera psichica? Dall‘impulso affettivo: privo di coscienza, sensazione e rappresentazione. Si associa alle piante che, pur non avendo un centro come sistema nervoso o motorio, hanno l’impulso a crescere e riprodursi. Non hanno funzioni di comunicazione a causa di una centralizzazione deficiente, ma hanno un “insieme” più intimo che negli animali e nell’uomo: la pianta muta l’insieme del suo stato biologico, mentre gli uomini assomigliano più a una macchina con le varie funzioni dislocate in tutto il corpo, con una maggiore autonomia delle reazioni parziali.

La psiche è dotata poi di istinto, che non è l’intelligenza. A servizio della specie e legato alla sensazione e alla memoria, nonché all’ambiente, l’istinto è più forte negli animali con una struttura più rigida, ed è debole nell’uomo, che è un mammifero più plastico. E poi, breve parentesi sulla memoria associativa, che manca nelle piante e dipende dal principio di successo ed errore. Ci dice qualcosa Pavlov con i suoi studi sul comportamentismo e sul riflesso condizionato. Infine abbiamo l’intelligenza pratica, connessa all’atto di scelta. Si è intelligenti quando, indipendentemente da prove o tentativi, si assume un comportamento sensato per risolvere una situazione nuova. Intelligenza è la subitanea comprensione di uno stato di cose, cogliendo in anticipo un fatto mai sperimentato prima.

Stabilire se alcuni primati di scimmie abbiano o meno intelligenza ha sempre diviso l’uomo. Scheler rifiuta la teoria secondo cui l’uomo darwiniano è superiore perché l’unico ad essere dotato di intelligenza e scelta. Per l’autore ciò che rende l’uomo ciò che è un principio opposto a ogni forma di vita. Per spiegarlo, analizza il concetto di spirito. 

Lo spirito

L’uomo ha una capacità di oggettivazione singolare, può cioè distanziarsi dal mondo che lo circonda per pensarci su. Grazie al suo spirito, ha un’autocoscienza e oggettivizza il mondo in cui vive: trascende il suo mondo spazio temporale con l’atto di ideazione, che consiste nel cogliere le strutture eidetiche costitutive dell’universo.

Principio opposto a ogni forma di vita significa non accettare la realtà che ci è di fronte ma dirle un energico NO: significa abolire la realtà, derealizzarla, per protestare contro di essa e tentare di comprenderla. Analizzando le due principali teorie dello spirito (classica e negativa), Scheler le critica sottolineando che lo spirito originario non ha alcuna energia e l’uomo è la forma più elevata di sublimazione.

Questa estrema sintesi non è sicuramente sufficiente ad approfondire l’opera di questo autore, considerato il fondatore dell’antropologia filosofica. Stay tuned.

georges bataille

L’esperienza interiore di Georges Bataille

“Questo libro è il racconto di una disperazione. Il mondo è dato all’uomo come un enigma da risolvere. Tutta la mia vita – i suoi momenti bizzarri, sregolati, come pure le mie grevi meditazioni – è trascorsa a risolvere l’enigma.”

Georges Bataille parla a se stesso e al lettore come se fosse dinanzi a uno specchio, trascinandoci nella sua ricerca di senso, nel tentativo della risoluzione dell’enigma. Che cos’è l’esperienza interiore?  “Chiamo esperienza un viaggio ai limiti dell’umano possibile. Ciascuno è libero di non fare tale viaggio, ma, se lo fa, ciò suppone la negazione delle autorità, dei valori esistenti che limitano il possibile”, inizia. “L’esperienza interiore risponde alla necessità in cui mi trovo – l’esistenza umana con me – di porre tutto in causa (in questione) senza ammettere tregua. Ho voluto che il non-sapere ne fosse il principio.” Non bisogna cercare al di fuori dell’esperienza (Dio o la conoscenza) l’autorità che la legittimi, perché l’esperienza stessa è l’autorità. Dunque si parte dal non sapere per giungere all’ignoto.

Il principio di contestazione del sapere

Il principio di contestazione ruota attorno al bisogno umano di drammatizzare l’esistenza: drammatizzare significa giungere a stati d’estasi che sono possibili, appunto, soltanto contestando il sapere. Se mi impadronisco dell’estasi finisco per definirla, mentre devo restare nell’intollerabilità del non sapere. Solo con la cessazione di ogni operazione intellettuale lo spirito viene messo a nudo. Le parole non fanno altro che ricondurci al sapere (fatta esclusione per la poesia) e per questo è così difficile parlare dell’esperienza interiore. Bisogna giungere a una sensazione non discorsiva che sia libera da ogni forma di conoscenza.

“Colsi mentre sprofondavo che la sola verità dell’uomo, infine intravista, è di essere una supplica senza risposta.”

Principio dell’esperienza interiore: uscire tramite un progetto dal campo del progetto

Ma se per intraprendere una vera esperienza interiore dobbiamo abbracciare il principio del non sapere, notiamo che esso si oppone all’idea di progetto. Tutti gli uomini non fanno altro che dedicarsi ai propri progetti razionali: il progetto altro non è che rimandare la vita al più tardi. Lo si fa per sfuggire all’angoscia che però così non fa che crescere.

“Si trova soddisfazione vanitosa solo in progetto; la soddisfazione sfugge non appena si realizza, si torna presto al piano del soggetto, in tal modo si ricade nella fuga, come una bestia in una trappola senza fine; un giorno qualsiasi, si muore idioti.”

L’esperienza interiore è quindi l’oltrepassare la soglia del conosciuto per andare oltre (tuttavia differendo dalla salvezza cristiana), è lo spingersi oltre i limiti del possibile fino all’estremo. Bataille si sofferma molto, in queste pagine, sul concetto di progetto che incatena l’uomo a non vivere il presente, riducendolo all’angoscia.

I tre principi della condizione umana

“Dapprima raggiungo l’estremo del sapere (ad esempio, mimo il sapere assoluto, poco importa come, ma ciò suppone uno sforzo infinito dello spirito che vuole il sapere). So allora che non so nulla. Ipse ha voluto essere tutto (tramite il sapere) e cado nell’angoscia: l’occasione dell’angoscia è il mio non-sapere, il non-senso senza rimedio (il non-sapere non sopprime qui le conoscenze particolari, ma il loro senso, toglie ogni senso).”

Bataille sottolinea quanto l’esistenza umana sia inevitabilmente legata al linguaggio e definisce l’uomo “una particella inserita in insieme instabili aggrovigliati”. Da qui deriva il primo principio, secondo cui l’essere è un insieme di particelle, e il secondo, per cui le componenti dell’essere hanno un’autonomia relativa; il terzo principio  che nonostante l’essere si richiuda in se stesso nell’autonomia, in realtà vuole diventare il tutto della trascendenza. È questa la sua “volontà di essere universo, che tuttavia è solo una sfida derisoria rivolta all’inconoscibile immensità, e l’immensità di sottrae alla conoscenza.” Questi tre principi sono inevitabili e, illusione dopo illusione, ci riportano al desiderio di un sapere assoluto. “La nostra esistenza è un tentativo di portare a compimento l’essere”, ma come mezzi di profonda comunicazione Bataille indica l’erotismo e il riso.

Un filosofo da scoprire

Spesso è difficile stare al passo del filosofo, specialmente se, come me, non siete ferrati in materia. La difficoltà è dovuta anche a un’alternanza tra frammenti e ragionamenti spezzettati, uniti da unico filo che, spesso, si perde. La seconda parte di questo saggio si occupa di Hegel e delle meditazioni, per chi volesse approfondirlo; ricordiamo inoltre inoltre che Bataille con quest’opera attirò le critiche di Sartre che lo definì “un nuovo mistico paranoico e folle”.

Non è sufficiente “L’esperienza interiore” per comprendere questo filosofo che si è interessato anche all’antropologia, alla letteratura e all’economia: bisognerebbe almeno leggere il suo romanzo erotico “Storia dell’occhio“, e approfondire il concetto di dépense ne “La parte maledetta”, un saggio di economia politica.

Emil Cioran e La Caduta nel tempo

Emil Cioran e La Caduta nel tempo

“Più la morte si sottrae, più egli aspira a impadronirsene e soggiogarla; non riuscendovi, mobilita tutte le risorse della propria volontà inquieta e torturata, suo unico appoggio: è un disadattato esausto e tuttavia infaticabile, senza radici, conquistatore proprio perchè sradicato; un nomade insieme folgorato e indomito, che anela a rimediare alle proprie deficienze e, di fronte al fallimento, violenta ogni cosa intorno a sè.”

Il soggetto di questa magnifica descrizione di Cioran è naturalmente l’uomo. L’uomo disperato, continuamente concentrato su se stesso, colui che nel Giardino dell’Eden all’immortalità ha scelto l’albero della conoscenza. Perché, si chiede Cioran, ha provocato egli stesso la Caduta nel Tempo, per poi tormentarsi per la sua caducità?

“I più respirano senza rendersene conto, senza rifletterci […] Guai a coloro che sanno di respirare, guai ancor di più a coloro che sanno di essere uomini. Incapaci di avere in mente altro, ci penseranno per tuttala vita, ne saranno ossessionati e oppressi. Ma essi meritano il loro tormento, per aver cercato, avidi di insolubile, un tema torturante, un tema senza fine.”

Il filosofo rumeno è famoso per aver risposto a Camus – che lo invitava a impegnarsi socialmente – di andare a farsi fottere. Un personaggio controverso, brillante, a-sociale, profondo estimatore del suicidio, ha scritto perché considerava la scrittura una terapia al costante pensiero di togliersi la vita. Scettico, nichilista, esistenzialista? Difficile dargli un inquadramento preciso.

 

Oltre la Storia

In La caduta del tempo, Emil Cioran esorta alla non-azione come unica forma elevazione al di sopra della Storia e dell’Io. La civilizzazione, voluta dall’uomo stesso, lo intrappola nel tempo che non è presente ma solo avvenire; con il progresso e l’evoluzione le ansie si moltiplicano e siamo sempre più incapaci di godere del momento. Accumuliamo cose, ci siamo abituati a pensare al possedimento come a una ricchezza, mentre è ciò che ci allontana da noi stessi. Siamo sempre più spinti da bisogni inutili e superficiali, anticipava Cioran nel 1964, ed è la civiltà a imporcelo con l’idea di Storia.

Il filosofo denigra gli scettici che fanno una fine impietosa senza risolvere alcunché, senza mai scegliere, e critica la condizione tormentata del dubitatore per quanto anche lui si fosse definito “idolatra del dubbio”. Cioran approfondisce il concetto di gloria, che ognuno brama in segreto: essa ha preso il posto del desiderio di immortalità e ci fa credere che sia importante distinguerci, ricerchiamo di continuo l’attenzione altrui perché senza saremmo persi, “l’idolatria del successo”.

“Il solo fatto di volersi distinguere è già un sintomo di morte spirituale. […] La notorietà. Più vi aspiriamo, più ci imbattiamo nell’insolubile: vogliamo vincere il tempo con i mezzi del tempo, durare nell’effimero, approdare all’indistruttibile attraverso la storia e, colmo del ridicolo, farci applaudire da quegli stessi che esecriamo.”

 

Il pessimismo

La visione pessimista di Cioran arriva all’estremo quando definisce così gli uomini:

“Non vi sono più esseri, non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto sanno organizzare così bene la loro agonia. Eppure il Dolore ci dà la certezza che qualcosa esiste e si oppone al non senso del Vuoto.”

Segno di vanità ed egoismo è per Cioran temere la morte e l’oblio, e non manca un riferimento a Tolstoj. Anche la saggezza stessa,però, è distruttiva, perché ci modera distruggendo i talenti. Quale è dunque la soluzione, se essa viene ipotizzata? Lascio a voi la lettura, astenendomi da ogni giudizio.

Vivere significa subire la magia del possibile.

 

Sapiens: da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari

Sapiens: da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari

Ambizioso best seller del professore israeliano Harari: una storia dell’umanità non solo all’altezza delle aspettative, ma interessante e intrigante.

Spinge il lettore a riflettere, a porsi in diversi punti di vista, pur toccando una grande varietà di temi importanti.

Discutere di questo saggio richiede onestà intellettuale e soprattutto l’ammissione che è difficile approfondire ogni tema trattato. Ci si sente storici, sociologi, antropologi, filosofi, ma anche scienziati, biologi, informatici, economisti, matematici. Ed è questo l’intento di Harari, trattare la specie umana, l’Homo Sapiens, per il complesso di facoltà che lo caratterizzano e che rappresenta.

Il fattore più apprezzabile di “Sapiens, da animali a dèi” è l’umiltà di Harari di non porsi come narratore onnisciente o schierato. Con un linguaggio chiarissimo, a tratti colloquiale, permette a chiunque di comprendere ciò che spiega. Ma la semplicità con cui narra non è sinonimo di banalità: si pone piuttosto come un analista che, lucidamente, esamina la storia e la sviscera con l’attenzione di un chirurgo. L’autore non confonde mai i diversi campi che tratta, osserva la realtà con occhio critico esterno, avvalendosi della conoscenza della Storia.

Un testo che domanda

Quali sono le domande a cui si approccia nel suo testo? Tantissime: tutti dovrebbero leggerlo, ogni uomo che sia curioso del mondo che gli è intorno.

Perché, quando c’erano diverse specie umane, solo Homo Sapiens è sopravvissuto? Come e perché l’uomo ha sterminato i suoi simili, ad esempio i Neanderthal che non erano in nulla inferiori a noi? Come specie, in che modo ci siamo evoluti? Questa l’introduzione ai primi capitoli magnetici, che ci conducono ai temi concatenati della nascita del pensiero, delle differenze tra noi e gli altri animali, delle trasformazioni psico-fisiche che ci hanno reso quelli che siamo. È la Rivoluzione cognitiva, che appunto analizza le nuove capacità cerebrali del Sapiens con tutte le conseguenze che portarono con loro.

Non meno interessante la parte sulla Rivoluzione agricola, che Harari ritiene la più grande impostura della storia. Sapevate che l’agricoltura, che ci sembra aver risolto una miriade dei problemi che avevano i nomadi cacciatori-raccoglitori, in realtà ha geneticamente indebolito l’uomo? Perché? Esagerando, Harari ritiene che sia stato il frumento ad addomesticare l’uomo, e non il contrario, poiché ne siamo divenuti completamente dipendenti. Come sono nate le prime società? Come si è trasformata l’economia, e con essa le abitudini?

E soprattutto com’è che sono nati, certo non all’improvviso, le nazioni, e la democrazia, e il cristianesimo? Senza paura di ricevere polemiche, Harari fa comprendere che tutto ciò fa parte di un ordine che l’uomo stesso mantiene tramite l’immaginazione. L’intelligenza di Homo Sapiens è stata quella, rispetto ad altri animali, di far sì che un grosso numero di membri, anche estranei tra loro, cooperassero. E l’ha fatto attraverso i miti.

Quest’ordine ha come regola il non ammettere mai che è solo immaginato: è inoltre intersoggettivo, in cui devono credere più individui; modella i nostri desideri e non c’è modo per uscirne.

Per esempio i desideri più coltivati dagli occidentali del nostro tempo sono modellati da miti romantici, nazionalisti, capitalisti e umanisti che esistono da secoli. […] Anche i desideri che di solito la gente ritiene più personali sono programmati dall’ordine costituito immaginario. […] Il dollaro, i diritti umani e gli Stati Uniti d’America esistono nell’immaginazione condivisa di miliardi di persone, e nessun individuo, da solo, ne potrebbe minacciare l’esistenza.

Riflettere sull’uomo

Rivalutare le idee, che in effetti sono immaginate e facenti parte di un ordine, può servire al lettore per importanti riflessioni su ciò che ha sempre considerato già dato, e soprattutto per una visione del mondo meno eurocentrica ed occidentale.

Harari passa poi all’introduzione del concetto di cultura con tutte l sue contraddizioni, sottolineando che “la coerenza è il gioco delle menti ottuse”. L’analisi è dei tre ordini universali comparsi già nel I millennio:

  • economico: ordine monetario
  • politico: ordine imperiale
  • religioso: ordine delle diverse religioni mondiali

Brevi ma estremamente interessanti, questi paragrafi coniugano fatti storici a riflessioni più generali che coinvolgono popolazioni di ogni parte del mondo che hanno appunto fatto la storia dell’umanità.

Infine l’ultimo capitolo è dedicato alla Rivoluzione scientifica e a tutto ciò che ha portato con sè, passando per le tematiche del colonialismo e del progresso tecnologico, per giungere alla genetica e alla cibernetica.

Difficile non provare curiosità per l’opera di Yuval Noah Hariri, di cui cliccando qui trovate un assaggio

Circa 70.000 anni fa Homo Sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti propri in un angolo dell’Africa. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza, ma anche le capacità divine di creare e di distruggere. […] Ma abbiamo forse diminuito tutte le sofferenze del mondo? […] Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?