Categoria: Libri Evitabili

Ragazze elettriche di Naomi Alderman

Ragazze elettriche di Naomi Alderman

Il racconto di un’ipotetica ascesa al potere da parte delle donne: un’idea con un grande potenziale che però si perde ben presto, fino ad annoiare lo stanco lettore.

SINOSSI: In questo romanzo visionario dai toni fantascientifici, Naomi Alderman costruisce una perturbante distopia che è anche una parabola sul potere e sulle sue perversioni. In un tempo imprecisato ma molto vicino al nostro presente, nel mondo comincia all’improvviso a verificarsi uno strano fenomeno: prima le ragazze, e poi le donne in generale, sviluppano la capacità di infliggere dolore e morte tramite scariche elettriche emanate dalle loro mani e attivate da una misteriosa “matassa” collocata sulle clavicole. Si innesca cosi un’inedita gerarchia di potere – in cui gli uomini sono ridotti in schiavitù, seviziati e uccisi – che è anche un’imprevista evoluzione dei rapporti tra i sessi e l’impulso a un nuovo ordine globale, con esiti inarrestabili e catastrofici. “Ragazze elettriche” scompagina il racconto del futuro prossimo e penetra nelle vene della crudeltà che abita ineludibilmente, come uno stigma, la conquista e l’esercizio del potere.

La forma del potere è sempre la stessa; è la forma di un albero. Dalle radici fino alla cima, un tronco centrale che si ramifica e ramifica all’infinito, aprendosi in dita sempre più sottili, protese in avanti. La forma del potere è il disegno di una cosa viva che tende verso l’esterno, e manda i suoi sottili filamenti un po’ oltre, e ancora un po’ più oltre.

Queste le parole che aprono all’importante riflessione alla base del romanzo della Alderman: qual è il seme del potere? Come nasce, come cresce?

In realtà Ragazze elettriche si apre con una lettera. Lo studioso Neil, in un presente successivo alla Catastrofe, lo stravolgimento dell’ordine, ha infatti scritto un libro di storia in cui ipotizza come le donne abbiano preso il potere, ed è l’espediente per creare un romanzo nel romanzo. Nella distopia della Alderman, il cui nome originale è proprio The power, all’improvviso le donne si rendono conto di avere un potere particolare, ossia di poter utilizzare delle scariche elettriche a loro piacimento. Il potere inizialmente viene fuori come difesa contro le violenze subite, sgorgando dalle mani attraverso una sensazione alla clavicola. Più che questa caratteristica fantascientifica, alquanto banale, interessante è la descrizione del mondo maschilista in cui questo fenomeno ha inizio. Un mondo segnato dal predominio degli uomini, quale è attualmente ed è sempre stato.

Ridondanza?

L’autrice ci descrive la situazione attraverso il punto di vista di alcuni protagonisti: Tunde, l’unico uomo e un fotoreporter; Roxanne, che vuole vendicare la morte di sua madre; Margot, il sindaco che progetta le prima scuole per ragazze elttriche; Allie, che diventerà Madre Eve, scappa dalla violenza per diventare guida spirituale e religiosa.

Il libro nel libro, scritto da Neil, vuole appunto essere storico, nasce come descrizione dei fatti e bastano poche pagine perché diventi noioso e soprattutto ripetitivo. La narrazione infatti si concentra su come le ragazzine scoprano di avere questo potere e tentino di nasconderlo e gestirlo, su come le istituzioni provino prima a fermarle, poi a controllarle e istruirle. Gli sconvolgimenti dati dal potere alle donne imperversano sul web, nei video, ai giornali, e si trasformano in rivolte e rivoluzioni in tutto il mondo (quanta superficialità nel fare di ogni mondo un paese, di ogni cultura un unicum?).

“Era come essere parte di un’onda d’acqua” dice, “Un’onda di spruzzi dall’oceano sembra piena forza, ma dura solo un momento, il sole asciuga le pozzanghere e l’acqua sparisce. Allora hai come l’impressione che non sia mai avvenuto. Per noi è stato così. L’unica onda che cambia qualcosa è uno tsunami. Devi buttare giù le case e distruggere il paese se vuoi essere certa che nessuno si dimenticherà di te.”

Pagine e pagine di tediosi episodi legati all’effetto di questo potere. L’unica forza di questo romanzo, la sua potenzialità sprecata, è il messaggio che si rintraccia a fatica dietro le pagine: se le donne avessero davvero il potere, cos’è che cambierebbe realmente?

La Alderman osa, forse troppo, nel pensare che gli uomini sarebbero stuprati allo stesso modo delle donne adesso; che la religione avrebbe lo stesso ruolo, soltanto volto al femminile. Che ci sarebbe, in sintesi, solo uno stravolgimento di ruoli: gli uomini sottomessi dovrebbero lottare per emergere, scriverebbero quella che verrebbe bollata come “letteratura maschile”, rischierebbero molestie e sopraffazione da parte dell’altro sesso. Tutto come le donne di ieri e oggi, senza sostanziali differenze.

Il punto è che l’intero romanzo sarebbe stato decisamente più interessante se l’autrice avesse approfondito quel mondo al contrario, come punto di partenza e sviluppo, non di arrivo. Comprensibile la vittoria Baileys Women’s Prize 2017 per la scelta del tema, eppure Ragazze elettriche è prolisso e non riesce a mantenere alta la curiosità del lettore.

Non ci dà alcuna risposta, infine, la Alderman, sul perché l’essere umano abbia una tale fame di potere, la sua conclusione pare essere che il potere non ha genere. Ma, un tantino azzardato, è anche un calderone di tematiche e argomenti messe insieme casualmente. È una distopia – dunque già di per sé inverosimile – un tantino avventata e decisamente opinabile.

Romanzo femminista? Difficile dirlo. Lo è nel raccontare una società dominata dai maschi, così arroganti e violenti. Non lo è nel fare di tutta l’erba un fascio, nel paragonare uomini e donne cancellando secoli di storia e soprusi.

Swing time di Zadie Smith

Swing time di Zadie Smith

Swing time in una parola: noioso.

SINOSSI: La loro pelle ha la stessa sfumatura di bruno, hanno lentiggini negli stessi punti e sono alte uguali. Quel sabato mattina del 1982 non sono ancora amiche né nemiche, si rivolgono appena la parola. Eppure una forza invisibile le collega, sulla soglia della loro prima lezione di danza. Tracey e la narratrice di questa storia sono simili, ma anche diverse. Tracey ha riccioli seducenti raccolti con nastri di raso, minigonne e un sorriso vivace. Ha un talento luminoso per la danza. La narratrice ha intelligenza e un naso severo, una tendenza alla malinconia. Ha i piedi piatti ma un intuito anticipatore per la musica. Amiche, complici, rivali. Alla prima lezione di danza arrivano accompagnate dalle madri, che non potrebbero essere più opposte. Obesa, vestita di strass e marchi vistosi, chiassosa ed entusiasta del talento della figlia, quella di Tracey. L’altra così bella da non avere bisogno di trucco o gioielli, forse nemmeno di sua figlia, una femminista protesa verso il salto sociale nel mondo colto e radical chic. Malgrado le loro madri, l’amicizia tra le due ragazzine cresce, strettissima, alimentata da una competizione sotterranea. Poi di colpo finisce. Sono diventate grandi, ognuna deve fare i conti con il proprio talento: Tracey entra in un prestigioso corpo di ballo ma la vita non si rivela così facile come era stato danzare a sette anni, la narratrice diventa assistente di una cantante famosa tirannica e magnetica. È per seguire i capricci filantropici della star che la storia si sposta in Africa, in un territorio dove si viaggia indietro nel tempo per trovare le proprie radici e si balla, proprio come Tracey.

Molte le critiche positive su Swing time che portano il lettore ad approcciarsi al testo carico di aspettative. Ebbene, iniziamo col dire che l’edizione a librone è, oltre che brutta, scomodissima da portare. Un libro materialmente troppo grosso, nel formato Mondadori, e si può dire anche, una volta letto, inutilmente lungo.

L’inizio del romanzo è affascinante, in quanto si profila l’attenta analisi dell’amicizia che vediamo descritta anche nella sinossi. Le due bambine sono di per sè molto diverse, l’una che è un po’ l’ombra dell’altra. La narratrice in particolare guarda l’amica con venerazione, sentiamo in tutti i modi quanto la ami e la stimi, ma non è che la sua ombra. E lo è anche di una madre che sta stretta nel suo ruolo, che legge libri di sociologia e vuole fare politica, cambiare le cose, che se ne infischia di un marito che non sa neanche cosa significhi attivismo, che non si interessa alle cose per lei importanti. Un forte ritratto di donna che emana luce e fa invidia, che non sempre è compresa e che sacrificherebbe tutto per i suoi ideali, anche la famiglia. È infatti più il padre a prendersi più cura della figlia, ma è passivo e incapace di contenere la passione della moglie, con cui la relazione finirà presto.

Amicizia e noia

Se il romanzo, senza perdersi in un infinito vortice di eventi noiosi, si fosse concentrato anche solo su questi aspetti della vita della protagonista (senza nome) sarebbe stato decisamente meglio: la famiglia, il confronto con quella di Tracey, il rapporto con lei, con i propri sogni di bambine e di adulte. Invece dopo una prima parte si piomba il presente: la protagonista lavora come assistente per una star, Aimee, la quale è famosa e sicura di sé e soprattutto ha ben poco di interessante. La sua vita e quella di chi le è intorno è descritta minuziosamente, fino alla nausea…

Ci si chiede perché, ogni volta che con una comparsa o un flashback sopraggiunge nel romanzo la curiosità di approfondire degli argomenti o dei personaggi, la Smith ha deviato verso prolissi racconti che sono solo divagazioni. Il centro del romanzo non è più Tracey, neanche la madre, e sicuramente non la questione dell’identità di una giovane donna giamaicana cresciuta a Londra. Il tema centrale è la narrazione fine a sè, poco appassionante: si raccontano gli eventi della costruzione di una scuola femminile in Africa, con Aimee e la troupe. I personaggi che la circondano? Inutili, futili.

La protagonista, che ha sempre avuto un rapporto morboso con Tracey, fatto di invidia e ammirazione, in realtà per il resto sembra non provare assolutamente nulla. Piuttosto insulsa. Risulta apatica filtrando l’apatia all’intera storia che non decolla mai. La Smith, come la protagonista, sembra semplicemente descrivere ciò che accade, senza alcun coinvolgimento.

Pagine e pagine a chiedersi quale sia il senso di tutto. Anche il finale, che non ho apprezzato nè compreso, tenta di essere una sorta di riscatto finale… ma il lettore arriva lì già annoiato e disorientato, per cui non sortisce un grande effetto. Per i precedenti romanzi l’autrice è stata ben recensita proprio per la sua dote di cogliere aspetti della contemporaneità, quali la multirazzialità, ma non credo che con Swing time la Smith abbia centrato l’obiettivo.

Viene a trovarmi Simone Signoret di Bijan Zarmandili

Una sinossi accattivante ma più convincente del contenuto per il romanzo dell’autore iraniano.

SINOSSI: Nell’Iran della fine degli anni ’70, preso tra gli ultimi splendori della corte dello Scià e l’imminente ritorno di Khomeini, due ragazzi, l’ebreo Elias e la musulmana Simin, scoprono di amarsi e, tra una manifestazione di piazza e una lettura di poeti contro il regime, affrontano titubanti e stupiti l’alba dei loro sentimenti. A raccontarne la storia, trent’anni dopo, è Ciangis Salami, amico dei due e regista condannato dalla censura per un soggetto colpevole di “ammiccamenti al sionismo”, che ricostruisce la loro vicenda tra le mura del penitenziario di Evin: nulla è piú fugace ma anche piú vero del film di Ciangis fatto di scene girate, montate e mille volte riviste in moviola solo nel buio della sua mente. Una storia d’amore, di morte e di rivoluzione, e insieme una struggente riflessione sulla libertà e la miracolosa permanenza dell’opera d’arte. 

Per iniziare, Simone Signoret è un’attrice di origini tedesche trasferitasi poi in Francia, che vinse anche l’Oscar come miglior attrice. Questo romanzo non poteva non avere un titolo con riferimenti al mondo del cinema, in quanto è il filo conduttore della storia. L’io narrante è appunto un regista iraniano che racconta, attraverso riflessioni e alcuni flashback della sua vita, i suoi lenti giorni in carcere. Ci è finito per una colpa che può essere definita tale solo sei vivi in Iran negli anni Settanta (quanto è diverso adesso, è un giudizio da quale mi astengo), in quanto ha scritto e non ancora girato un film sulla storia di due ragazzi innamorati, una musulmana e un ebreo. E subito viene accusato di “intenti potenzialmente favorevoli agli israeliani”. Dunque, tutta la prima parte del racconto in realtà non è nè appassionata nè struggente, nè tanto meno ricca di spunti riflessivi. Il protagonista, Ciangis, è un codardo che mai avrebbe osato sfidare il regime, anzi avrebbe anche ritrattato. Mai apprezzato dalla critica, un uomo che mai ha preso scelte di peso in vita sua. Ha una moglie ma chi lo sa il perchè, è finito in carcere ed è depresso, ma nulla di più.

La seconda parte è molto più interessante. È narrata la storia dei due ragazzi, adolescenti, sempre dal punto di vista di Ciangis. Si alterna il racconto del passato a brevi passaggi in cui descrive (pensandolo, dal carcere) le scene da girare, le riprese, le inquadrature, come se rivivendolo nella sua memoria stesse realmente girando quel film.

La storia dei ragazzi però è piuttosto banale, e nemmeno lo stile mi ha particolarmente esaltato. Temi importanti quali la libertà, l’arte, la forza dell’amore, la violenza, in realtà racchiusi in una storia poco coinvolgente, a mio parere con potenzialità sprecate. Ciò che traspare maggiormente però è l’amore per il cinema che supera ogni altra cosa, ma non basta a rendere il romanzo indelebile nella memoria. L’aspetto più interessante è lo sfondo iraniano, avvenimenti storici che partono dal regime opprimente dello Scià, passano attraverso le rivolte e gli scontri, per arrivare al ritorno di Khomeini.

Dunque il pregio da riconoscere al romanzo è di essere un omaggio al cinema iraniano e anche un inno alla libertà di pensiero e di espressione, pur senza colpirci a fondo.

Laggiù mi hanno detto che c’è il sole di Gayle Forman

Laggiù mi hanno detto che c’è il sole di Gayle Forman

Si torna a uno young adult il cui tema affrontato, sin dalle prime pagine, è il suicidio.

SINOSSI: “Mi rincresce informarvi che mi sono tolta la vita. Era una decisione che meditavo da tempo e di cui mi assumo tutta la responsabilità. So che vi addolorerà, e mi dispiace tanto per questo, ma dovevo porre termine alla mia sofferenza. Voi non c’entrate niente, è stata una mia scelta. Voi non avete nessuna colpa.” Questa è la lettera che Cody riceve il giorno in cui Meg, la migliore amica di sempre, si toglie la vita bevendo una bottiglia di candeggina in una squallida stanza di un motel. Cresciute insieme, Meg e Cody erano inseparabili, non esistevano segreti tra loro, o almeno questo era quello che pensava Cody. Quando però va a recuperare le cose dell’amica nella città dove un anno prima si era trasferita per andare al college, scopre che c’è tutta una parte della vita di Meg da cui lei era stata esclusa: i coinquilini, gli amici del college e Ben. Il ragazzo con la chitarra, un sorriso strafottente e tanti, troppi lati oscuri. E poi c’è un file criptato sul computer dell’amica che una volta aperto sconvolgerà Cody: all’improvviso tutto quello che credeva di sapere su Meg sembrerà non avere più senso.

È dal punto di vista di Cody che leggiamo l’intera storia. Ma, se vi aspettavate suspence e misteri, scordatevelo. Quando la protagonista, una ragazza che per vivere fa le pulizie e che non ha alcuna personalità delineata, va al college a prendere tutte le cose di Meg, si imbatte nei suoi coinquilini o amici. Senza però che scopriamo niente sulla sua nuova vita. A dirla tutta, è tutto campato abbastanza in aria. La storia è credibile, almeno questo sì, ma non particolarmente avvincente. Tutto ruota attorno al cosa sia successo a Meg – senza che poi si entri davvero nel suo personaggio. Nessuno che la conoscesse bene, nessun ricordo particolare, tutto quello che resta da scoprire è nel suo pc, delle email. Non entriamo nella vita di Meg, più che altro la ricerca è una scusa per le vicende di Cody, la quale cosa scopre? Semplicemente, la sua migliore amica era malata di depressione. Dunque perchè creare aspettative su aspettative, ricerche da detective quando poi, si capisce, l’unico scopo è che Cody accetti la morte dell’amica e stia con Ben?

Ben, il quale – ricordiamolo – è stato anche con Meg. È un bad boy che si sente in colpa per la storia di Meg, ma a quanto pare lei aveva una cotta per lui e lui non se la filava di striscio. Cody, arrabbiata per l’assenza di suo padre, arrabbiata perchè non aveva capito quali fossero le intenzioni d Meg, e ancor di più esclusa dalla sua attuale vita, non si dà pace e si affida fin troppo a Ben lo sconosciuto.

Qual è il punto? L’amicizia tra Meg e Cody non è mai stata approfondita. L’una non si accorge dei problemi dell’altra, non si interrogano sul loro rapporto che è quello di due bambine cresciute assieme. Questo fa sì che tutto il romanzo si regga male in piedi. Possibile che nell’ultimo anno a stento abbiano parlato? Possibile non abbiano mai discusso della loro diversa condizione sociale ed economica? Possibile che Cody non capisse da anni il malessere evidente dell’amica? Così ha delle carenze il rapporto con Ben, di cui inizia a fidarsi a caso, con un comportamento alla “io sono un maschiaccio e una diversa”; lo mette al corrente delle sue scoperte perchè “ci siamo dentro insieme”, ma dentro insieme cosa? Lui ha fatto sesso con Meg e poi l’ha mollata, non è che la conoscesse poi tanto! Ed è, peraltro, è l’unico che sembra davvero collegato a lei. Un escamotage perchè ci sia anche la storia d’amore. Alla fine mica lo capiamo che vita facesse Meg lì a Seattle…

Insomma bisogna chiudere un occhio o anche due e ricordarsi che è pur sempre un libro per ragazzi.

Tra gli elementi positivi c’è sicuramente il processo di accettazione della morte di un nostro caro, che è descritto con maggior cura. Il profondo dolore della famiglia, lo sconcerto, il senso di colpa, la rabbia, soprattutto nel momento in cui si tratta di suicidio e non si sa bene con chi prendersela.

Una storia non particolarmente originale ma che si inserisce nella categoria degli young adult leggibili, scorrevole e anche verosimile, seppure manca di profondità.

L’estate dei segreti perduti di Emily Lockhart

Young Adult vincitore del premio Goodreads che purtroppo però non sfrutta a pieno le proprie potenzialità.

SINOSSI: “Da sempre la famiglia Sinclair si riunisce per le vacanze estive su una piccola isola privata al largo delle coste del Massachusetts. I Sinclair sono belli, ricchi, spensierati. E Cady, l’erede di tutta la fortuna e di tutte le speranze, non fa eccezione. Ma l’estate in cui la giovane Sinclair compie sedici anni le cose cambiano. Cady si innamora del ragazzo sbagliato e ha un incidente. Un incidente di cui crede di sapere tutto, ma di cui in realtà non sa nulla. Finché, due anni dopo, torna sull’isola e scopre che niente è come sembra nella bellissima famiglia Sinclair. E che, a volte, ci sono segreti che sarebbe meglio non rivelare mai.”

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Le lodi tessute a questo romanzo non sono da me condivise. Per essere uno young adult non è male, ma l’autrice non riesce a tenere alta la suspence. È tutto fin troppo confuso, non ci sono indizi che permettono al lettore di interrogarsi sull’accaduto. Sappiamo solo che c’è un mistero ma non abbiamo abbastanza elementi neanche per fare un’ipotesi, e questo costrutto purtroppo rende anche il finale meno efficace.

La scoperta della verità ti lascia stupito, certo, ma non perchè ti aspettavi qualcosa di diverso: semplicemente non sapevi proprio cosa fosse successo e vieni a scoprirlo. Il finale poi è tragico, ma neanche ben approfondito. Troppo superficiale la conclusione.

La storia di per sè non è male, ci sono dei bei presupposti: un’isola dove passare le vacanze estive, il primo amore, la ricchezza dei “grandi” che si oppone alla moralità dei quattro ragazzi protagonisti, I Bugiardi. Ma essi non sono descritti bene, sono poco analizzati e non ci viene da affezionarci a loro: dunque è naturale che anche l’effetto finale sia attutito. Sarebbe stato più gradito un maggiore spessore psicologico su tutti i personaggi della vicenda, fatta eccezione per Gat che è quello a cui teniamo di più, in quanto meglio caratterizzato.

La vita è meravigliosa quel giorno. Noi quattro Bugiardi, uniti come siamo sempre stati. Come lo saremo sempre. Non importa se andremo all’università, se diventeremo grandi, se ciascuno di noi si farà una vita per conto proprio, se io e Gat staremo insieme o no.

Ovunque andremo, ci ritroveremo per sempre sul tetto di Cuddledown House a guardare il mare.Questa è la nostra isola. In un certo senso, qui resteremo giovani per sempre.

Rileggendolo, una volta scoperta la vicenda, ha un altro valore perchè si aggiunge la tristezza e la drammaticità a eventi comuni che prima eravamo incapaci di comprendere, non per colpa nostra ma per la struttura voluta dalla Lockhart. Nonostante questo la lettura è scorrevole grazie a un tipo di scrittura interessante.

Consigliato agli amanti del mistery, ma aspettatevi qualche delusione.

 

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La casa sul fiume di Manta Lena

Un libro leggero e senza pretese che tuttavia non si lascia finire, scritto in modo troppo semplicistico, il cui successo è comprensibile ma per niente condivisibile.

SINOSSI: “Quando Teodora guarda le sue figlie, non può fare a meno di pensare che per loro desidera un futuro diverso, coraggioso e libero dalle convenzioni, come ha fatto lei stessa quando, giovanissima, ha avuto l’ardire di sposare un uomo molto più grande e più ricco. Ed è per questo che una dopo l’altra le cinque ragazze della casa sul fiume, ai piedi del monte Olimpo, scelgono senza paura la loro strada. La libertà però non sempre coincide con le svolte del destino: Melissanthi finisce preda dell’ossessione per il gioco; Iulìa deve proteggere il suo matrimonio dagli spietati inganni della suocera; Aspasìa ha un marito che pensa solo alla carriera e ostacola con fermezza la sua vocazione per il canto; Polixeni è un’attrice molto corteggiata e frivola, finché sarà travolta da un amore impossibile; Magdalinì si trasferisce a Chicago e scopre ben presto che suo marito nasconde un terribile segreto… Ma anche nelle più violente tempeste della vita, ognuna sa che esiste un luogo sicuro dove fare ritorno: la vecchia casa sul fiume, protetta da enormi castagni, che da sempre le chiama e le attende.”

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Non spenderò molte parole per questo romanzo da leggere su una spiaggia o in treno senza neanche concentrarsi. La storia di cinque donne, un’unica famiglia. Seguiamo le vicende di ogni donna che, sposato qualcuno dopo un giorno e senza pensarci troppo, si avventura nella vita coniugale. Personaggi descritti malissimo, concetti banalissimi, zero introspezione psicologica. Una lettura utile alla distrazione se riuscissimo almeno a interessarcene. L’autrice mette morti qua e là, tradimenti, una sorta di piccola soap opera che vuole condurre all’idea che è importante seguire il proprio cuore e comprendere le proprie radici. Finale piuttosto scontato. Sempliciotto sotto ogni punto di vista, davvero sconsigliato.

Uccellino del paradiso di Joyce Carol Oates

È stato davvero difficile riuscire a finire questa lettura estremamente ripetitiva, lenta, che trascina il lettore in un mondo squallido e cupo. È proprio la cupezza a dominare l’intera storia, insieme a una sorta di malata morbosità.

SINOSSI: “1983, Sparta, profonda provincia americana. L’affascinante Zoe Kruller, cameriera e cantante che insegue la celebrità, viene strangolata nella casa dove vive dopo aver lasciato il marito e il figlio Aaron. I sospetti cadono sull’avvenente Eddy Diehl, che aveva una relazione con lei. E nell’ambiente torbido e soffocante di Sparta l’accusa mette in moto un meccanismo perverso che distruggerà il ménage familiare e la vita di quest’uomo. Testimone silenziosa della vicenda è Krista, la figlia di Eddy, profondamente legata al padre e convinta della sua innocenza. È lei a rievocare la figura paterna e gli anni trascorsi sotto il segno di un terribile trauma.
La sua esistenza si intreccia anche con quella di Aaron: accomunati dalla dolorosa perdita dei genitori che ha posto bruscamente fine alla loro infanzia, si ritroveranno coinvolti in un amore acerbo e inespresso, con il quale riusciranno a confrontarsi solo da adulti.”

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Una storia che ha tutto il potenziale e gli elementi per diventare interessante, ma che si perde di continuo in un vortice di pesantezza e ripetitività. Seguiamo il filo dei pensieri della protagonista, Krista, che sembrano sempre poco lucidi, e non riusciamo a simpatizzare per nessun personaggio: non per Zoe, la donna assassinata di cui sappiamo poco e niente; non per la madre di Krista, che rasenta l’isteria, o il fratello sempre arrabbiato; neanche per il padre, la cui descrizione domina (annoiando) le prime cento pagine e per cui proviamo fastidio, compassione, rabbia. La sua disperazione è tuttavia resa benissimo attraverso gli occhi della figlia che lo venera.

La stessa Krista mi sembra in balìa degli eventi che poi eventi non sono, è come se fosse la continua ripetizione delle stesse riflessioni, mi ha proprio esasperato! L’unico personaggio che poteva essere più interessante, Aaron, il figlio della donna uccisa, in realtà è descritto come un ignorante e violento ominide, maschio bruto, con le birre in mano e donne a volontà, gretto. Il suo primo incontro con Krista ha ben poco di romantico e anzi mi ha quasi disgustato. Avrei voluto prendere tutti gli elementi del romanzo e riscriverli rendendoli meno squallidi, perchè il senso di squallore che permea ogni descrizione non mi si scrollava di dosso, forse anche perchè si sussegue la descrizione di una serie di dettagli (il vomito nei capelli, il sudore) che sono quasi morbosi e che si potevano evitare. La storia d’amore, se così si può definire, tra Krista e Aaron, ossia i figli dei due sospettati, non ha alcun senso e non ne assume fino alla fine, anche se poteva essere approfondito per rendere la storia più intrigante. Ma di intrigo non c’è niente, se anche ci chiediamo chi abbia ucciso Zoe non ne abbiamo la curiosità. Non c’è alcun mistero, ci si chiede se vale la pena continuare con questa storia che non si sa dove vuole andare a parare quando la Oates decide di raccontare di nuovo tutto dal punto di vista di Aaron. NO! ma perchè? Per concludere, un finale privo di senso.

Peccato davvero per le potenzialità, ma è stata una lettura angosciante e sconclusionata.

Ogni giorno, ogni ora di Natasa Dragnic

Una storia d’amore che ha la pretesa di risultare tormentata ma che non ha basi e perde (o non trovai mai) senso.

SINOSSI: “Primi anni sessanta a Makarska, piccola cittadina di mare in Croazia. Luka, cinque anni, vede arrivare la nuova compagna di scuola. I capelli neri, lunghi e ondulati. Una borsa a righe bianche e blu. Il sorriso aperto. Non riesce a staccarle gli occhi di dosso. Intanto Dora varca speranzosa la soglia della classe e si guarda attorno. Un bimbo grande la osserva: è il suo principe, ne è sicura. Da quel momento Dora e Luka diventano inseparabili. Non esistono altri bambini, amici, passatempi. Solo una distesa infinita di giorni trascorsi insieme sul loro scoglio a osservare le nuvole, a parlare e sognare. Finché, un settembre, la famiglia di Dora si trasferisce in Francia e l’idillio si spezza. Sedici anni dopo, il destino regala a Dora e Luka un’altra chance: inaspettatamente si incontrano a Parigi. Sono cresciuti, ma nulla è cambiato e il loro amore ora diventa adulto, carnale, assoluto. Eppure qualcosa spinge Luka a fuggire… Dalla Croazia alla Francia, dal porto di Makarska ai teatri di Parigi, con una scrittura ipnotica e potente Natasa Dragnic´ racconta la storia d’amore fuori dal tempo di due anime indissolubilmente legate. Una passione fatta di baci che sanno di acqua salata. Di respiri, luci, colori. Di addii e ricongiungimenti. Una storia unica eppure universale, semplice e travolgente come le parole con cui è narrata.”

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Di storie d’amore ce ne sono tante, in tutte le forme e in tutte le solfe, ma si sa che per scriverne una almeno due cose debbano essere basilari. Ad esempio, non ci si può innamorare all’età di due anni e poi conservare questo folle amore fino all’età adulta (a distanza, solo nei ricordi). È seriamente improbabile che ci si innamori di qualcuno in età prescolare tanto da non riuscire ad amare nessuno per tutta l’adolescenza fino all’età matura. Quindi primo elemento: mancanza di verosimiglianza.

Se anche tralasciassimo questo punto che ritengo piuttosto importante, i due protagonisti, Dora e Luka, si rivedono e si amano senza alcuna motivazione, perchè non si conoscono. E non arriveranno a conoscersi mai, per giunta. Vorrei chiedere all’autrice come crede di poter parlare delle storia tra due innamorati senza mai approfondire la psicologia dei personaggi.

Lo stile di scrittura all’inizio rendeva anche la lettura più scorrevole, poichè la Dragnic utilizza frasi brevi e punteggiatura serrata. Ma diventa talmente ripetitiva nel descrivere un sentimento senza fondamenta da risultare petulante.

Non per fare spoiler, ma anche lo sviluppo degli eventi è assolutamente nonsense. Luka dovrebbe essere un uomo, invece è un codardo e un vile, fa scelte assolutamente prive di senso e passa il tempo a lagnarsi. Dora che potrebbe sembrare leggermente più dinamica non scuote questo essere così noioso e sempre in balìa degli eventi, lo ama soltanto e se lo va a riprendere ogni tanto. Klara, la donna che “incastra” Luka, è descritta come il demonio: credo che nessuno al mondo voglia vivere un’intera vita senza amore, arrivando a costringere qualcuno a sposarla per poi addirittura violentarlo! Inverosimile, ancora una volta. Perfino la volontà di Dora di avere un figlio mi sembra patetica e fuori luogo, non fa altro che alimentare quella che dovrebbe essere una storia tormentata per motivi non validi.

Ci si complica la vita forzatamente, i personaggi sono schiavi dell’intreccio forzato dell’autrice che doveva porre ostacoli per creare una storia impossibile. Peccato che così l’ha rovinata.

Il romanzo non migliora nel finale che forse vuole alludere a una storia eternamente passionale ma con tempi sbagliati, che in realtà conferma l’assurdità delle situazioni descritte. Messe lì per creare disagi a poveri esseri incapaci di essere felici, e poi deresponsabilizzati delle loro scelte.

Ma perchè?