Categoria: Libri Evitabili

La psichiatra di Wulf Dorn

Storia che tiene incollati alle pagine pur senza eccellere nella scrittura.

SINOSSI: “Lavorare in un ospedale psichiatrico è difficile. Ogni giorno la dottoressa Ellen Roth si scontra con un’umanità reietta, con la sofferenza più indicibile, con il buio della mente. Tuttavia, a questo caso non era preparata: la stanza numero 7 è satura di terrore, la paziente rannicchiata ai suoi piedi è stata picchiata, seviziata. È chiusa in se stessa, mugola parole senza senso. Dice che l’Uomo Nero la sta cercando. La sua voce è raccapricciante, è la voce di una bambina in un corpo di donna: le sussurra che adesso prenderà anche lei, Ellen, perché nessuno può sfuggire all’Uomo Nero. E quando il giorno dopo la paziente scompare dall’ospedale senza lasciare traccia, per Ellen incomincia l’incubo. Nessuno l’ha vista uscire, nessuno l’aveva vista entrare. Ellen la vuole rintracciare a tutti i costi ma viene coinvolta in un macabro gioco da cui non sa come uscire. Chi è quella donna? Cosa le è successo? E chi è veramente l’Uomo Nero? Ellen non può far altro che tentare di mettere insieme le tessere di un puzzle diabolico, mentre precipita in un abisso di violenza, paranoia e angoscia. Eppure sa che, alla fine, tutti i nodi verranno al pettine…”

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È un romanzo ben fatto, Wulf Dorn è bravo nel creare sospetti e nel fomentare l’ansia del lettore. Quindi sicuramente La psichiatra è ben strutturato, parte da una buona idea. La lettura è scorrevole, semplice, incalzante in alcuni punti, soprattutto durante gli episodi più  inquietanti.

Eppure, molte delle supposizioni iniziali si sono rivelate vere. Ecco, la piccola delusione è stata aver indovinato. Avrei voluto quel colpo di scena che mi avesse fatto esclamare: “Non è possibile! Non me lo aspettavo!” … invece, per essere onesti, me lo aspettavo un pochino. Anzi, parecchio. Aspettavo l’inaspettato e son rimasta un po’ delusa. Il caso trattato è davvero molto interessante, anche se probabilmente per alcuni elementi chiave risulta poco credibile. Avrei preferito essere completamente presa in giro dall’autore, ingannata per così dire, ma alcuni elementi sospetti non me lo hanno concesso, e gli sforzi dello scrittore di dirottare le intuizioni è servito a poco. Anche se sospettiamo di tutti, la verità viene intuita troppo presto e poi riconfermata e ovviamente chiarita. Senza dubbio durante la lettura non si aspetta altro che quella.

Un secondo elemento di dubbio è dato dalla scrittura che è sicuramente chiara e semplice, ma davvero poco originale. Sono i fatti, la loro disposizione nel testo, a essere interessanti, mentre lo stile resta piuttosto anonimo.

Equazione di un amore di Simona Sparaco

La nuova Federico Moccia appoggiata dai vari premi, tra cui lo Strega. Una gran bella delusione, la Regina dei Libri Brutti.

SINOSSI: “Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo che nel tempio finanziario del consumo ha trovato le sue soddisfazioni. Anche se a tratti è punta da una nota di malinconia, la ragione le dice che non avrebbe potuto fare scelta migliore: Vittorio è affidabile, ambizioso, accudente. È un uomo che prende le cose di petto e aggiusta quello che non va; come quando ha raccolto lei, sotto la pioggia, un pomeriggio londinese di tanti anni prima. Al cuore di Lea invece basta pochissimo per confondersi: l’immagine di un ragazzino introverso, curvo su una scrivania a darle ripetizioni di matematica. Si chiama Giacomo e Lea non ha mai smesso di pensare a lui. L’alunno più brillante, il professore più corteggiato, l’amante passionale, l’uomo codardo. Lea sa bene che deve stargli lontano, perché Giacomo può farle male: c’è un’ombra in lui, qualcosa che le sfugge, ma che lentamente lo divora. Quando una piccola casa editrice accoglie il romanzo che ha scritto, Lea è costretta a tornare a Roma, e ogni proposito crolla. Il passato con tutta la sua prepotenza li travolge ancora una volta, con maggior violenza e pericolo. Secondo i principi della fisica che Giacomo le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili.”

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Avete presente il successo di Moccia tra le adolescenti? Ecco, Equazione di un amore si avvicina molto a Tre metri sopra il cielo. La differenza? Lea e Giacomo anzichè scrivere sul muro “Io e te tre metri sopra il cielo”, scrivono la famosa equazione di Dirac (la finta pretesa di essere una cosa più intellettuale, è fisica, no?, invece è soltanto un pretesto per fingere che non sia una banalità adolescenziale).

Un romanzo che non ha pretese, tuttavia scorrevole, per il semplice fatto che la Sparaco, di cui non ho letto il successo Nessuno sa di noi, ha prodotto un romanzo assolutamente deludente rispetto alle aspettative che vi hanno ricamato attorno, e questo fa rabbia.

La protagonista, Lea, è una ragazza completamente succube del suo amore, non riesce a reagire o ad avere una personalità sua, è sempre in balìa degli altri, chi lo sa come fa a prendere delle scelte? È davvero snervante, scialba, all’ombra degli altri personaggi. Scrive ma chi lo sa cosa, vive a Singapore ma non sa perchè, ama il marito ma non ne è certa. Il protagonista maschile, Giacomo… che dire, l’autrice l’ha voluto rendere dannato, perchè si sa che il tormentato fa più figo, ma poi alla fine oltre a fingersi intellettualoide (già, l’autrice ogni tanto spara nomi di fisici, di letterati, ma come Lea non capisce a cosa ci stiamo riferendo, anche noi ci chiediamo a che scopo citarli se non per continuare la farsa di essere intellettuali) non fa altro che trattare malissimo la ragazza. A causa di un segreto che poi tanto segreto non è, si scopre alla fine e non è che sia di grande originalità, tanto tormento per niente. E il solo svelarlo poi risolve anni e anni di vita vissuta così, che grande profondità e verosimiglianza. Davvero.

Il marito di Lea, Vittorio, non ha alcuno spessore, il solito precisino ordinato vs il bello e ribelle, scontato. L’amica Bianca sta lì solo per dare consigli, nel ruolo di amichetta adolescente alias grillo parlante per la protagonista così passionale fino alla stupidaggine e alla mancanza di amor proprio.

Non saprei davvero cosa aggiungere, magari non rovino la sorpresa finale che altro non è che una forzatura che c’entra ben poco con la storyline. Un colpo di scena buttato lì per rendere il romanzo più cool, questo mi è sembrato.

Ci si sarebbe potuti accontentata di una storiella scritta bene e interessante, ma qui si viene presi in giro, tale la pubblicità e il successo di questo romanzo.

Ci sono ben due pagine di indecisione della protagonista di tale profondità letteraria: “lo cancello da Facebook?, premo il tasto Rimuovi dagli amici?, guardo le sue foto sul suo profilo?”

Un incubo.

Il club delle lettere segrete di Angeles Donate

Libro banale e privo di stile, adatto forse per una lettura sotto l’ombrellone.

TRAMA: “È arrivato l’inverno a Porvenir, e ha portato con sé cattive notizie: per mancanza di lettere, l’ufficio postale sta per essere chiuso e il personale verrà trasferito altrove. Sms, mail e whatsapp hanno avuto la meglio persino in questo paesino arroccato tra le montagne. Sara, l’unica postina della zona, è nata e cresciuta a Porvenir e passa molto tempo con la sua vicina Rosa, un’arzilla ottantenne che farebbe qualsiasi cosa per non separarsi da lei e risparmiarle un dispiacere. Ma cosa può inventarsi Rosa per evitare che la vita di una delle persone che le stanno più a cuore venga stravolta? Forse potrebbe scrivere una lettera che rimanda da ben sessant’anni e invitare la persona che la riceverà a fare altrettanto, scrivendo a sua volta a qualcuno. Pian piano, quel piccolo gesto innescherà una catena epistolare che coinvolgerà una giovane poetessa decisa a fondare un book club nella biblioteca locale, una donna delle pulizie peruviana, una cuoca un po’ maldestra e tanti altri, rimettendo in moto il lavoro di Sara e creando non poco trambusto fra gli abitanti del piccolo borgo. Perché – come ben sanno tutti quelli che provano un brivido di gioia ogni volta che ricevono posta a sorpresa e che affondano il naso nella carta per sentirne il profumo – una lettera tira l’altra, come un bacio. E può cambiare il mondo.”

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È una lettura leggera, senza pretese, quindi non merita ardue critiche perchè dall’inizio si presenta per quello che è. Certo, una lettura leggera può appassionare, se non catturare del tutto l’attenzione del lettore: non è affatto questo il caso. Lo stile di scrittura è semplice, anch’esso senza pretese, forse più interessante nella lettura delle lettere scritte in prima persona.

Ogni personaggio, privo di reale spessore psicologico, tende ad essere noioso e scontato, le azioni sono prevedibili e si fatica a portare avanti la lettura.

La campana di vetro di Sylvia Plath

Si dice che l’autrice si è suicidata giovane, che era un’esistenzialista, che in questo romanzo fa delle importanti riflessioni e esprime il senso di solitudine e alienazione della protagonista… In realtà La campana di vetro è soltanto noioso.

TRAMA: “In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi “come un cavallo da corsa in un mondo senza piste”. Intorno a lei, sopra di lei, l’America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l’aria. L’alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere dalle onde azzurre dell’elettroshock. Pubblicato nel 1963, un mese prima del suicidio dell’autrice, La campana di vetro è l’unico romanzo di Sylvia Plath. Fortemente autobiografico, narra con stile limpido e teso e con una semplicità agghiacciante le insipienze, le crudeltà incoscienti, i tabù assurdi capaci di spezzare qualunque adolescenza presa nell’ingranaggio stritolante di una normalità che ignora la poesia.”

 

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Ci sono molte recensioni su questo libro che dicono: “Bello, ma più per la biografia dell’autrice che per la qualità del testo”. A volte non ci si fida, ma in questo caso si dovrebbe.

Si nota l’intento della Plath di toccare tematiche più profonde, ma è come se non fosse capace di farlo.  Sfiora le cose senza approfondirle, tutto è così talmente descrittivo! Un romanzo strapieno di azioni hce, per lo più abitudinarie o di poca importanza e descritte in un modo piatto e normalissimo, rendono La campana di vetro indigeribile. Dov’è l’originalità, dov’è la magia delle parole, l’arte del raccontare? Quantomeno un intreccio interessante avrebbe sopperito a uno stile morto.

CoLa campana di vetro, scritto dall’autrice un mese prima del suo suicidio, purtroppo annoia. Siamo di fronte al tipico caso di romanzo legato all’autrice più che alla storia. Insomma, preferite la Plath come poetessa, ma neanche tanto.

 

Cancella il giorno che mi hai incontrato di Leisa Rayven

Cancella il giorno che mi hai incontrato di Leisa Rayven

Benvenuti in Libri Brutti, capaci di deviare le adolescenti e trasformare il sesso in un’ossessione.

SINOSSI: “Cassandra e Ethan. Quando sono sul palco insieme, a nessuno sfugge l’attrazione e la potente alchimia che si sprigiona tra loro appena si sfiorano o si guardano negli occhi. Una passione che toglie il respiro, davanti alla quale è impossibile restare indifferenti. Tanto che all’Accademia d’Arte di New York vengono scelti come protagonisti per lo spettacolo di fine anno, Romeo e Giulietta, la storia d’amore più famosa di tutti i tempi.
Però, una volta calato il sipario e smessi gli abiti di scena, il rapporto tra Ethan e Cassandra si rivela complicato e ingestibile. Lei è la classica brava studentessa, timida, ingenua e sempre pronta ad assecondare il prossimo pur di farsi accettare. Ethan invece è bello e dannato, con un volto da angelo ribelle a cui nessuna ragazza può resistere. Lasciarsi sembra l’unica soluzione per continuare a sopravvivere, anche se il dolore è devastante, soprattutto per Cassandra. Rimasta sola a New York deve ricominciare da zero partendo proprio da se stessa e dal suo cuore tradito. Mentre Ethan, baciato dal successo, è in tournée in giro per l’Europa.
Anni dopo, scritturati di nuovo per interpretare una coppia di amanti, Cassandra e Ethan si ritrovano sul palco ad affrontare i demoni del loro passato e il fuoco di quella passione che, nonostante il tempo, non ha mai smesso di ardere. Ma può un amore così intenso e lacerante finire davvero?”

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Ovviamente è uno young adult, o forse meglio un new adult, per gli amanti del genere, quindi senza pretesa alcuna.

Una scuola di teatro, protagonisti più adulti (diciannove anni nei flashback e venticinque nel presente), un pizzico in più di originalità. Come struttura funziona abbastanza, peccato per le offese all’intelligenza del lettore che vi sono contenute dentro.

Eccone un elenco:

1. La scrittura dell’autrice. “Mi piace un casino” oppure “strafico” sono le espressioni ricorrenti che ammazzano secoli di letteratura. Esistono sinonimi meno adolescenziali e puerili, anche per dei Libri Brutti.

2. È porno. Non nelle azioni, nei pensieri di Cassie. Lei naturalmente è vergine, come sempre. Anche se ha vent’anni questo stereotipo incanta le fanciulle, pare. Mai una trama con una ragazza che affronta anche i suoi rapporti passati, o che perda la verginità con qualcuno che non finirà per sposare. Davvero molto credibile ai giorni nostri.

Nonostante lei sia vergine è costantemente eccitata e ci sono pagine intere che descrivono i suoi desideri. Ok la tensione sessuale, ok i baci, ma più di una volta ci si sente in imbarazzo per lei. “Gli guardo il pacco, quanto è duro…”, espressioni simili che avvicinano questo libro più a un triste Harmony. La frase clou è: “Giuro che sono così disperata che a volte penso di prendere il primo che capita, strappargli i vestiti di dosso e violentarlo su due piedi.” Una scrittura che fa letteralmente rabbrividire.

3. Cassie, la protagonista. C’è un limite alle magre figure che una ragazza può fare. Vomitare e farsi tenere i capelli dal bad boy sembra un punto fisso in questo genere, ormai diamolo per assodato. Ma che Ethan legga il suo diario dove c’è scritto che gli fissa di continuo il pene e che è il più bel pene del mondo… è da sotterrarsi nella vergogna e non uscirne mai più. Così come svegliarsi accanto a lui e scoprire che nel sogno stavi per avere un orgasmo, toccandolo proprio lì, e lui è sveglio a fissarti. Cassie non ha alcuno spessore psicologico, ma cosa lo dico a fare?. Ha solo un chiodo fisso che trasforma l’intero libro in un triste romanzetto erotico, non spara altro che frasi ammiccanti, potrebbe risultare una pervertita come se al mondo esistessero solo le pulsioni sessuali.

 

 

Qualche elemento positivo? L’alternanza presente e passato carica di attesa, ci si aspetta di capire perchè nel presente le cose vanno così, cosa sia accaduto, si percepisce la maturazione di Ethan, la sua sofferenza. Questa poteva essere una carta vincente, come i dialoghi serrati sui due (se non fossero solo inerenti il sesso), il continuo focus sui due senza digressioni, la possibilità di giocare su due fronti (la realtà e la finzione degli attori). Elementi che avrebbero sostenuto di più la storia se non fosse stata scritta con i piedi.

Pare che a grande richiesta uscirà un seguito, e il che non può che farci riflettere sul marketing editoriale odierno.

L’arte di ascoltare i battiti del cuore di Jan-Philippe Sendker

L’arte di ascoltare i battiti del cuore di Jan-Philippe Sendker

La storia si un amore che supera tempi e confini in un romanzo imperdibile, il commento sulla copertina. Ma anche no.

SINOSSI: “A Kalaw, una tranquilla città annidata tra le montagne birmane, vi è una piccola casa da tè dall’aspetto modesto, che un ricco viaggiatore occidentale non esiterebbe a giudicare miserabile. Il caldo poi è soffocante, così come gli sguardi degli avventori che scrutano ogni volto a loro poco familiare con fare indagatorio. Julia Win, giovane newyorchese appena sbarcata a Kalaw, se ne tornerebbe volentieri in America, se un compito ineludibile non la trattenesse lì, in quella piccola sala da tè birmana. Suo padre è scomparso. La polizia ha fatto le sue indagini e tratto le sue conclusioni. Tin Win, arrivato negli Stati Uniti dalla Birmania con un visto concesso per motivi di studio nel 1942, diventato cittadino americano nel 1959 e poi avvocato newyorchese di grido… un uomo sicuramente dalla doppia vita se le sue tracce si perdono nella capitale del vizio, a Bangkok. L’atroce sospetto che una simile ricostruzione della vita di suo padre potesse in qualche modo corrispondere al vero si è fatto strada nella mente e nel cuore di Julia fino al giorno in cui sua madre, riordinando la soffitta, non ha trovato una lettera di suo padre. La lettera era indirizzata a una certa Mi Mi residente a Kalaw, in Birmania, e cominciava con queste struggenti parole: “Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l’ultima volta”.

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La storia ci viene raccontata dal punto di vista della figlia di Tin Win. Suo padre è sparito da quattro anni senza che lei o sua madre sappiano il perchè; neanche la polizia è riuscito a trovarlo. Julia allora, dopo il ritrovamento di una lettera, decide di partire per la Birmania, dove un uomo che incontra in una sala da tè, U Ba, le racconta tutta la storia di suo padre.

Manca l’alternanza di un racconto passato con uno della vita di Tin Win a New York; alla fine il lettore conoscerà solo il suo passato e non la sua età adulta, cosa che invece avrebbe creato maggiore interesse. Tutto quindi si concentra sulla particolare storia di Tin Win e del suo amore per Mi mi in. Per contorno, personaggi mistici, saggi, stregoni, una terra da scoprire. La caratteristica di questo libro è la capacità di coinvolgere soprattutto attraverso i sensi: l’olfatto, i suoni. I battiti del cuore, la descrizione dei rumori. È un viaggio nei sensi, nei sentimenti puri, nella verità delle cose.

Tutto troppo melenso, non per ciò che è scritto e neanche per lo stile, ma per la convinzione impressa in ogni pagina che l’amore possa essere eterno e durare anche a una tale distanza, senza viversi e vedersi mai per anni. Si basa insomma su un presupposto inesistente, poco credibile. Come in una fiaba. È questo che può rapire o meno il lettore.

Storia delicata, particolare. Da leggere se si ha voglia di credere nell’amore, in quello che vero che supera il tempo e lo spazio, se ci si vuole immergere in un mono lontano e diverso dal nostro.

Siamo convinti che gli altri siano capaci d fare  solamente ciò che sappiamo fare anche noi, nel bene e nel male. Per questo riconosciamo come amore solo quello che corrisponde l’immagine che ne abbiamo. Vogliamo essere amati come amiamo noi. Ogni altro modo ci è estraneo, ne fraintendiamo i segni, non capiamo la sua lingua. Accusiamo. Affermiamo che l’altro non ci ama. Invece forse ci ama in un modo tutto suo che noi non conosciamo.

Il mondo ai miei piedi di Lesley Lokko

Un libro senza pretese che non si sforza neanche di fingere di averne qualcuna.

SINOSSI: “Settembre 1981. Rianne de Zoete, una giovane ereditiera sudafricana, viene mandata a studiare contro la sua volontà in un esclusivo college inglese e pensa che la sua vita lontano da casa sia finita prima ancora di cominciare. Cresciuta secondo le regole della società bianca privilegiata e razzista, Rianne è molto diversa dalle tre compagne con cui è costretta a dividere la stanza, e i suoi atteggiamenti arroganti non tardano a gettare lo scompiglio nella vita della scuola. A dispetto di queste premesse le quattro ragazze troveranno un’intesa e ben presto diventeranno inseparabili. Ma quando Rianne scopre che il ragazzo più corteggiato del college è il figlio del più noto prigioniero politico sudafricano, nemico della sua famiglia, iniziano i guai.”

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Ma perchè un libro leggero deve necessariamente essere brutto? Per l’incapacità di chi lo scrive.

Il periodo descritto in cui le ragazze protagoniste sono al college dura ben poco e l’autrice non è brava a descrivere la maturazione del rapporto tra di loro. Rianne de Zoete è una stronzetta bianca viziata super egocentrica e ci si chiede come abbiano potuto le altre non accoltellarla nel sonno dopo le prime due notti in stanza insieme. Quando poi ci si trova si fronte a un salto temporale, la Lokko segue ogni personaggio, anche quelli minori, in spezzoni di vita. Pensieri, carriere, amori e via dicendo, simpatica per essere una lettura senza impegno. Ad alcuni personaggi ci si affeziona, ad altri meno, il punto è che è naturale si si ha la costanza di mandar giù ben 615 pagine. Se si riesce a superare la prima metà il gioco è fatto. In 615 pagine devi necessariamente, almeno un po’, affezionarti a qualcuno.

In quanto romanzo da leggere a caso, non possiamo dare un giudizio troppo severo, perchè lo si sa quando lo si acquista. Ma credo che nessuno ami perdere il proprio tempo in letture inutili, e qui molte ma molte parti del tutto inutili, aggiuntive. Non c’è mai una profondità nello spiegare la psicologia dei personaggi; ogni storia d’amore, e ce n sono tante, inizia nello stesso identico modo; le scene di sesso, per quanto brevi, diventano ripetitive e noiose, tutte descritte nello stesso modo.

Oltretutto c’è molto di inverosimile. L’inverosimile sta nella facilità di trovare lavoro e fare immediato successo nella carriera (e questo vale per tutti), nel viaggiare di continuo, spostamenti tra New York, Londra, Sudafrica. Infine i fatti storici sembrano elenchi di fatti.

Ci sono certo anche un paio di elementi positivi. La crescita del personaggio di Rianne, per esempio. Anche se è detestabile ha un’evoluzione, quanto meno, per quanto sempre superficiale. Il traino della storia è senza dubbio la sua relazione con Riitho, che si sviluppa negli anni, un amore impossibile ma forte. Il personaggio principe è proprio Riitho, è lui che ha intelligenza e forza, che conosce i fatti (a differenza di Rianne che pare disinteressarsene), che incarna la voglia di riscatto di tutti i neri sudafricani. Lui e anche Gabby, sono loro il fascino di Il mondo ai miei piedi.

In ordine: Rianne, la protagonista che senza Riitho non avrebbe avuto alcun senso. Gabby: l’unica che cresce per davvero, genitle, insicura, si chiude in un relazione che la umilia e ne esce a testa alta. Nathalie: ha una pessima madre, e pessime relazioni. Scialba, per lo più. Charmaine: la scapestrata che prende una strada brutta, bruttissima. Intorno a loro si muovono personaggi, avanza la Storia, cambia il mondo. Ma la pretesa dell’autrice di farci appassionare ad anni e anni di storia, così delicati, così tragici, è troppo alta.

Di una cosa si è certi: è un libro di cui ci si dimentica davvero facilmente.

Un uso qualunque di te di Sara Rattaro

Un uso qualunque di te di Sara Rattaro

Questo è un titolo che mi ha ammaliato: Un uso qualunque di te. Sara Rattaro scrive un romanzo che sembra una bozza, un po’ per l’edizione, un po’ per l’alternanza tra la prima persona e il rivolgersi direttamente alla figlia Luce.

TRAMA: “È quasi l’alba di un giorno di primavera e Viola riceve una telefonata. È il marito che le dice di correre subito in ospedale. Ma Viola non è nel suo letto. E così sullo scolorare della notte, mentre i semafori si fanno sempre meno luminosi e i contorni delle strade diventano più netti, Viola arriva dove avrebbe dovuto essere da ore. Quella che ci racconta senza prendere mai fiato è una vita fatta di menzogne, passione, tradimenti, amore, sensi di colpa e rimpianti. Ma adesso non è possibile mentire, il terrore e la verità la aspettano in quella stanza d’ospedale dove le sue bugie non la potranno più aiutare.”

Viola si fa apprezzare perchè un’ipocrita egoista e sa di esserlo. Lei lo sa davvero, lo sa mentre si rivive raccontandosi a sua figlia Luce in un letto d’ospedale. Sa che suo marito e sua figlia sono migliori di lei, sa che fa scelte che non fanno altro che allontanarli, lei queste cose le sa ma non può far a meno di essere se stessa, con le sue colpe e i suoi sbagli. Viola è una madre contro cui molti punterebbero il dito, una moglie infedele, una bugiarda, ma nella sua imperfezione risulta poi essere molto più veritiera e reale di tanti altri clichè.

Viola non vuole arrendersi a una vita borghese, tranquilla, Viola vuole vivere emozioni forti così come quando era giovane. Non è scontata, non si accontenta, non sarà mai contenta.

Di Luce noi sappiamo poco, perchè anche Viola sa poco. Sua figlia ha un rapporto speciale con suo padre e Viola si sente spesso un’estranea per loro, sente di invadere i loro spazi da straniera. Per questo quando Luce finisce in ospedale comincia a scriverle. È una storia che mi ha colpito solo per quel finale così estremo, così assurdo, che ha tuttavia salvato qualcosa che sarebbe stato altrimenti troppo piatto. Inverosimile, eccessivo.

Nessuno trionfa in questa storia. Carlo non esce fuori dagli schemi del suo personaggio, Luce non emerge per farsi conoscere. Viola fa qualcosa per riscattarsi che è davvero troppo inverosimile. Ma proprio tanto. Il che è un’arma a doppio taglio: da un lato resta, dall’altro rende il tutto ancor più fuorviante.

Mi è sembrato di leggere le bozze di un’autrice in erba. Credo alcune modifiche sarebbero state necessarie per rendere il romanzo più coinvolgente, o più credibile.

La dipendenza altera i comportamenti. Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata. La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta si inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perchè purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio. L’amore è una dipendenza.