Categoria: L’Amore Scritto

Una storia quasi solo d’amore di Paolo Di Paolo

Una storia quasi solo d’amore di Paolo Di Paolo

Un romanzo che passa leggero lasciando poche tracce.

SINOSSI: “Si incontrano una sera di ottobre, davanti a un teatro. Lui, rientrato da Londra, insegna recitazione a un gruppo di anziani. Lei lavora in un’agenzia di viaggi. Dal fascino indecifrabile di Teresa, Nino è confuso e turbato. Starle accanto lo costringe a pensare, a farsi e a fare domande, che via via acquisiscono altezza e spessore. Al di là dell’attrazione fisica, coglie in lei un enorme mistero, portato con semplicità e scioltezza. L’uno guarda l’altra come in uno specchio, che di entrambi riflette e scompone le scelte, le ambizioni, le inquietudini. Tanto Nino è figlio del suo tempo (molte passioni spente, nessuna tensione ideologica), tanto Teresa, con il suo segreto, sembra andare oltre. Ostaggi di un mondo invecchiato, si lanciano insieme verso un sentimento nuovo, come si trattasse di un patto, di una scommessa. Accade sotto lo sguardo lungo e partecipe di Grazia, zia di Teresa e insegnante di teatro di Nino, attore giovane allo sbando. Proprio mentre crescono l’attesa e il desiderio, Grazia esce di scena, creando una sorta di “dopo” che rilegge l’intera vicenda di Nino e Teresa, il loro cercarsi là dove sono più profondamente diversi. Paolo Di Paolo entra nel teatro della contemporaneità cogliendo i segni di un bene inaspettato, di una luce che si accende dove smettiamo di esigere garanzie, dove viene voglia di mettersi alla prova. E di capire se siamo in grado di vivere.”

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Questo è un libro che sfiora sempre qualcosa di bello, che sembra arrivare a colpirti ma poi non lo fa. Lascia con un senso di insoddisfazione deludente.

Partiamo dal fatto che l’idea del punto di vista scelto non è propriamente apprezzabile da tutti. Il tutto, infatti, è narrato in prima persona dall’insegnante di teatro, Grazia, che con occhi a volte interni alla storia (perchè è presente) a volte esterni ci racconta lo sbocciare incerto di una storia d’amore.

Può però infastidire che momenti di intimità dei due ragazzi, Nino e Teresa, siano raccontati da lei, che non solo non è presente, non può immaginarli, ma che diventa una presenza ingombrante. Un narratore onnisciente forzato che disturba nel corso della lettura; l’uso della seconda persona plurale nei confronti dei due ragazzi, che poi non è che abbiano questo legame così profondo con l’io narrante, e che anzi sembra stia apposta solo lì per spiarli, lascia perplessi, a tratti inquietati. Potrebbe risultare un elemento innovativo e originale, ma in realtà ha condizionato molto la lettura in modo negativo.

È interessante invece il tema del teatro che dà spunto ad altre tematiche pure stimolanti. Per quanto riguarda invece Nino e Teresa, cosa si può dire? Non un grande spessore psicologico, semplicemente due giovani che come tutti coloro della loro età non sanno cosa vogliono. Per l’appunto, banalizzati. Il loro conoscersi, forse innamorarsi, non cattura l’attenzione in modo particolare. Tutto, anche i dialoghi sull’esistenza di Dio, danno un vago sentore di banalità.

Un libro che si dimentica facilmente, e fa quasi dispiacere perchè sembra ricco di buoni elementi che poi non decollano, restano sospesi, incapaci di toccare la sensibilità (mia) di lettrice.

 

Equazione di un amore di Simona Sparaco

La nuova Federico Moccia appoggiata dai vari premi, tra cui lo Strega. Una gran bella delusione, la Regina dei Libri Brutti.

SINOSSI: “Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo che nel tempio finanziario del consumo ha trovato le sue soddisfazioni. Anche se a tratti è punta da una nota di malinconia, la ragione le dice che non avrebbe potuto fare scelta migliore: Vittorio è affidabile, ambizioso, accudente. È un uomo che prende le cose di petto e aggiusta quello che non va; come quando ha raccolto lei, sotto la pioggia, un pomeriggio londinese di tanti anni prima. Al cuore di Lea invece basta pochissimo per confondersi: l’immagine di un ragazzino introverso, curvo su una scrivania a darle ripetizioni di matematica. Si chiama Giacomo e Lea non ha mai smesso di pensare a lui. L’alunno più brillante, il professore più corteggiato, l’amante passionale, l’uomo codardo. Lea sa bene che deve stargli lontano, perché Giacomo può farle male: c’è un’ombra in lui, qualcosa che le sfugge, ma che lentamente lo divora. Quando una piccola casa editrice accoglie il romanzo che ha scritto, Lea è costretta a tornare a Roma, e ogni proposito crolla. Il passato con tutta la sua prepotenza li travolge ancora una volta, con maggior violenza e pericolo. Secondo i principi della fisica che Giacomo le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili.”

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Avete presente il successo di Moccia tra le adolescenti? Ecco, Equazione di un amore si avvicina molto a Tre metri sopra il cielo. La differenza? Lea e Giacomo anzichè scrivere sul muro “Io e te tre metri sopra il cielo”, scrivono la famosa equazione di Dirac (la finta pretesa di essere una cosa più intellettuale, è fisica, no?, invece è soltanto un pretesto per fingere che non sia una banalità adolescenziale).

Un romanzo che non ha pretese, tuttavia scorrevole, per il semplice fatto che la Sparaco, di cui non ho letto il successo Nessuno sa di noi, ha prodotto un romanzo assolutamente deludente rispetto alle aspettative che vi hanno ricamato attorno, e questo fa rabbia.

La protagonista, Lea, è una ragazza completamente succube del suo amore, non riesce a reagire o ad avere una personalità sua, è sempre in balìa degli altri, chi lo sa come fa a prendere delle scelte? È davvero snervante, scialba, all’ombra degli altri personaggi. Scrive ma chi lo sa cosa, vive a Singapore ma non sa perchè, ama il marito ma non ne è certa. Il protagonista maschile, Giacomo… che dire, l’autrice l’ha voluto rendere dannato, perchè si sa che il tormentato fa più figo, ma poi alla fine oltre a fingersi intellettualoide (già, l’autrice ogni tanto spara nomi di fisici, di letterati, ma come Lea non capisce a cosa ci stiamo riferendo, anche noi ci chiediamo a che scopo citarli se non per continuare la farsa di essere intellettuali) non fa altro che trattare malissimo la ragazza. A causa di un segreto che poi tanto segreto non è, si scopre alla fine e non è che sia di grande originalità, tanto tormento per niente. E il solo svelarlo poi risolve anni e anni di vita vissuta così, che grande profondità e verosimiglianza. Davvero.

Il marito di Lea, Vittorio, non ha alcuno spessore, il solito precisino ordinato vs il bello e ribelle, scontato. L’amica Bianca sta lì solo per dare consigli, nel ruolo di amichetta adolescente alias grillo parlante per la protagonista così passionale fino alla stupidaggine e alla mancanza di amor proprio.

Non saprei davvero cosa aggiungere, magari non rovino la sorpresa finale che altro non è che una forzatura che c’entra ben poco con la storyline. Un colpo di scena buttato lì per rendere il romanzo più cool, questo mi è sembrato.

Ci si sarebbe potuti accontentata di una storiella scritta bene e interessante, ma qui si viene presi in giro, tale la pubblicità e il successo di questo romanzo.

Ci sono ben due pagine di indecisione della protagonista di tale profondità letteraria: “lo cancello da Facebook?, premo il tasto Rimuovi dagli amici?, guardo le sue foto sul suo profilo?”

Un incubo.

Questo amore di Roberto Cotroneo

Una storia che passa in modo piacevole, ma che non trapassa il lettore e lascia pochi segni.

 

SINOSSI: “Questa è una storia semplice. Quella di Anna: giovane insegnante di italiano in una città del sud. E quella di Edo: calciatore di serie A che alla fine della carriera vuole prendersi la maturità classica, per aprire una libreria. Quando si innamorano la storia di Anna diventa la storia di Edo. Dal momento in cui si conoscono Anna ed Edo si parlano d’amore attraverso i versi dei loro poeti più amati, attraverso le pagine dei libri di poesia allineati sui loro scaffali. Gli scaffali della libreria che hanno aperto insieme e che diventa il luogo, anche metafisico, del loro amore. Il luogo dove Anna aspetterà Edo. Perché lui è andato via: non si sa dove, non si sa il perché. E Anna dedicherà la sua vita all’attesa di questo amore tanto sospeso quanto reale, tanto profondo quanto felice.”

 

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Una trama di questo romanzo non c’è. È la storia di una distanza, di un’assenza, di un dolore sordo che vuole esprimersi in parole e ricordi. E l’autore lo fa con una grande delicatezza, senza dubbio, ma nonostante ciò finisce per annoiare. Il ridondante racconto di questa mancanza diventa soffocante, e forse è proprio così che deve essere. Forse è questo lo scopo dell’autore, del resto. Intristisce per poi regalare un bel finale. Sì, è stato un degno finale per questa storia senza evoluzione, solo un continuo parlare di ciò di cui non si potrebbe neanche parlare, non riuscendo a pieno a dirsi.

Se la vita è un modo di dissiparsi, come faccio a trattenere tutto questo nella mia memoria?

L’impressione di Questo amore è di essere una sorta di diario. Forse figlio di un’esigenza intimistica dell’autore di raccontare qualcuno. Edo, Edo ovunque, un fantasma; poco della protagonista che pare vivere solo dell’amore altrui, molto del ricordo di chi è stato e non è più, un amore profondo e tuttavia bruscamente interrotto. Ridondante, ridondante. A volte pare che Cotroneo abbia esaurito le parole e per questo si appigli a quelle di altri, troppo, troppe citazioni.

 

L’amore inizia nel corpo, dice un poeta. E poi dove arriva? Se inizia nel corpo dove va a finire? Può smarrirsi fuori dal corpo, oppure è proprio fuori dal corpo che deve arrivare? Qual è il pensiero dell’amore?

 

Marina Bellezza di Silvia Avallone

La Avallone, dopo Acciaio, torna a farsi apprezzare con un racconto sui giovani immersi nella dura realtà d’oggi.

SINOSSI: “Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.”

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Molti a dire: “Non è come Acciaio”. Ma proprio per questo chi Acciaio non l’ha amato follemente ma l’ha comunque apprezzato, potrebbe aver voluto ritentare con la Avallone.

Due solo le critiche da muovere al romanzo: la lunghezza, che è direttamente collegata allo stile. Troppe descrizioni e troppi dettagli a volte anche irrilevanti che rendono le molte parti superflue anche ridondanti. Lo stile dell’autrice è di conseguenza troppo descrittivo non lascia spazio al lettore di immaginare. Tutto è scritto: la marca dei vestiti o della bibita, il titolo della canzone, del programma tv, della strada, come in elenco.

Può considerarsi una storia per coloro che si definiscono “i giovani d’oggi” nel 2015.  Protagonista è la periferia italiana, con una generazione di precari allo sbando. Con tanto di immancabile (ed eccessivo) processo imbandito ai genitori, incolpati di tutto.

Detto questo, Marina. Marina Bellezza, superficiale, bellissima, con l’unico obiettivo di diventare famosa, ignorante, piena di sogni di gloria. Un personaggio snervante la cui bellezza viene fin troppo esaltata, ma più irritante è più si ammette di ricfonoscere in lei i desideri e le aspirazioni di tante altre povere ragazze. E poi non si sa come si arrivi a comprenderla, o forse no, ma ad amarla. Alla fine Marina fa sorridere, col suo vizio di vedere Teen Mom, girare sempre scoperta, comportarsi da diva, riesce a far soffrire con lei per quel padre così assente e quella madre allo sbando.

Anche perchè la si ama attraverso gli occhi di Andrea Caucino, il protagonista maschile. Lui si fa voler bene fin da subito. Fin da quando, nell’incipit, si guarda occhi negli occhi con un cervo ferito, Andrea rapisce. Lui che non riesce a finire l’università, a dimenticare Marina dopo anni che lei è andata via, lui che cerca l’approvazione di un padre sindaco e di una madre bigotta, lui che soffre per la lontananza di un fratello che è sempre stato il preferito, sempre il migliore. È il personaggio della passione e della contraddizione.

Che cosa può fare un ragazzo in quest’Italia che non i offre niente? Questa è la domanda che aleggia pagina dopo pagina, cercare la fama come Marina, chiudersi in casa a studiare immaginando di cambiare il mondo come Elsa, oppure tornare alle origini, come Andrea? Già, perchè la risposta più sorprendente è la sua. Diventare un margaro, un venditore di latte, uno che munge le mucche nelle stalle. Tornare all’origine, appunto.

Il futuro è un ritorno, la strada sterrata che non ti aspetti.

«Io voglio essere invisibile, capisci? Non voglio lasciare traccia, voglio solo svegliarmi la mattina e stare bene!» Gridava. «Non posso sentirmi in colpa per questo. Non voglio vendermi la vita. Mio nonno si metteva a piangere quando gli moriva un vitello, quando ne vedeva nascere uno… Era un uomo felice!»

Che ci siano eccessi è vero, ma alla fin fine vengono accantonati da un messaggio che emerge piano piano dalle pagine, se si ha la forza di continuare a leggere senza arrendersi lì dove la storia sembra perdersi. Una storia d’amore che non sta in piedi ma che poi è forte, intensa, ha un suo perchè, conquista. Le lunghe digressioni sono quelle su Elsa, insignificanti e noiose.

Troppo bella questa Marina per essere vera, d’accordo, troppi eventi che sembrano un po’ forzati. Lo si pensa per quasi 400 pagine. Eppure la conclusione è in grado di mettere a tacere tutti i dubbi, di far chiudere un occhio su ciò che non va.

Andrea che finalmente rivede suo fratello. Non si parlano, ma forse è meglio così. Andrea che è in assoluto il personaggio più profondo e più passionale che tenta di rimettere insieme tutti i pezzi, che va controcorrente. Vince la sua sfida personale. Marina che lascia tutto, il successo e la gloria, ma in realtà non può farne a meno. Il suo discorso sulla libertà, mentre sono a Tucson, che ti fa capire che, stupida e viziata com’è, in realtà qualcosa dentro ce l’ha. E il finalissimo, Marina e il cervo, perfetto.

Questo romanzo a suo modo è una risposta al mondo di precari quali siamo; è una storia d’amore che soprattutto ha poche basi ed è fallimentare, instabile. Ci si affeziona ai personaggi e per questo, anche se non perfetto e non brillante, resta un buon romanzo.

 

Le ho mai raccontato del vento del nord di Daniel Glattauer

Per chi abbia voglia di una lettura veloce e di evasione, ma soprattutto scritta bene, a storia particolare, interamente per email, tra due sconosciuti che cominciano a scriversi per caso, per errore. Riesce ad accendere la curiosità del lettore e a far sfogliare le pagine con una domanda: come andrà a finire?

SINOSSI: “Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, “Le ho mai raccontato del vento del Nord” descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?”

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Per un romanzo del genere non bisogna crearsi troppe aspettative, è vero, eppure il ritmo incalzante e l’ironia dei due personaggi sono elementi essenziali, che lo rendono piacevole e non troppo banale. Lo stile è, anzi, piuttosto ricercato per il genere, ci permette di entrare nella mente dei personaggi di cui siamo costretti ad immaginare quasi tutto. Non sappiamo niente dei due se non ciò che si raccontano l’un l’altro, e questo rende il tutto più interessante.

È coinvolgente perchè entri piano piano in un mondo solo ed esclusivamente virtuale, in un rapporto che sta su così, senza pretese, ed arrivi invece a capire come da semplici confidenze, scambi di battute, possa crearsi qualcosa che sembra valere più e meritare di più. Ci si interroga su quanto contino davvero i rapporti che instauriamo solo tramite messaggi, quanto possano essere pericolosi, e soprattutto se essi possano considerarsi veri, profondi. Nonostante la diffidenza che proviamo per un rapporto campato in aria, comprendiamo cosa lega Emma e Leo, perchè ad un tratto diventi indispensabile sentirsi, vedersi, parlarsi. Il finale non è scontato per niente, ma fortunatamente o no, c’è un continuo, che si chiama La settima onda.

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Il seguito è un po’ deludente, i ritmi sono meno accesi ma assistiamo finalmente alla realizzazione fisica di qualcosa che in Le ho mai raccontato del vento del Nord era solo astratto. In ogni caso, se ci si incuriosisce col primo bisogna necessariamente  leggere il secondo. Emma è una donna carismatica, intelligente, Leo un uomo appassionato e colto, tra i due riflessioni e stuzzicamenti.

Una piacevole lettura su una storia d’amore moderna, abbastanza verosimile. La bravura dell’autore è quella di trasformare semplici email in una buona prosa letteraria, e di porci di fronte a un problema di ogni giorno, cioè le nostre relazioni in rapporto alla tecnologia, e lo fa con acutezza e sensibilità.

 

Quella vita che ci manca di Valentina d’Urbano

Quella vita che ci manca di Valentina d’Urbano

La D’Urbano che torna, un po’ ripetitiva, sul tema dell’amore tormentato.

SINOSSI: “Gennaio 1991. Valentino osserva le piccole nuvole di fiato che muoiono contro i finestrini appannati della vecchia Tipo. L’auto che ha ereditato dal padre, morto anni prima, non è l’unica cosa che gli rimane di lui: c’è anche quell’idea che una vita diversa sia possibile. Ma forse Valentino è troppo uguale al posto in cui vive, la Fortezza, un quartiere occupato in cui perfino la casa ti può essere tolta se ti distrai un attimo. Perciò, non resta che una cosa a cui aggrapparsi: la famiglia. Valentino è il minore dei quattro fratelli Smeraldo, figli di padri diversi. C’è Anna, che a soli trent’anni non ha ormai più niente da chiedere alla vita. C’è Vadim, con la mente di un dodicenne nel bellissimo corpo di un ventenne. E poi c’è Alan, il maggiore, l’uomo di casa, posseduto da una rabbia tanto feroce quanto lo è l’amore verso la sua famiglia, che deve rimanere unita a ogni costo. Ma il costo potrebbe essere troppo alto per Valentino, perché adesso c’è anche lei, Delia. È più grande di lui, è bellissima – ma te ne accorgi solo al secondo o al terzo sguardo – e, soprattutto, non è della Fortezza. Ed è proprio questo il problema. Perché Valentino nasconde un segreto che non osa confessarle e soprattutto sente che scegliere lei significherebbe tradire la famiglia. Tradire Alan. E Alan non perdona. Questo è un romanzo sull’amore, spietato come solo quello tra fratelli può essere. Ma è anche un romanzo sull’unico altro amore che possa competere: quello che irrompe come il buio in una stanza piena di luce, quello tra un ragazzo e una ragazza, contro tutto e tutti.”

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Nasce spontaneo il paragone col primo libro dell’autrice, Il rumore dei tuoi passi. Dopo un inizio che fa fatica a ingranare, verso la duecentesima pagina la storia inizia a prendere forma. La D’Urbano è sempre brava a tenere viva l’attenzione del lettore, invogliandolo a continuare, ma non sviluppa nuove tematiche e lo stile resta lo stesso. La Fortezza, stessa ambientazione del suo esordio, è descritta meglio e anche i personaggi sono meglio inquadrati con l’ambiente che li circonda. Se vivi alla Fortezza, non parli solo d’amore, non parli di normale quotidianità, ma parli di vandalismo, della ricerca di una via per sopravvivere a ogni costo, di uomini al limite. Scappa per forza il paragone, questo è il contesto con personaggi che gli appartengono per davvero e non in contrasto con esso. Il miglioramento, forse, è dato dalla scelta di usare la terza persona anzichè la prima.

Ne Il rumore dei tuoi passi è come se l’io protagonista, Arianna, a volte si lasciasse andare a riflessioni e sensazioni fuori contesto per una ragazza ai margini della società. Era molto meno credibile. Adesso parliamo invece di Alan, personaggio caratterizzato fin dal principio, coerente con tutto ciò che lo circonda. E di Valentino, suo fratello, che lo segue ovunque, che ragiona come uno del posto. In realtà parliamo di tutta la famiglia Smeraldo, e questo rende l’intero romanzo molto più realistico, ricco di dettagli necessari a formare il quadro della Fortezza.

 

Fanno l’amore sul pavimento, contro la porta scheggiata, tra gli scatoloni, in quel posto che è ancora una frontiera, una terra di nessuno. I respiri contati, rarefatti, gli occhi aperti, i vestiti tolti a metà, unghie e denti. Fanno l’amore per non ammazzarsi.

 

Valentino s’innamora, e la sua storia d’amore con Delia diventa il fulcro del racconto. Gli intervalli di tempo e spazio tra le scene amorose, che rasentano l’eccessivo. Parole troppo graffianti per due personaggi in fondo piuttosto normali, ma è quando la d’Urbano scrive d’amore ti entra dentro, ti attacca alle lettere e alle parole. Eppure quando parlava di due cresciuti insieme e ce li disegnava così bene, Arianna e Alfredo, funzionava meglio; stavolta poco approfondito il personaggio femminile. È come se lei cominciasse a vivere solo dopo Valentino, e noi non sappiamo assolutamente niente di lei.

Più che con la coppia, si entra molto di più in sintonia con la famiglia Smeraldo, tutta, anche Anna e Vadim e Mamma, tutti a formare un guscio per proteggersi gli uno con gli altri. Dunque, alla fine, nel primo romanzo la storia d’amore pareva calzante e perfetta allo stile drammatico dell’autrice in un ambiente poco coerente a loro, adesso c’è un ambiente ben contestualizzato e una storia d’amore un po’ stonata, troppo casuale per essere così disperata.

Il finale, per quanto la D’Urbano crei suspance, si indovina già da prima, quindi non sorprende.

Lascia diffidenti quest’autrice nel ripetersi di tematiche e situazioni e nella manifesta volontà di scrivere d’amore. Forzatamente pare che le storia giri solo attorno a quello.

 

Voleva proteggerlo, anche da lontano, anche se non stavano più insieme. Anche se quell’amore lo doveva tenere così com’era, inutile. Anche se non serviva a niente.

Il rumore dei tuoi passi di Valentina d’Urbano

Il rumore dei tuoi passi di Valentina d’Urbano

Quanto è difficile scrivere una storia che tratti d’amore, in prima persona per giunta, senza cadere nel patetismo o negli eccessi, nelle banalità o peggio morbosità? Tanto. Come ne esce l’autrice? A metà.

TRAMA: “In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato “la Fortezza”, Beatrice e Alfredo sono per tutti “i gemelli”. I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un’amicizia ruvida come l’intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un’amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent’anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.”

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Cominciamo dall’ambientazione che è tra le più cupe e degradate esistenti. A volte leggendo pensi che ci si stia riferendo addirittura a baracche e alla vita di persone che hanno già oltrepassato di tanto la soglia della povertà. Questo è eccessivo, dato che poi alla fin fine nessuno dei ragazzi sta messo poi così male, nei fatti raccontati, rispetto a quanto la voce narrante vuol far credere. Insomma, non si crepa di fame ma la D’Urbano ci marcia su per alimentare una tragicità che stona.

Nonostante ciò la storia trascina innegabilmente in un posto buio ma pieno di emozioni contranti, si fa leggere tutto d’un fiato. Andando oltre quella vena vittimistica e quegli eccessi di cui si parla spesso solo per drammatizzare sentimenti e personaggi, la storia funziona. La ragione è che Valentina d’Urbano è brava, ecco tutto. Scrive con un ritmo incalzante e descrive un personaggio forte e fragile come Beatrice in maniera impetuosa.

Intriga il rapporto tra Alfredo e Beatrice, fulcro del romanzo, anche se lei gli è nettamente superiore, in tutto. A volte si fa detestare e detesta se stessa, ma lo fa con consapevolezza e determinazione. La Fortezza, il posto in cui vivono, è una specie di quartiere maledetto. Pensate che al di fuori i negozianti non assumono chi viene da lì, come se le persone di lì avessero la lebbra (è questo l’eccesso criticabile e inverosimile). Qui si muovono Alfredo e Beatrice, che si amano in modo non convenzionale. Loro si prendono a schiaffi, letteralmente, si mordono, si procurano lividi, si fanno del male, sanguinano, ma poi tornano sempre. Non hanno un altro modo per amarsi. Sono violenti perchè cresciuti nella violenza, grezzi e rozzi come il posto che li ha cresciuti.

Quello che spezza il cuore è che all’inizio già lo sai che Alfredo muore, è questo l’incipit, per cui si cerca di non affezionarsi troppo a quella loro storia per non restarci male. Ma niente, l’autrice ti ci vuole tirare per forza dentro, e il fatto che lo si sappia da prima ti intristisce e ti spinge a voler sapere come, come succede? Cosa succede?

 

«Perchè devi sempre cercare di proteggermi?»

«Perchè te c’hai la strana tendenza a farti del male.»

«E a te che cazzo te ne frega? Non mi parli, neanche mi guardi. Stai sempre con quella lì. Pure se muoio, neanche te ne accorgi.»

«Non essere stupida, Bea. Anche se le persone non sono come vorresti, non significa che non le ami più. Odio quando cerchi di farti del male da sola. Mi fa male pure a me.»

 

E poi, eccola lì. La droga spunta tra le pagine e distrugge luoghi e persone. E Alfredo. E allora ecco la lotta disperata di Bea per salvare Alfredo, il suo gemello, il suo unico amore. Graffi, pugni, bugie, la voglia d arrendersi. I tremori, l’orrore, le conseguenze sul corpo e sulla testa. Il fatto che l’amore non basta, in certi casi. Da metà romanzo la piega diventa ruvida, più amara, meno intensa per ritmo e più indigesta.

 

Lo sapevo che era difficile, ma pensavo che io gli sarei bastata.

Io, che ci sarei stata sempre.

Io, che non lo avrei lasciato mai.

Io, che non ho mantenuto la promessa, perchè alla fine è stato lui a lasciare me.

Insomma è una storia che non è innovativa per i contenuti e che comunque non convince fino in fondo, ma intensa. Non è un libro, è un quadro a tinte forti, si percepisce più che con le parole con la forza delle emozioni, odio, disperazione, amore, impotenza. È questo è un merito grande, l’aver reso così bene lo sviluppo di Bea e Alfredo, il loro scontrarsi e riprendersi, il loro legame così forte.

 

Lui amava come un cane, con la stessa insensata fiducia , con lo stesso cieco trasporto. Io odiavo. 

Il rumore dei tuoi passi, il tuo odore che svanisce sul cuscino, la luce del giorno in cui mi hai lasciato sola.

 

 

Il mio dolce gemello di Nino Haratischwili

Il mio dolce gemello di Nino Haratischwili

Romanzo piuttosto sconosciuto dell’autrice dal nome impronunciabile (e femminile, tra l’altro) con una storia d’amore diversa dal solito e coinvolgente.

SINOSSI: “Stella si è costruita un’esistenza di affetti sereni e sicurezze quotidiane: un bambino amatissimo, un marito attento, un buon lavoro, una bella casa. Un giorno Ivo suona alla sua porta spalancandola d’un colpo sul passato. Ivo e Stella hanno condiviso un’infanzia faticosa, impigliati nelle trame sentimentali dei loro genitori, lanciati verso una tragedia che legherà per sempre l’uno all’altra i figli. Bambini, sono cresciuti nella simbiosi dolce e disperata di due fratelli adottivi affidati all’amore eccentrico di una vecchia zia che li ha lasciati correre pomeriggi interi a piedi nudi nel forte vento del Mare del Nord, sulle sue spiagge luminose. Più grandi, sono diventati quegli amanti che non riescono a stare lontani e finiscono per distruggersi per troppa vicinanza. Poi si sono separati con uno strappo violento. Ma ora Ivo è tornato e Stella capisce che tutto il mondo che ha così caparbiamente costruito e tutte le sue difese stanno per crollare. Non resta loro che un’ultima possibilità, un lungo viaggio in Georgia, per liberarsi dal trauma sepolto che li lega e per liberare, forse, il loro amore.”

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Non è una storia che sfrutta al massimo tutte le sue potenzialità, ma ne ha tante. Alla base un amore più che fraterno, un rapporto di odio amore, un evento passato forte che unisce due persone e le separa al tempo stesso.

Ivo e Stella si compongono pezzo dopo pezzo. La narrazione al presente è interrotta da continui flashback che ricostruiscono lentamente cosa ha portato i due ad allontanarsi e cosa a legarsi; questo fa sì che la cosa vada un po’ troppo per le lunghe e alcune parti sono decisamente ripetitive. Si allude continuamente a questo evento che ha cambiato tutto senza che riceviamo mai spiegazioni. L’autrice non vuole svelarlo fino all’ultimo finendo per snervare il lettore. Ad esempio, a Stella vengono rivolte molte domande su cosa sia successo e senza alcun motivo lei non risponde al personaggio di turno. Il modo in cui si rimanda la scoperta finale non ha presupposti, insomma, e il lettore attento comprende da subito che è un espediente letterario per far crescere l’attenzione. Il difetto più grande del romanzo è il fatto che tutto ciò che accade al tempo presente è quasi come un contorno, un qualcosa per allungare il brodo e porre mille domande al lettore e aumentare la suspense, funziona relativamente perchè lo si capisce che in fondo è vuoto. È troppo chiaro quando degli eventi servono solo a creare determinati effetti e finisce per stufare.

Tanta attesa per un colpo di scena deludente. Non sarebbe stato meglio non creare tante aspettative?

 

Tujlia diceva sempre che, quando amiamo, non amiamo mai solo l’uomo, la donna, il bambino, la madre, il padre, il fratello, ma che vogliamo amare tutto e tutti allo stesso tempo in una sola persona. Che la categorizzazione dell’amore è una mania decadente dei nostri tempi di conferire una struttura a tutti i sentimenti. Diceva che abbiamo costantemente bisogno di tutto, dalla persona che amiamo. Che desideriamo sempre riunire tutte le persone in una sola, e che il desiderio finisce per mettere in ombra l’amore. Proprio perchè non possiamo mai essere tutto, mai allo stesso tempo.

 

L’autrice poteva rendere il tutto più coerente. In ogni caso, la storia d’amore c’è: non c’è poi un validissimo motivo per cui si debba definire impossibile, ma c’è, ed è tanto passionale. E c’è anche tanta gelosia, e tante fughe per poi riprendersi. Elementi ben scelti che riescono a mantenere vivo l’interesse, anche se alla fine se ne esce un po’ confusi. Tanto tormento, ai limiti della sopportazione.

L’esordio di una giovane scrittrice (con svariati errori) che non è però completamente da bocciare.

Una bella storia d’amore, morbosa, ossessiva, tragica. È il rapporto tra due persone che si cercano sempre e comunque, che si odiano ma si bramano senza mai riuscire a trovare pace. Se siete appassionati del genere, potreste apprezzarne la particolarità.

Prigioniera di infinite possibilità sprecate.