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Le ragazza di Emma Cline

Le ragazze di Emma Cline

Le ragazze di Emma Cline è un romanzo che si presenta malissimo: una copertina trash degna del peggior young adult e un titolo tanto insignificante quanto banale. La sinossi non aiuta e, probabilmente, neanche sapere che la storia è liberamente ispirata alle vicende tragiche e macabre della notte del 9 agosto 1969, in cui i seguaci di Charles Manson compirono una strage brutale al limite di ogni immaginazione, anche la più perversa. (A tal proprosito, da guardare il documentario Roman Polanski, a film memoir: il regista all’epoca era sposato con l’attrice Sharon Tate, uccisa incinta a sole due settimane dal parto). Una storia adolescenziale su fatti tanto drammatici e sconvolgenti? No grazie, risponderebbe un avveduto lettore. Ma farebbe un errore, perchè Le ragazze, l’esordio della ventiquattrenne Emma Cline, merita di essere letto. E soprattutto si fa leggere grazie allo stile originale e accattivante.

Evie contro Evie

Sono numerosi i punti a favore di questo romanzo. Il primo è sicuramente la scelta lessicale dell’autrice. A colpire sono l’originalità delle metafore e la particolare attenzione data all’aggettivazione. Grazie a questi, il lettore entra a pieno nel mondo dell’adolescente Evie, una quattordicenne come tante, inquieta, speranzosa, arrabbiata. In cerca della propria identità, bisognosa di attenzioni, di amore. Il suo è un punto di vista tutto al femminile, consapevole già del potere maschile sulle donne, le quali hanno una capacità di sopportazione quasi smisurata e che comprendono ben presto quanto sacrificio richiede dover compiacere gli uomini. Le ragazze della Cline sono fragili, dedite a ogni sofferenza pur di ricevere in cambio tenerezza e stima.

“Io gliela invidiavo, quella fiducia, il fatto che qualcuno potesse cucire insieme le parti vuote della tua vita fino a farti sentire che sotto di te c’era una rete, capace di legare ogni giorno al successivo.”

Il secondo punto a favore del romanzo è l’accurata descrizione di un’età controversa come l’adolescenza. La Evie ormai matura, che si racconta tramite flashback, ha ben poca personalità – forse perchè troppo segnata dagli eventi passati, mentre la Evie adolescente è un personaggio chiaro per quanto controverso, capace di fagocitare il lettore nel periodo a metà tra l’infanzia e l’età adulta, che forse per lei giunge troppo presto. Un racconto in prima persona di quanto la vacuità di ciò che ci circonda può facilmente condurci in direzioni impreviste, deleterie, purchè si abbia qualcosa in cui sentirsi inclusi – e, ancora una volta, per cui sentirsi amati.

“Ero una ragazza qualunque, e questa era la delusione più grande di tutte: su di me non splendeva nessun’aura di grandezza. […] Il fatto che mi dicevano continuamente che mi stavo divertendo , e non c’era verso di scoprire che non era vero. […] Quell’assenza che avevo dentro, intorno a cui potevo rannicchiarmi come un animaletto.”

Altro merito di Le ragazze è di avere un ritmo incalzante da thriller. Perchè alla base c’è la storia di un ranch, di ragazzi (e soprattutto ragazze) abbandonati dalla società o scappati di casa e sedotti da un guru che, tra acidi e orge, li plasma, li convince, li spinge all’omicidio. Ma le domande sottese sono tante: davvero i personaggi – tutti ispirati a persone reali – vengono spinti a uccidere o era esattamente ciò che volevano? Non è fragile e sottile la linea tra bene e male, non è a volte il caso a scegliere per noi?

Io cosa avrei fatto?

Questa è la domanda della Evie adulta: Io, cosa avrei fatto? Fino all’ultimo se lo chiede, senza mai darsi risposta. O forse la risposta è più inquietante di quanto voglia ammettere: probabilmente l’avrei fatto. Non svelando il perchè lei non parteciperà alla notte di inaudita violenza, anticipiamo che Evie non saprà mai cosa sarebbe diventata se avesse seguito gli altri nella “follia” omicida che li ha travolti. Questo il fascino della storia, la collisione tra la normalità dei “cattivi” e l’ignavia e indifferenza dei potenzialmente “buoni”. Che sono anche potenzialmente cattivi, oltre che facilmente influenzabili.

Il contesto degli anni 60 in America permette alla Cline di affrontare altri temi quali il rapporto con i propri genitori, il sesso libero, la droga, l’idea di una società più libera, o sicuramente diversa, come anche aveva fatto Lauren Groff con Arcadia.

“Il vecchio mondo, dove i soldi rendevano tutti schiavi, dove ci si abbottonava la camicia fino al collo, strangolando tutto l’amore che si aveva dentro.”

Ma ciò che ammalia ne Le ragazze non è soltanto questo, perchè non si può dire che non sia anche un romanzo d’amore. Nella ricerca della propria identità, Evie scopre anche ciò che la attrae, ciò che può essere diverso da ciò che avrebbe pensato. (cit lesbica). Un amore che sembra sempre disperato e bisognoso, spesso univoco, maltrattato, svalutato, ma che sopravvive lucente nel degrado, nello squallore, e che conduce anche a gesti estremi, a farli o soprattutto non farli. Amore è proteggere? Evie diventa, a un punto della sua vita, alter ego della persona amata, come l’autrice spiega nel finale. Ci può mancare un’assassina? Possiamo amarla nonostante tutto, nonostante le unghie spezzate, la faccia scavata dalla fame, la sporcizia, l’impassibilità, la fiducia cieca che nutre per qualcun altro a cui concede il suo corpo, e soprattutto nonostante la sua capacità di uccidere?

Sono tanti gli spunti di riflessione che offre Emma Cline, ed è per questo che tanto ha fatto parlare il suo romanzo d’esordio. Il punto di vista su questa vicenda è giovane, perchè giovane è la Cline, che sembra astenersi da giudizi sulle assassine per ricordare, appunto, che sono solo delle ragazze.

Condivido, solo in parte, la critica di Christian Raimo su L’internazionale, che scrive: “La sensazione che ne ricavavo, pagina ricamata dopo pagina ricamata, era certo quella di una efficacia visiva rara, dall’altra parte però anche quella di un’esibizione del proprio essere ipermetrope.”

Per approfondimenti sugli omicidi di Cielo Drive clicca qui

david foster wallace

La scopa del sistema di David Foster Wallace

A caratterizzare La scopa del sistema, che il genio David Foster Wallace ha scritto a soli 25 anni, è la (sua solita) capacità di creare personaggi senza descriverli. Pur non avendo una panoramica completa dell’autore, di cui ho letto solo La forma dell’acqua e quest’opera, ho compreso fin da subito la grandezza dell’autore. So che fin dal primo racconto (“Solomon Silverfish”, che mi ha fulminato) Wallace marca una linea di confine tra narrativa e la letteratura. Lui appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

La scopa del sistema si fa leggere perchè è intelligente, ironico, magnificamente scritto. Sono i dialoghi che spesso danno forma ai personaggi, e Wallace li costruisce con vera maestria: gesti parlati che interrompono lo scambio di battute (“Passami una gomma, per favore”, oppure “Cosa sta facendo quella signora con il suo cane?”) fanno sì che il lettore sia catapultato all’interno di un contesto perfettamente visibile e costruito. Costruito sì, ma senza il bisogno di descrizione alcuna. Qui la genialità di Wallace, che sembra esserne consapevole quando scrive che i veri scrittori il contesto lo creano, non lo dicono. Pagine di dialoghi parlanti, parlanti per le loro battute ma soprattutto perchè detentori di stati d’animo, ambientazione, avvenimenti.

Si alternano poi passaggi scritti in prima persona in  cui a parlare è Rick Vigorous: dal suo punto di vista l’intera storia delineata da Wallace si chiarifica ancora di più, assume sempre senso nuovo dietro prospettive diverse. Ecco ancora la bravura nel creare un contesto.

Dietro le vicende di questi simpatici personaggi a noi da subito così familiari – Leonore che va in cerca della bisnonna Leonore, e Rick e Candy e Norman, e tutti gli altri – c’è una riflessione, a tratti ironica, sulla filosofia del linguaggio di Wittgestein, come del resto ci si sarebbe aspettati da uno studente laureatosi in filosofia con una specializzazione in logica modale e matematica. Eppure traspare – pur senza condizionamenti in merito alla depressione e al suicidio di Wallace – una sofferenza esistenziale legata all’ansia avviluppante dello stare in società e al tempo stesso alla paura della solitudine.

“[…] che la base della Grande Paura sia la paura di un universo personale vuoto e rimbombante, dove uno rischi di ritrovarsi da un lato l’Io e dall’altro vasti spazi deserti dove gli Altri non abbiano avuto accesso. Un universo non-pieno. Solitudine.”

In tutte le sue riflessioni sulla condizione umana – spesso espressa in una forma letteraria incomparabile – fuoriesce un disagio profondo che viene sviscerato attraverso una serie di situazioni, anche esilaranti. L’amore, quello più strano, quello non ricambiato, così come l’inadeguatezza alla socialità, la goffaggine, la bizzaria delle situazioni umane e quotidiane in ci si ritrova, la gelosia, il bisogno dell’Altro, il senso del nostro relazionarci. Non manca la trascrizione dei dialoghi dei due personaggi, Rick e Leonore, con un’analista svitato che dà vita ad alcune delle scene tra le più divertenti che abbia mai letto.

Leggere per credere. Vi lascio con l’incipit di uno dei capitoli iniziali de La scopa del sistema:

“Un’infermiera gettò dalla finestra l’acqua rimanente nel bicchiere di un paziente, l’acqua piovve a terra e soprattutto su un chicco di ghiaia elterandone il precario equilibrio e spedendolo ruzzoloni giù dal marciapiedi e da qui attraverso la grata d’un tombino neòlla fogna sottostante, con uno schiocco secco che atterrì uno scoiattolo intento a rosicchiare una ghianda e lo fece sfrecciare su per il tronco dell’albero più vicino squassando un ramoscello instabile e cogliendo di sorpresa un paio di nervosi uccellini mattinieri, uno dei quali prima di volar via sganciò a mò di zavorra un bolo di escrementi bianco e marroneche piombò sul parabrezza dell’utilitaria di tal Leonore Beadsman che proprio in quel momento completava la manovra di parcheggio.”

E beccatevi anche le curiosità che non sapevate su Wallace, cliccando qui

a un cerbiatto somiglia il mio amore

A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman

Un romanzo potente, corposo e intenso, che lascia il segno a ogni riga e che si conclude con l’inesprimibile certezza di aver letto una vera e propria opera letteraria e umana.

L’importante non è dove sei, ma dove non sei“, la frase profetica che si chiarifica solo con lo scorrere delle parole. Questo romanzo di Grossman merita di essere letto, e spiegarne il perché risulta difficile: in molti momenti si è tentati di abbandonare la lettura, ma arrivare alla fine di queste 781 pagine edite da Mondadori ripaga di ogni difficoltà riscontrata.

David Grossman ha il potere di creare storie che entrano nella testa e nel cuore, che bruciano dentro. Può scoraggiare la prolissità di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, così come a tratti spaventa l’inevitabile confronto con le più profonde emozioni umane. Perché questo romanzo si regge su due tematiche principali, amore e guerra, e lo fa senza alcuna voluta drammaticità: il dramma sta proprio nella naturalezza con cui la violenza si insinua nella quotidianità e nei rapporti.

 

La protagonista di questa storia è Orah, madre preoccupata dalla partenza del figlio per una missione militare, l’ennesima in Israele. Per un brutto presentimento decide di non restare a casa ad attendere notizie, ma di fare un lungo cammino che è un viaggio nella memoria, un omaggio al suo amato Ofer (cerbiatto, il significato del suo nome in ebraico). Apprendiamo la storia di Orah e dei suoi due figli, del suo amore per Ilan e per Avram, ma non solo. “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, verso del Cantico dei Cantici, è una molteplicità di argomenti: Israele e il sogno di una patria, Israele e la guerra che uccide senza sconti, la guerra che cambia e distrugge l’uomo, l’immensità e la forza dell’amore, il dolore profondo e devastante della perdita, della violenza.

“I sentieri di Israele hanno una voce che non ho mai sentito da nessun’altra parte.” 

La guerra attuale, descritta dalla penna del pacificista Grossman, appare per quella che è: spietata. Ma l’attaccamento alla vita, l’importanza di quest’ultima, è il suo contraccolpo.

Tutto inizia con un triangolo amoroso: quello tra Orah, Avram e Ilan, che andrà avanti per tutto il romanzo, tre sedicenni che si incontrano in ospedale. La storia riparte poi venticinque anni dopo, con la curiosità di scoprire cosa è accaduto loro.

Impossibile non amare Avram, il suo cambiamento, la sua personalità vispa, la sua creatività. Si soffre con lui quando si comprende cosa significhi davvero la parola guerra. Ed è con lui che comincia il racconto a ritroso di Orah, a lui sono destinati i dettagli di un’intera esistenza: Ofer sembra essere tenuto in vita dalle parole di sua madre. L’amore si fa spazio nella disperazione dei personaggi, così veri, così umani, resi da Grossman in modo vivido e reale.

“Orah si ricordò di come si immergeva rapidamente nel suo corpo, in profondità, una creatura antica, marina, un pesce per metà fossile che piroettava, si tuffava negli abissi.”

L’illusione di Orah è di proteggere suo figlio dalla morte con i suoi racconti: una forma di protezione che l’autore stesso credeva di attuare mentre scriveva questo libro. Il fatto che proprio durante la sua stesura Grossman abbia perso suo figlio getta una nuova luce sull’intero romanzo, che assume un significato ancora più toccante.

“Lui (Ofer) la lacerava, si scatenava e picchiava i pugni contro le pareti interne del suo corpo. Pretendeva che lei gli desse retta senza limiti, che si liberasse da se stessa e che si dedicasse completamente a lui, che pensasse a lui e parlasse di lui tutto il tempo, senza concedersi pause, che raccontasse di lui a chiunque incontrava, anche agli alberi alle pietre, ai rovi, che ripetesse il suo nome ad alta voce mentalmente, che non lo dimenticasse nemmeno un istante, che non lo abbandonasse, perché lui aveva bisogno di lei per esistere. Come aveva fatto a non capirlo subito? Aveva bisogno di lei per non morire.”

Grossman è geniale anche nel rendere il punto di vista femminile e il valore della maternità: la donna – Orah – colonna portante della storia, è descritta alla perfezione in ogni sua sfaccettatura. Ogni personaggio finisce per diventare vero, terribilmente vero, e il lettore non può far altro che farsi trascinare in questa storia dipinta con estrema sensibilità: lascia un’eco che perdurerà anche giorni dopo la fine della lettura.

Finito questo intenso romanzo, consiglio di leggere le interviste all’autore cliccando qui.

 

a un cerbiatto somiglia il mio amore

 

Sapiens: da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari

Sapiens: da animali a dèi. Breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari

Ambizioso best seller del professore israeliano Harari: una storia dell’umanità non solo all’altezza delle aspettative, ma interessante e intrigante.

Spinge il lettore a riflettere, a porsi in diversi punti di vista, pur toccando una grande varietà di temi importanti.

Discutere di questo saggio richiede onestà intellettuale e soprattutto l’ammissione che è difficile approfondire ogni tema trattato. Ci si sente storici, sociologi, antropologi, filosofi, ma anche scienziati, biologi, informatici, economisti, matematici. Ed è questo l’intento di Harari, trattare la specie umana, l’Homo Sapiens, per il complesso di facoltà che lo caratterizzano e che rappresenta.

Il fattore più apprezzabile di “Sapiens, da animali a dèi” è l’umiltà di Harari di non porsi come narratore onnisciente o schierato. Con un linguaggio chiarissimo, a tratti colloquiale, permette a chiunque di comprendere ciò che spiega. Ma la semplicità con cui narra non è sinonimo di banalità: si pone piuttosto come un analista che, lucidamente, esamina la storia e la sviscera con l’attenzione di un chirurgo. L’autore non confonde mai i diversi campi che tratta, osserva la realtà con occhio critico esterno, avvalendosi della conoscenza della Storia.

Un testo che domanda

Quali sono le domande a cui si approccia nel suo testo? Tantissime: tutti dovrebbero leggerlo, ogni uomo che sia curioso del mondo che gli è intorno.

Perché, quando c’erano diverse specie umane, solo Homo Sapiens è sopravvissuto? Come e perché l’uomo ha sterminato i suoi simili, ad esempio i Neanderthal che non erano in nulla inferiori a noi? Come specie, in che modo ci siamo evoluti? Questa l’introduzione ai primi capitoli magnetici, che ci conducono ai temi concatenati della nascita del pensiero, delle differenze tra noi e gli altri animali, delle trasformazioni psico-fisiche che ci hanno reso quelli che siamo. È la Rivoluzione cognitiva, che appunto analizza le nuove capacità cerebrali del Sapiens con tutte le conseguenze che portarono con loro.

Non meno interessante la parte sulla Rivoluzione agricola, che Harari ritiene la più grande impostura della storia. Sapevate che l’agricoltura, che ci sembra aver risolto una miriade dei problemi che avevano i nomadi cacciatori-raccoglitori, in realtà ha geneticamente indebolito l’uomo? Perché? Esagerando, Harari ritiene che sia stato il frumento ad addomesticare l’uomo, e non il contrario, poiché ne siamo divenuti completamente dipendenti. Come sono nate le prime società? Come si è trasformata l’economia, e con essa le abitudini?

E soprattutto com’è che sono nati, certo non all’improvviso, le nazioni, e la democrazia, e il cristianesimo? Senza paura di ricevere polemiche, Harari fa comprendere che tutto ciò fa parte di un ordine che l’uomo stesso mantiene tramite l’immaginazione. L’intelligenza di Homo Sapiens è stata quella, rispetto ad altri animali, di far sì che un grosso numero di membri, anche estranei tra loro, cooperassero. E l’ha fatto attraverso i miti.

Quest’ordine ha come regola il non ammettere mai che è solo immaginato: è inoltre intersoggettivo, in cui devono credere più individui; modella i nostri desideri e non c’è modo per uscirne.

Per esempio i desideri più coltivati dagli occidentali del nostro tempo sono modellati da miti romantici, nazionalisti, capitalisti e umanisti che esistono da secoli. […] Anche i desideri che di solito la gente ritiene più personali sono programmati dall’ordine costituito immaginario. […] Il dollaro, i diritti umani e gli Stati Uniti d’America esistono nell’immaginazione condivisa di miliardi di persone, e nessun individuo, da solo, ne potrebbe minacciare l’esistenza.

Riflettere sull’uomo

Rivalutare le idee, che in effetti sono immaginate e facenti parte di un ordine, può servire al lettore per importanti riflessioni su ciò che ha sempre considerato già dato, e soprattutto per una visione del mondo meno eurocentrica ed occidentale.

Harari passa poi all’introduzione del concetto di cultura con tutte l sue contraddizioni, sottolineando che “la coerenza è il gioco delle menti ottuse”. L’analisi è dei tre ordini universali comparsi già nel I millennio:

  • economico: ordine monetario
  • politico: ordine imperiale
  • religioso: ordine delle diverse religioni mondiali

Brevi ma estremamente interessanti, questi paragrafi coniugano fatti storici a riflessioni più generali che coinvolgono popolazioni di ogni parte del mondo che hanno appunto fatto la storia dell’umanità.

Infine l’ultimo capitolo è dedicato alla Rivoluzione scientifica e a tutto ciò che ha portato con sè, passando per le tematiche del colonialismo e del progresso tecnologico, per giungere alla genetica e alla cibernetica.

Difficile non provare curiosità per l’opera di Yuval Noah Hariri, di cui cliccando qui trovate un assaggio

Circa 70.000 anni fa Homo Sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti propri in un angolo dell’Africa. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza, ma anche le capacità divine di creare e di distruggere. […] Ma abbiamo forse diminuito tutte le sofferenze del mondo? […] Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

L’ultimo breve romanzo di Kent Haruf che ci fa tornare ad Holt, la cittadina provinciale e bigotta dove si muovono i personaggi – così veri – descritti con maestria dall’autore.

SINOSSI: È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me?
Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Non ci sono grandi differenze con gli altri romanzi di Haruf: anzi, dopo la Trilogia che l’ha reso così famoso, si riconoscono i temi a lui cari. Alla fine tutti i personaggi partoriti dall’autore sembrano diversi e così uguali, universali alla fine, esempi del genere umano. Sempre avvolti da un’aura un po’ oscura, segnati dal dolore e della vita, si fanno apprezzare proprio per ciò che sono. Questa è la potenza della scrittura di Haruf, la sua bravura: la portata universale dei suoi romanzi.

Addie e Louis hanno la bellezza della semplicità: potremmo essere noi, quei due settantenni che non desiderano altro che passare la notte insieme. La vita se la raccontano sussurrandosela sotto le coperte, ed è come il resoconto di una vita che non va mai data per scontata. Ci si confronta con sogni e desideri delusi, con la sconfitta, attraverso le loro bocche apprendiamo di dolore, morte, eppure il romanzo è stato definito “come una carezza”, e non si potrebbe essere più d’accordo. Scalda il cuore.

Holt resta una cittadina provinciale, chiusa, segno di una società ottusa. Ma ciò che di brutto ci circonda – le dicerie, la cattiveria, la morte – sono nulla in confronto alla bellezza dei sentimenti autentici. Questo pare il messaggio che traspare dalle pagine di Haruf, per cui ci si sente confortati dopo la lettura che diventa lieta e a tratti malinconica.

Adoro questa cosa. È meglio di quel che speravo, è una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo assieme. Starcene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio.

Le nostre anime di notte, in particolare, ha il potere di donare speranza. La tenerezza e il rispetto tra Louis e Addie è di esempio contro i pregiudizi degli ottusi. A cosa serve preoccuparsi di continuo di ciò che pensano gli altri? Cosa c’è di male se due vedovi decidono di affrontare la solitudine insieme?

Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L’ho fatto per troppo tempo – per tutta la vita.

Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri,per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno.

Una volta terminata la lettura, consiglio di leggere l’intervista alla moglie dell’autore su Repubblica cliccando qui

Questa è l’acqua di David Foster Wallace

Questa è l’acqua di David Foster Wallace

Uno scrittore geniale per dei racconti che lasciano il lettore tramortito e ammaliato.

David Foster Wallace è uno di quegli scrittori che non può mancare nella libreria personale di ciascuno di noi. Se vi scoraggia il lungo, seppur scorrevole, Infinite Jest, approcciare all’autore con i suoi racconti è un’ottima idea. Gran parte dei temi affrontati da Wallace, infatti, si dipana già nei suoi brevi e intensi racconti, la cui raccolta in Questa è l’acqua è particolarmente consigliabile.

Qui troverete infatti uno dei suoi più celebri, Il pianeta Trillafon e la Cosa Brutta, una descrizione personale della depressione come malattia. Originale e profondo, ha avuto un enorme successo soprattutto per la delicatezza e intelligenza con cui è scritto.

Immaginate che tutto il corpo abbia la nausea: i piedi, i grossi muscoli delle gambe, le clavicole, la testa, i capelli, ogni cosa. […] Ora immaginate ogni singolo atomo di ogni singola cellula abbia quella stessa nausea, una nausea insopportabile. E ogni protone e neutrone di ogni atomo… gonfio e pulsante, malaticcio, nauseato,senza speranza di vomitare per liberarsi da quella sensazione […] il mondo intero che voi percepite, conoscete e abitate arriva filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto. E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come da un pallone rotto.

La sua bellezza sta nel modo di coinvolgere il lettore, anche psicosomaticamente, nell’idea della depressione, di cui Wallace ha sofferto fin da giovane in forma grave. Tanto da arrivare a suicidarsi ancora giovane, a 46 anni. Profetico e intenso.

Altrettanto interessante Questa è l’acqua, il discorso tenuto ai laureandi che sembra più un insegnamento di vita. Ma entrambi questi due, i più rilevanti, sono scritti in prima persona e a mò di diario. Mentre invece gli altri sono vere e proprie storie in cui emerge il talento dello scrittore nel costruire personaggi e intrecci. Il più geniale sia il primo, Solomon Silverfish, ironico e toccante, che descrivere appunto Solomon dai diversi punti di vista di altri personaggi. La storia d’amore tra lui e Sophie, la famiglia folle di lei, il malinteso, una scrittura eccelsa.

Durante tutto questo brutto periodo Solomon ha fatto sentire e capire a Sophie che lei è la malata, non la malattia. Lei è quello che è, non quello che ha dentro. […] Sophie crede di aver ormai capito alla sua età che la magia altro non è se non il semplice rapporto tra una persona e le altre persone che la circondano.

Leggete Wallace, perchè avrete con molta probabilità almeno un colpo di fulmine per uno dei suoi racconti. E avrete voglia di rileggerli e ancora e scoprirne ancora.

È mio marito e io e lui siamo uniti da una cosa chiamata amore che, casomai non l’aveste ancora sentito nominare, non è solo un sentimento, è un modo di vivere la vita con una persona, e la vostra Sophie malata è fatta di questo amore, di questa vita e di questo Silverfish, e la mia vita è la sua e tutt’e due siamo quello che siamo grazie all’altro.

Benedizione di Kent Haruf

Benedizione di Kent Haruf

All’altezza delle sue recensioni, una scrittura essenziale eppure potente. Kent Haruf va letto almeno una volta nella vita.

La Trilogia della pianura è un insieme di tre libri di Holt che, tuttavia, può essere letto nell’ordine che il lettore preferisce. Io ho iniziato così, con Benedizione.

C’è un motivo se lo scrittore ha avuto e ha ancora tanto successo, anche dopo la sua recente scomparsa. Ciò che conta nei suoi romanzi non è la trama, ma la scrittura sublime che ti introduce nella cittadina di Holt.

Se ne stava seduto nella veranda davanti a casa, sorseggiando una birra e stringendo la mano della moglie. Il fatto era che stava morendo. È di questo che parlavano. Prima della fine dell’estate sarebbe morto. Entro l’inizio di settembre quel che restava di lui sarebbe stato ricoperto di terra nel cimitero tre miglia a ovest della città. Qualcuno avrebbe scolpito il suo nome su una pietra tombale e sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito.

Il romanzo ruota attorno alla vita di Dad, che sta morendo a causa di una malattia. Gli resta soltanto un’estate da vivere, dunque ripensa agli episodi del suo passato, quelli che gli hanno lasciato più rimorsi, soprattutto,e  ripercorriamo con lui una vita onesta che non manca però di errori e sconfitte.

Interessanti tutti i personaggi che compaiono nel romanzo. Mary e Lorraine, moglie e figlia di Dad, la seconda stravolta dalla perdita della figlia sedicenne. Il reverendo Lyle, aggredito e sbeffeggiato solo perchè ha detto la sua e ha avuto il coraggio di dire che la guerra è sbagliata. Il rapporto con suo figlio, così difficile proprio come quello che ha Dad con Frank. Frank che a causa del padre è andato via, con la sola colpa di essere omosessuale. Le Johnson, così solide e unite. La piccola Alice, che ha perso la madre e abita con la nonna, e viene coccolata da tutti.

A poco servirebbe descrivere le loro vicende, però. Ci pensa la scrittura di Haruf che lascia che siano i dialoghi a parlare. Di primo impatto sembra uno stile semplice, asciutto, invece ci si accorge durante la lettura che ha la magia di imprimere nel lettore ogni emozione. Eppure non c’è mai dramma, mai pathos, solo lo scorrere della vita così com’è. È questa la grandezza dello scrittore: narrare con semplicità cogliendo quanto c’è di più impercettibile sulla vita.

Ecco perché sono crollato. Era la mia vita quella che stavo vedendo. Quel piccolo contatto tra me e un’altra persona, una mattina d’estate, dietro il bancone. Scambiare due parole. Tutto qui. E non era niente.

Haruf parla di eventi drammatici della vita umana, come la separazione, la morte, il disincanto, la vecchiaia, la fine, con una naturalezza che fa comprendere al lettore che in fondo la vita è esattamente così. È così che succede, non a uno soltanto ma a tutti noi, esseri umani. Amiamo e invecchiamo, nel percorso perdiamo e a volte vinciamo. E qualche volta passiamo il resto della nostra vita a rimpiangere qualcosa, o qualcuno. Haruf non dà giudizi, racconta solo. Anche se, a volte, tutta la malinconia insita nella vita viene fuori più chiaramente.

Dopo un po’ dimentichi. Inizi a fare caso ai tuoi acciacchi e ai tuoi mali. Pensi a una protesi all’anca. La vista si indebolisce. Inizi a pensare alla morte. La vita si fa più limitata. Smetti di preoccuparti del mese che viene. Speri di non tirare avanti troppo a lungo.

La descrizione della provincia, lenta, quasi immobile, dove ognuno conosce l’altro, è sublime. Lo si accetta e basta, e dietro ciò si nasconde bigottismo e ignoranza, fede religiosa e contraddizioni. Potrebbe essere una cittadina qualunque, non soltanto una del Colorado, e i personaggi potrebbero essere i nostri vicini e amici.

Leggete Haruf, e continuerò a farlo anche io. La certezza è che in ogni suo romanzo egli descriva con la stessa grazia e la stessa potenza ogni personaggio e ogni storia.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead

Il romanzo vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award 2017: cos’ha questo libro essere al centro di grandi dibattiti?

SINOSSI: Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento, la giovane schiava nera Cora decide di tentare la fuga dalla piantagione di cotone in cui vive in condizioni disumane, e insieme all’amico Caesar comincia un arduo viaggio verso il Nord e la libertà. Servendosi di una misteriosa ferrovia sotterranea, Cora fa tappa in vari stati del Sud dove la persecuzione dei neri prende forme diverse e altrettanto raccapriccianti. Aiutata da improbabili alleati e inseguita da uno spietato cacciatore di taglie, riuscirà a guadagnarsi la salvezza? Grazie alla brillante invenzione fantastica di una «ferrovia sotterranea», Colson Whitehead dà forma concreta all’e­spressione con cui si indica, nella storia degli Stati Uniti, la rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi nella loro fuga. Con questo romanzo offre una testimonianza scioccante – e politicamente consapevole – dell’eterna brutalità del razzismo, e al tempo stesso dà vita a un’appassionante storia d’avventura che per ritmo e colpi di scena ricorda i western pulp di Quentin Tarantino, e che ha al centro una moderna e tenacissima eroina femminile. Unica opera degli ultimi vent’anni a vincere sia il National Book Award che il Premio Pulitzer, La ferrovia sotterranea è già destinata a diventare un classico.

Se cercate un libro senza mezzi termini, che spinga a riflettere e vi faccia anche arrabbiare e soffrire, è questo il libro giusto.

L’idea di base è fantasiosa, inverosimile, ma comunque ben riuscita. “La ferrovia sotterranea”, infatti, era in realtà una rete clandestina che aiutava gli schiavi a nascondersi o salvarsi, ma l’autore l’ha convertita in una ferrovia reale con tanto di treno che, attraversando gli Stati Uniti d’America, portava fisicamente gli schiavi fuggiaschi da un posto all’altro. Non verrà mai spiegato come, e in quanto elemento di fantasia, il lettore accetta di buon grado la presenza quanto l’impossibilità della sua costruzione.

Questo semplice espediente però permette a Whitehead di costruire una storia d’avventura che crea davvero l’ansia di voler sapere, di continuo, come andrà a finire. Il mondo che si delinea, tuttavia, è dipinto di una violenza inaudita, descritta senza pathos: la violenza parla da sè attraverso la descrizione delle azioni, e per questo si fa ancora più cruda. La si sente sulla pelle quella violenza, tanto da sentire di doversi proteggere durante la lettura.

Una violenza che risveglia

Siamo testimoni muti di una ferocia e una disumanità che, tuttavia, non sono inventate, non sono finzionali, o almeno non del tutto: ciò che che viene descritto, per quanto romanzato, accadeva nel mondo reale, e non così tanto tempo fa come si può credere. Quattro generazioni fa il problema era ancora lì, non in un passato così remoto, e questo scuote le coscienze a riflettere: quanto il razzismo oggi è ancora vivo? E soprattutto, quanto ha scontato la popolazione nera sol per il fatto di aver la pelle nera? Quanto i bianchi avrebbero da farsi perdonare, semmai fosse possibile?

Nessuna catena legava le disgrazie di Cora alla sua personalità o alle sue azioni. Aveva la pelle nera, ed era così che il mondo trattava i neri. Niente di più, niente di meno.

L’ambientazione iniziale è la piantagione dei Randall, padroni bianchi spietati, per usare un eufemismo: le punizioni inferte agli schiavi sono abominevoli, crudeli è dire poco, a volte si fa perfino fatica a leggere quelle torture che sono davvero brutali. Infastidiscono, torcono lo stomaco, eppure sono efficaci per descrivere il clima di paura e terrore tra gli uomini costretti a lavorare senza fine, in ogni condizione. Abbiamo letto a scuola della tratta degli schiavi, della malnutrizione e dei maltrattamenti, ma sono sembrate parole lontane: ecco perché questo romanzo ci voleva, a colmare un vuoto nella storia dell’umanità, troppo spesso dimenticata. Leggere invece, pure con coinvolgimento, di torture e abomini fa sentire il lettore bianco dalla parte sbagliata, un complice non voluto ma di cui vergognarsi profondamente; e fa sentire il lettore bianco, nero, orientale, di ogni genere, semplicemente ferito: questa storia è una ferita aperta e sanguinante.

Come è stato possibile tutto ciò?, è la domanda che si affaccia di continuo. Si vorrebbe tornare indietro e cancellare la storia e le ingiustizie: oggi diamo per scontato (non tutti, purtroppo) che siamo tutti uguali, e dobbiamo avere tutti gli stessi diritti. Siamo esseri umani, in primis. Troveremmo ridicolo che una persona di colore non possa sedersi in autobus, ma sarebbe assolutamente impensabile considerarla inferiore, una bestia, una merce da scambiare, una forza lavoro e basta. Invece era proprio così, e lo si sente realmente attraverso la scrittura di Whitehead che non fa sconti, non indora mai la pillola. Lascia che siano i fatti a parlare.

Un’eroina senza speranza

Quando Cora, durante una notte di luna piena che illuminasse il sentiero buio, decide di fuggire, inizia il ritmo da batticuore del romanzo. Una fuga della speranza, piccola, quasi un’utopia, in cui però il lettore già crede fermamente. Incoraggia fin da subito la sua eroina, che ha però davanti a sè ostacoli infiniti e insormontabili.

Che razza di mondo è, pensò Cora, quello in cui una prigionia perenne è il tuo unico rifugio? Era libera dalla schiavitù o ancora sotto il suo giogo come descrivere la situazione di una fuggiasca?

La potenza del romanzo, tra le altre cose, sta proprio nella forza della protagonista: da quando si lancia su un bambino per prendere le frustrate al suo posto, facciamo il tifo per lei. Dopo la fuga, lo scrittore non ci dà mai pace: ogni volta che tendiamo a rilassarci, a pensare “finalmente in salvo”, accade qualcosa di terribile a causa del mondo razzista, ingiusto, bianco.  Anche tutti coloro che si espongono per aiutare gli schiavi, ossia gli abolizionisti, finiscono per pagarla molto cara. È un mondo che non dà tregua, che non dà valore alla vita umana.

A Cora stessa accade di tutto: mesi sottoterra senza cibo e acqua, mesi in una stanza che era una fornace di pochi metri, mesi trasportata in catene con le piaghe ai polsi , al collo e alle caviglie. Sembra non ci sia mai fine alla sopportazione dei dolori umani, eppure tuttavia gli uomini non smettono mai di sperare, e di voler continuare a vivere. Non manca alla trama uno spietato cacciatore di schiavi, Ridgeway, che è ossessionato dalla cattura della ragazza, poichè anche sua madre tempo prima era sfuggita alla sua condizione, senza mai tornare. I pericoli sono ovunque, imminenti e concreti, tanto da togliere il fiato.

Interessante il diverso modo di affrontare il tema della schiavitù nei diversi stati, dal Sud verso Nord: seppur una storia di narrativa, La ferrovia sotterranea diventa uno spaccato sulla storia degli Stati uniti nell’Ottocento. Un racconto con il ritmo del romanzo di avventura che tuttavia, nella sua crudezza, finisce per lasciare il lettore profondamente scosso.

«Non c’è spazio per nessun sentimento dentro quest’America brutale. L’unico legame possibile ed efficace è quello che lega la vittima al suo carnefice, un abbraccio disgustoso, un groviglio fisicamente inscindibile dal quale uno solo potrà salvarsi, uno solo sopravvivere» – Elena Stancanelli, D-La Repubblica

Per leggere l’intervista all’autore: https://www.illibraio.it/colson-whitehead-609342/