Categoria: Libri Da Non Perdere

Terapia di coppia per amanti di Diego de Silva

Una scrittura brillante, un romanzo che fa venire voglia di innamorarsi, ridere, godere delle piccole cose: assolutamente piacevole.

SINOSSI: “Terapia di coppia per amanti è un romanzo a due voci, maschile e femminile, che si alternano a raccontare la loro storia mentre la vivono, perché «ci sono fasi dell’amore in cui la realtà diventa un punto di vista, generalmente quello di chi lo impone». Due adulti sposati (non tra loro) che si ritrovano uniti da una passione incontrollabile e da un amore coriaceo, particolarmente resistente alle intemperie. Viviana è sexy, vitale e intrigante, e ha un notevole talento per i discorsi intorcinati. È combattuta fra restare amante e alleviare così le infelicità matrimoniali o sfasciarsi la vita per investire in un’altra. Modesto è meno chic, decisamente più sboccato e sbrigativo nella formulazione dei concetti, ma abilissimo nell’autoassoluzione. Spara battute a sproposito per svicolare, e fa pure ridere. Moderatamente vigliacco, aspirerebbe alla prosecuzione a tempo indeterminato della doppia vita piuttosto che a un secondo matrimonio, visto che già il suo non è che gli piaccia granché. È nella crucialità del dilemma che Viviana trascina Modesto dall’analista, cercando una possibilità di salvezza per il loro rapporto ormai esasperato da conflitti e lacerazioni continue. Il dottore è spiazzato nel trovarsi di fronte una coppia non ufficiale, libera da vincoli matrimoniali e familiari, che non ha nulla da perdere al di là del proprio amore. Accetterà l’incarico per questa ragione, trovandosi nel mezzo di una schermaglia drammatica e ridicola insieme, e rischiando di perdere la lucidità professionale. Tenero e cinico, divagante, vero, capace di usare la leggerezza come arma contundente, Terapia di coppia per amanti è un’immersione nelle complicazioni dei sentimenti, nei conflitti che apriamo continuamente per la paura (che tutti conosciamo per averla provata almeno una volta) di affidarci all’amore e dargli mandato a cambiarci la vita.”

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Terapia di coppia per amanti: una storia senza particolari colpi di scena, senza alcun genere di sotterfugio, chiara, abbastanza semplice, eppure geniale. I due punti di vista, il maschile e femminile, sono rappresentati benissimo; chiunque sorriderebbe di fronte a situazioni quotidiane di coppia che avvengono tra uomo e donna. De Silva è un maestro nel carpire anche le più piccole sfumature dei sentimenti e delle emozioni umane e a riportarle con leggerezza e grazia, talvolta con intensità. La musica fa da compagnia all’intero romanzo, ma soprattutto un’ironia intelligente e brillante che non solo non guasta, ma fa da linfa vitale all’intera storia. I dialoghi padre-figlio sono una goduria e uno spasso, le botte e risposte con annessi pensieri sono divertenti e, ripeto ancora, intelligenti. Al tempo stesso l’amore trasuda da ogni pagina con una semplicità che in realtà tale non è, tipica dei grandi scrittori.

Sicuramente una storia sui generis: due amanti che vanno in terapia, sollevando tutte le domande lecite del caso. Perchè non lasciano i rispettivi consorti? Come possono condurre questa vita? Eppure Viviana e Modesto si amano e lo si capisce, un po’ si fa il tifo per loro e un po’ ci si arrabbia. A tratti esilarante, un romanzo che consiglio e che rileggerò con piacere.

Lo straniero di Albert Camus

Un libro di un’immensità e una maestria tali da renderlo un classico.

SINOSSI: “Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire.”

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Scrivere di Camus è un compito talmente arduo che non mi accingerò a farlo. Da apertura un’ottima introduzione di Saviano, chiara e rispettosa, un omaggio all’autore. Chi non ha mai letto Camus, deve farlo, imperativamente, e cominciare con questo suo romanzo anzichè i suoi saggi è una buona scelta.

Fa riflettere, Lo straniero, un titolo con un significato diverso da quello che si può immaginare, se proprio non se n’è sentito parlare. È esasperante, è devastante la condizione e il punto di vista di Meursault che può essere quello di tutti gli uomini, che non si lascia dominare dalle emozioni. Il famoso incipit, infatti, è relativo proprio alla sua assenza di dolore per la morte della madre. Da tutti verrà additato come anormale, asociale, eppure è anche comprensibile. Si vive e si muore, è la vita, perchè disaperarsi? Per Mersault nulla ha un senso. È straziante rendersi conto che poi è proprio questa la condizione dell’uomo, è terribile e così maledettamente vera.

 

«Non hai dunque nessuna speranza e vivi pensando che morirai tutt’intero? »

«Sì», gli ho risposto.
Allora ha abbassato la testa e si è rimesso a sedere. Mi ha detto che aveva pietà di me. Non credeva che un uomo potesse sopportare una simile cosa. Quanto a me, ho sentito soltanto che cominciavo ad annoiarmi.

 

Camus con Lo straniero tocca i temi chiave dell’esistenzialismo senza però spiegarli o argomentarli:fa parlare i fatti più che i personaggi, come solo un grande scrittore sa fare. Memorabili la scena dell’omicidio, in cui la descrizione del caldo e del sole accecante, così esasperanti, sono ipnotiche. Struggente la parte finale, in galera, in cui comprendiamo la vera essenza del personaggio, lì quando aspetta la fine. Un romanzo di un’immensa grandezza.

 

Ma tutti sanno che la vita non val la pena di esse vissuta, e in fondo non ignoravo che importa poco morire a trent’anni oppure a settanta quando si sa bene che in tutt’e due i casi altri uomini e altre donne vivranno e questo per migliaia d’anni. Tutto era molto chiaro, insomma: ero sempre io a morire, sia che morissi subito, sia che morissi fra vent’anni.

La nausea di Jean-Paul Sartre

Più che una recensione il mio sarà un rispettoso elogio. Il non senso della vita. Io esisto, tu esisti, lo sapevate? Lo sapevo?

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È un libro che non si può capire da una sinossi e neanche leggendolo a metà. Dopo le prime 130 pagine farraginose, lente, ogni singola parola dell’esistenzialista francese cattura. Non è soltanto perchè condivido con l’autore la maggior parte dei pensieri, ma perchè quella nausea la sento mia, la sentivo mia già prima di leggere quello che qualcun altro pare abbia scritto per me, per noi tutti esseri umani. Non un libro per distrarsi, non una storia, piuttosto un saggio, una riflessione profonda ed essenziale.

Esisto perchè penso e non posso impedirmi di pensare. In questo momento stesso – è spaventoso- se esisto è perchè l’orrore di esistere. Sono io, io, che mi traggo dal niente al quale aspiro: l’odio, il disgusto di esistere, sono altrettanti modi di farmi esistere, di affondarmi nell’esistenza. (…) Anche se rimanessi, anche se mi rannicchiassi in silenzio in un angolo, non mi dimenticherei. Sarei lì, peserei sul pavimento. Sono.

Dunque, nulla di nuovo? No, invece. Il modo di Sartre di apprendere che esistiamo, e come esistiamo, e quanto non possiamo evitare di farlo, è unico.

È dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! E ora lo so: io esisto – il mondo esiste – e io so che il mondo esiste. Ma mi è indifferente. È strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: è una cosa che mi spaventa.

Dovrei citare gran parte del romanzo per far avere anche solo un’idea del pensiero di Sartre, la sua minuzia nel descrivere quella sensazione che lo prende alla bocca dello stomaco quando si trova in un bar circondato da altri esseri che parlano di cose umane, sciocchezze il più delle volte. Il suo senso di estraniamento nel capire come quanto tutti ci mentiamo, raccontandoci storielle per distrarci, per non pensare al fatto che il tempo passa e non si ferma, al fatto che siamo incastrati in questa esistenza e non possiamo prenderci alcuna pausa da noi stessi.

Un capolavoro, nonché una buona introduzione per iniziare a comprendere filosofia di Sartre.

 

Marina Bellezza di Silvia Avallone

La Avallone, dopo Acciaio, torna a farsi apprezzare con un racconto sui giovani immersi nella dura realtà d’oggi.

SINOSSI: “Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.”

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Molti a dire: “Non è come Acciaio”. Ma proprio per questo chi Acciaio non l’ha amato follemente ma l’ha comunque apprezzato, potrebbe aver voluto ritentare con la Avallone.

Due solo le critiche da muovere al romanzo: la lunghezza, che è direttamente collegata allo stile. Troppe descrizioni e troppi dettagli a volte anche irrilevanti che rendono le molte parti superflue anche ridondanti. Lo stile dell’autrice è di conseguenza troppo descrittivo non lascia spazio al lettore di immaginare. Tutto è scritto: la marca dei vestiti o della bibita, il titolo della canzone, del programma tv, della strada, come in elenco.

Può considerarsi una storia per coloro che si definiscono “i giovani d’oggi” nel 2015.  Protagonista è la periferia italiana, con una generazione di precari allo sbando. Con tanto di immancabile (ed eccessivo) processo imbandito ai genitori, incolpati di tutto.

Detto questo, Marina. Marina Bellezza, superficiale, bellissima, con l’unico obiettivo di diventare famosa, ignorante, piena di sogni di gloria. Un personaggio snervante la cui bellezza viene fin troppo esaltata, ma più irritante è più si ammette di ricfonoscere in lei i desideri e le aspirazioni di tante altre povere ragazze. E poi non si sa come si arrivi a comprenderla, o forse no, ma ad amarla. Alla fine Marina fa sorridere, col suo vizio di vedere Teen Mom, girare sempre scoperta, comportarsi da diva, riesce a far soffrire con lei per quel padre così assente e quella madre allo sbando.

Anche perchè la si ama attraverso gli occhi di Andrea Caucino, il protagonista maschile. Lui si fa voler bene fin da subito. Fin da quando, nell’incipit, si guarda occhi negli occhi con un cervo ferito, Andrea rapisce. Lui che non riesce a finire l’università, a dimenticare Marina dopo anni che lei è andata via, lui che cerca l’approvazione di un padre sindaco e di una madre bigotta, lui che soffre per la lontananza di un fratello che è sempre stato il preferito, sempre il migliore. È il personaggio della passione e della contraddizione.

Che cosa può fare un ragazzo in quest’Italia che non i offre niente? Questa è la domanda che aleggia pagina dopo pagina, cercare la fama come Marina, chiudersi in casa a studiare immaginando di cambiare il mondo come Elsa, oppure tornare alle origini, come Andrea? Già, perchè la risposta più sorprendente è la sua. Diventare un margaro, un venditore di latte, uno che munge le mucche nelle stalle. Tornare all’origine, appunto.

Il futuro è un ritorno, la strada sterrata che non ti aspetti.

«Io voglio essere invisibile, capisci? Non voglio lasciare traccia, voglio solo svegliarmi la mattina e stare bene!» Gridava. «Non posso sentirmi in colpa per questo. Non voglio vendermi la vita. Mio nonno si metteva a piangere quando gli moriva un vitello, quando ne vedeva nascere uno… Era un uomo felice!»

Che ci siano eccessi è vero, ma alla fin fine vengono accantonati da un messaggio che emerge piano piano dalle pagine, se si ha la forza di continuare a leggere senza arrendersi lì dove la storia sembra perdersi. Una storia d’amore che non sta in piedi ma che poi è forte, intensa, ha un suo perchè, conquista. Le lunghe digressioni sono quelle su Elsa, insignificanti e noiose.

Troppo bella questa Marina per essere vera, d’accordo, troppi eventi che sembrano un po’ forzati. Lo si pensa per quasi 400 pagine. Eppure la conclusione è in grado di mettere a tacere tutti i dubbi, di far chiudere un occhio su ciò che non va.

Andrea che finalmente rivede suo fratello. Non si parlano, ma forse è meglio così. Andrea che è in assoluto il personaggio più profondo e più passionale che tenta di rimettere insieme tutti i pezzi, che va controcorrente. Vince la sua sfida personale. Marina che lascia tutto, il successo e la gloria, ma in realtà non può farne a meno. Il suo discorso sulla libertà, mentre sono a Tucson, che ti fa capire che, stupida e viziata com’è, in realtà qualcosa dentro ce l’ha. E il finalissimo, Marina e il cervo, perfetto.

Questo romanzo a suo modo è una risposta al mondo di precari quali siamo; è una storia d’amore che soprattutto ha poche basi ed è fallimentare, instabile. Ci si affeziona ai personaggi e per questo, anche se non perfetto e non brillante, resta un buon romanzo.

 

Braci di Màrai Sàndor

Braci di Màrai Sàndor

Recensito, comprato, amato dai più, un libro sull’amicizia che Sandor stesso ha definito “troppo romantico”.

TRAMA: “Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.”

Il primo approccio con Sandor è sempre un po’ faticoso, sopratutto quindi nel leggere le prime pagine. Poi si entra meglio nella storia e si capisce perchè sia così apprezzato.

La storia in realtà si basa su un monologo, e nella pratica questo rende più difficile la lettura che di per sè è interessante. Un viaggio nella storia di amicizia tra due uomini, un legame intenso, forte, che finisce bruscamente per motivi che scopriremo solo alla fine. Non poi così complicati e difficili da intuire, nessun colpo di scena, soltanto un senso di tristezza e ineluttabilità. La tensione sale mentre cerchiamo di capire i motivi per cui il generale fa determinate affermazioni, perchè il presente si scontra col passato. Attraverso le riflessioni di un uomo che attende per quarant’anni la vendetta nei confronti dell’amico che l’ha abbandonato, tradito, scorrono riflessioni analitiche, profonde, fatte a voce alta. Questo è il romanzo di Sandor,  un uomo che incontra quello che è il suo nemico, un tempo miglior amico, da vecchio, e gli vomita addosso pensieri tenuti a chiave per tutta una vita. Sicuramente stimolanti alcune osservazioni, il carico emotivo che si crea dietro le idee di tradimento, amore, passione, ricordo, vita e morte. Considerazioni degne di nota che fanno riflettere.

Ogni vera passione è senza speranza, altrimenti non sarebbe passione ma un semplice patto.

La staticità del monologo, che occupa metà libro, può risultare pesante. Ma l’amicizia, il tema principale, viene affrontato in un modo freddo, troppo lucido, eppure risulta toccante, perchè si intreccia a tematiche quali vita e morte, la vecchiaia. Cosa ci tiene in vita e cosa può ucciderci?, quanto ci mentiamo?, perchè lo facciamo?

E se tu non mi fossi stato amico non saresti fuggito dalla città, dalla mia vicinanza, dal luogo della tua colpa, come fanno i malfattori, ma saresti rimasto qui, mi avresti ingannato e tradito, e questo mi avrebbe fatto male, avresti ferito la mia vanità e il mio amor proprio, ma sarebbe stato molto meno grave di ciò che hai fatto proprio perchè eri mio amico.

Nonostante un costrutto statico, Le braci fa bramare una rilettura, proprio per questa capacità dell’autore di sviscerare sentimenti umani, per come riesce a andare sotto la superficie delle cose. Un romanzo intimo, intimista, profondo, che fa della storia solo il pretesto per tentare di dare una spiegazione al senso della vita.

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?

Il finale lascia con l’amaro in bocca. Ci si aspetta una spiegazione, un atto conclusivo. Invece la sola risposta che Sandor ci consegna è che l’uomo aspetta, si anima e brama vendetta per poi scoprire che ciò che ha perso, in ogni caso, non può tornare.

Folli i miei passi di Christian Bobin

Folli i miei passi di Christian Bobin

Ecco a voi un tesoro, 100 pagine di un viaggio verso la libertà.

SINOSSI: “Una giovane donna ci racconta la sua vita dal suo primo ricordo. Cresce in un circo, a due anni è innamorata di un lupo e inizia una serie infinita di fughe fino all’età adulta. Corre a folle velocità dietro alla vita, all’amore, ai suoi sogni. Mette a nudo la sua anima, la sua ribellione, i suoi progressi e le sue sconfitte, il suo bisogno di dormire come ultima scappatoia, il suo amore per la musica, Bach. E scopre una verità fondamentale per lei: nessuno, no, nessuno, mai nessuno la potrà costringere a fare quello che non vuole.”

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Questo romanzo, senza essere serioso, vibra di eleganza e leggerezza. Non una frase è buttata lì per caso, tutto è spunto di riflessione. La trama non conta poi tanto in un romanzo intimista, senza dialoghi, in cui le azioni sono soltanto la conseguenza di stati d’animo e pensieri.

Lasciamo che siano più che altro le parole del bravissimo autore a darvi un’idea di questo libro.+

A tutti i i bambini del mondo auguro di avere madri folli: sono le madri migliori.

Quanta bellezza nella descrizione della madre, una donna che è come un uccello. Spensierata, la cui risata invade le parole. Il suo amare la figlia con dolcezza, lasciandola libera di decidere qualunque cosa purchè sia quella che sente. Una figura quasi fatata, la madre che tutti vorremmo.

Sono felice che non mi ascolti, è un bene, vuol dire che ti abbiamo educata bene.

La protagonista cresce in una vita inusuale, al circo. “Si vedrà, ecco il mio metodo”, scrive questa bambina, poi ragazza e donna a dai mille nomi e dalle mille fughe, fin da piccola si addormenta nella gabbia di un lupo che veglia su di lei. Non farà altro che aspettare l’occasione per scappare dal circo in cui è cresciuta, per vivere senza confini, senza limiti. Si vedrà, vivere il presente.

Credeva solo nell’amore  e quando crediamo solo nell’amore, non abbiamo lo spirito mattutino, rimaniamo tra le lenzuola perchè l’amore è lì. O perchè manca.

Lo spirito libero che la muove ci conduce a seguirla nelle sue avventure, in un continuo inno alla libertà da legami limitanti. Poi si invaghisce di Roman, lo sposa, resta con lui, lo osserva, fino a quando s’innamora dell’orco, il suo vicino.

Conosciamo soltanto nell’amore, e io Roman l’ho amato poco. […] Ovunque, mescolate alle particelle d’aria che respiriamo, ci sono particelle d’amore errante. A volte si condensano e cadono come pioggia sul nostro capo. A volte no. Dipende così poco dalla nostra volontà, come un acquazzone di primavera. Tutto ciò che possiamo fare è restare il meno possibile al riparo. Ed è forse questo che non funziona nel matrimonio: questo lato ombrello.

Non è forse vero che l’amore ha un lato che ci ripara dalla pioggia, impedendoci di scoprire altro di noi e del mondo? L’autore, tramite la protagonista, sembra disegnarlo attraverso i dialoghi così chiari e poetici.n Quando spiega a Roman perchè ama un altro, gli dice “qualcuno mi ha donato qualcosa, mi dispiace non sei tu, ma nessuno può donare tutto”.

Folli i miei passi è un piccolo viaggio che scatena la voglia di liberarsi da tutto ciò che ci frena e sentirci vivi.

Dalla parola ‘inevitabile’ vorrei essere liberata.

Passiamo una vita ad uccidere le persone che avviciniamo e da cui veniamo a nostra volta uccisi, la grazia sta nel mantenere tutti i morti mantenendo la nostra intelligenza, allegria e dolcezza, la grazia sta nell’essere in vita anche se morta.

Quel che il giorno deve alla notte di Y.Khadra

Quel che il giorno deve alla notte di Y.Khadra

Un bello scorcio sull’Algeria, colonia francese, con una storia accattivante di amicizia e tradimento che fa da pretesto per un’analisi più interessante di un divario sociale.

TRAMA: “Algeria 1930: Younes ha solo nove anni quando viene abbandonato a una comunità benestante di provincia. Crescendo insieme ai giovani coloni francesi ne diventa compagno inseparabile. Finché un giorno non ritorna al villaggio Emilie, una ragazza splendida che metterà duramente alla prova la complicità fraterna dei quattro ragazzi, lacerati tra lealtà, egoismi e rancori che la guerra d’indipendenza contribuirà ad acuire enormemente. La rivolta algerina sarà per Younes tanto sanguinosa quanto fratricida. Si rifiuterà di lasciar distruggere i legami di un’amicizia eccezionale ma non accetterà mai nemmeno di rinunciare ai valori che suo padre gli aveva insegnato: l’orgoglio, il rispetto profondo per gli antenati e per i costumi del suo popolo, la fedeltà assoluta alla parola data. L’inconfondibile vena romanzesca di Yasmina Khadra illumina in modo magistrale e sconvolgente questo conflitto che ha visto combattersi due popoli innamorati del medesimo paese. La grande originalità di questa saga che si svolge tra il 1930 e i giorni nostri sta nella coraggiosa difesa di questa doppia cultura franco-algerina che la storia ha troppo spesso cercato di rinnegare.”

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Partiamo dal presupposto che ci sono delle differenze tra la sinossi e la trama del libro. Si sono accentuati dei temi e degli argomenti che invece non sono centrali all’interno del romanzo.

Il protagonista Jonas viene mandato dal padre, poverissimo, a vivere e studiare da suo fratello, un farmacista. L’intera storia ci viene raccontata da lui stesso, ormai anziano, che ripercorre la sua vita in prima persona. La lettura è piacevole e interessante: l’autore scrive bene.

Sfondo: l’Algeria degli anni ’30, dove la povertà dilaga e le differenze sociali sono molto profonde. I coloni francesi e gli arabi devono convivere. Ricordiamo che l’Algeria, colonizzata dalla Francia, vedrà la sua indipendenza soltanto nel 1962, dopo anni di guerra cruenta.

La vita di Jonas ci illustra un po’ le fasi di questo Paese; la sua vita scorre mentre scoppia la seconda guerra mondiale, stringe amicizia con coloro che frequenta a scuola, compagni francesi con cui ben si integra. Si innamora di una ragazza, Emile. Ma crescendo, vive anche la guerra d’indipendenza, e una realtà evidente resta: lui è un arabo, suo zio che l’ha ospitato e i suoi compagni di una vita sono invece gli invasori, sono francesi. Dunque, a differenza di ciò che può far pensare la sinossi, il romanzo non si incentra tanto sull’amore per Emile, che pur avrà un finale intenso, nè tanto meno su un qualche triangolo amoroso. Piuttosto, su temi quali l’integrazione sociale, la differenza tra ricchi e poveri, la volontà di riscatto di una società, le differenze culturali, l’amicizia, il senso dell’onore. Allo stesso tempo non si affrontano in modo serioso.

 

Diceva che si potevano perdere il patrimonio, i terreni e le amicizie, le opportunità e i punti fermi, perchè rimaneva sempre la possibilità, per quanto infima fosse, di ricominciare da qualche parte; al contrario, se si perdeva la faccia, non valeva la pena salvare il resto.

 

Non è da definirsi un romanzo struggente o indimenticabile, ma è una lettura consigliata, capace di coinvolgere il lettore. Soprattutto interessante per la riflessione quanto mai attuale su cosa significhi sentirsi diversi, e ancor peggio invasi. Tante responsabilità per i francesi ne Quel che il giorno deve alla notte.

 

Ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altro, attratti da una formidabile calamita. Simili a due fiumi che, nati agli antipodi, irrompono trascinando tutte le emozioni della terra e, dopo avere sconvolto monti e vallate, si fondono nello stesso letto in un turbine di schiuma e di vortici. Sento i nostri corpi consunti compenetrarsi, le pieghe degli abiti confondersi con quelle nostre carni. Ci abbracciamo stretti, come un tempo afferravamo alla vita i nostri sogni, convinti che, se avessimo allentato la presa, ci sarebbero sfuggiti.

Norwegian Wood di Haruki Murakami

Il romanzo che ha consacrato Murakami come uno dei più importanti scrittori giapponesi della contemporaneità.

SINOSSI: “Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli “altri” per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.”

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È poco giapponese, Norwegian Wood, sotto molti aspetti, eppure intriso di quell’essenza nostalgica che si ritrova spesso in autori giapponesi. Del giovane Holden ha ben poco, di certo non ne ha i toni e lo stile, forse l’inquietudine. Murakami riesce a entrare nel cuore del lettore. Non si tratta solo di amore e vita, ma soprattutto di morte e depressione, paura. Difficoltà. A tratti è a tinte fosche, oscure, l’intero romanzo è una pennellata di grigio e nero che lascia scossi.

Il protagonista è Toru Watanabe, che in un lungo flashback ci racconta la sua adolescenza e i suoi anni all’università. È stato l’ultimo a parlare con i suo amico Kizuki, prima che questo decidesse di togliersi la vita, lasciandolo con un vuoto e tante domande. Toru soffre, e alla sua sofferenza si unisce Naoko, la ragazza di Kizuki. Un tempo i tre erano molto amici, riuscivano a tener su un equilibrio che poi si rompe brutalmente. Naoko e Toru si ritrovano da soli, senza più la presenza di Kizuki, perfezionista e tendenzialmente perfetto; si innamorano, ma di un amore strano, delicato, affannoso. Si innamorano ponendo alla base la perdita e il dolore. Naoko è una ragazza molto fragile, instabile, che non riesce ad affrontare la vita. Questo la spinge ad andare a curarsi in una clinica, e Toru continua la sua vita senza riuscire a smettere di pensare a lei. Con la promessa nel cuore di non dimenticarla mai.

«Adesso che cammino forte attaccata a te, non ho nemmeno un po’ di paura.  Il buio e il male non possono trascinarmi via.»

«Allora, il problema è molto semplice. Basta che stiamo sempre come adesso.» dissi io.

Ma all’università gli si apre un mondo nuovo, e conoscerà Midori, una ragazza completamente diversa, spigliata, allegra, curiosa. Avranno un rapporto di tutt’altro genere. Esploreremo insieme a Watanabe soprattutto l’idea di solitudine. Murakami ci mette di fronte a personaggi essenzialmente soli: la stessa Midori ha perso tutto. Kizuki, Watanabe, Midori, Naoko, perfino l’amico Nagasaka ci raccontano di dolore e perdite. Il personaggio stonato è invece Reiko, il rapporto con Toru è fuori luogo, infastidisce.

La storia, ambientata negli anni ’60 dei tumulti studenteschi, è sempre sullo sfondo, tanto da non incidere nel racconto.

Ho sempre avuto fame di affetto, io.
E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta.
Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio.
Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta.

Emozioni personalissime per Norwegian Wood. La tematica principale è comunque il suicidio. Quello che comporta, come nasce, il perchè. Ma è trattata con delicatezza, si va a mescolare alle riflessioni sulla crescita, sulle scelte che ognuno di noi fa, sugli incontri. Su come ci rapportiamo agli altri e come ogni essere umano gestisce la solitudine e il dolore. Intenso.

Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte ( e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me.