Categoria: L’Amore Scritto

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio è il tredicesimo romanzo di Nadine Gordimer, scritto dieci anni dopo il Nobel per la Letteratura. Autrice a me prima sconosciuta, mi ha condotto nella storia d’amore tra Julie Summers, bianca e ricca ragazza di Johannesburg, e un uomo che si fa chiamare Abdu, immigrato illegamente in Sudafrica dal Marocco (che tuttavia non viene mai nominato).

Questo romanzo è affascinante perchè la tematica attorno a cui ruota tutta la storia è la differenza culturale tra chi è privilegiato, a casa propria, e chi non ha nulla se non visti scaduti e lavoretti a nero. Differenza che si accentua con l’adattamento forzato con cui i migranti devono lottare quando arrivano in un luogo estraneo, che certo non li accoglie a braccia aperte.

Julie ha preso le distanze dalla sua famiglia biologica, si rintana al bar col suo gruppo di amici fidati e trascorre una vita tranquilla tra un lavoro poco soddisfacente e birre e e chiacchiere. Abdu è un meccanico misterioso e scontroso, senza filtri, il cui flusso di pensieri è una continua critica a ciò che lo circonda, in perenne ansia per l’incerto futuro e la sua sorte di espatriato, le sue speranze sotto terra. Fuga, Abdu ha l’ossessione della fuga e un disprezzo doloroso per il suo paese di origine in cui non vorrebbe mai far ritorno. Eppure questo dovrà accadere, proprio quando la sua storia con Julie, da lui considerata una borghese in cerca di avventure, si fa seria.

Agli occhi di Abdu Julie è una folle, una viziata in cerca di nuove storie da raccontare ai propri amici. Abdu la svaluta, poichè pensa che lei non possa neanche immaginare la povertà e la miseria, i dogmi e la religione che vigono nel suo paese. Ma Julie sorprende lui e anche il lettore.

Storia d’amore e di fuga

E ora i suoi occhi si erano fatti penetranti come fotoelettriche e la scrutavano, le sue labbra erano dischiuse da un intenso dolore anzichè da quel suo bellissimo sorriso sinuoso. Perfino questa cosa che ho addosso, questa lurida… perfino come-si-chiama, un riparo, un angolo della strada in cui dormire, è suo, non mio. Così stanno le cose. Tutto quello che ho è suo.

L’aggancio di Nadine Gordimer è indubbiamente molto più di una storia d’amore, è la storia di due realtà che collimano nonostante difficoltà più che serie quasi insormontabili. Se mai è esplicitata parola sui sentimenti dei due protagonisti, è ben chiaro quanto i due collaborino per combattere le differenze linguistiche, culturali e anche pratiche. La famiglia di lei si opporrà alla descrizione della famiglia musulmana di lui, e Julie riuscirà a integrarsi in un mondo a lei del tutto estraneo e in un modo mai immaginato prima da Ibrahim (il suo vero nome).

Una lettura interessante e scorrevole che si fa apprezzare, ma che sicuramente è stato solo l’incipit della conoscenza di questa autrice, molto più famosa per i suoi saggi e le conferenze. Donna sudafricana con origini ebraiche, portavoce dei più deboli, dei discriminati, non ha mancato di esprimere la propria indignazione per le condizioni attuali del Sudafrica.

Andiamo in un altro paese
Nè il mio nè il tuo
E ricominciamo.
In un altro paese? Quale?
Uno senza fuochi, dove la febbre
É in agguato sotto le foglie, e l’acqua
Venduta a chi ha sete?
E portare roba o soldi
Nelle scarpe per non morire di fame?
La speranza sarà il nostro passaporto,
Tutto il resto va da sè,
Tu dì solo sì.

a un cerbiatto somiglia il mio amore

A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman

Un romanzo potente, corposo e intenso, che lascia il segno a ogni riga e che si conclude con l’inesprimibile certezza di aver letto una vera e propria opera letteraria e umana.

L’importante non è dove sei, ma dove non sei“, la frase profetica che si chiarifica solo con lo scorrere delle parole. Questo romanzo di Grossman merita di essere letto, e spiegarne il perché risulta difficile: in molti momenti si è tentati di abbandonare la lettura, ma arrivare alla fine di queste 781 pagine edite da Mondadori ripaga di ogni difficoltà riscontrata.

David Grossman ha il potere di creare storie che entrano nella testa e nel cuore, che bruciano dentro. Può scoraggiare la prolissità di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, così come a tratti spaventa l’inevitabile confronto con le più profonde emozioni umane. Perché questo romanzo si regge su due tematiche principali, amore e guerra, e lo fa senza alcuna voluta drammaticità: il dramma sta proprio nella naturalezza con cui la violenza si insinua nella quotidianità e nei rapporti.

 

La protagonista di questa storia è Orah, madre preoccupata dalla partenza del figlio per una missione militare, l’ennesima in Israele. Per un brutto presentimento decide di non restare a casa ad attendere notizie, ma di fare un lungo cammino che è un viaggio nella memoria, un omaggio al suo amato Ofer (cerbiatto, il significato del suo nome in ebraico). Apprendiamo la storia di Orah e dei suoi due figli, del suo amore per Ilan e per Avram, ma non solo. “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, verso del Cantico dei Cantici, è una molteplicità di argomenti: Israele e il sogno di una patria, Israele e la guerra che uccide senza sconti, la guerra che cambia e distrugge l’uomo, l’immensità e la forza dell’amore, il dolore profondo e devastante della perdita, della violenza.

“I sentieri di Israele hanno una voce che non ho mai sentito da nessun’altra parte.” 

La guerra attuale, descritta dalla penna del pacificista Grossman, appare per quella che è: spietata. Ma l’attaccamento alla vita, l’importanza di quest’ultima, è il suo contraccolpo.

Tutto inizia con un triangolo amoroso: quello tra Orah, Avram e Ilan, che andrà avanti per tutto il romanzo, tre sedicenni che si incontrano in ospedale. La storia riparte poi venticinque anni dopo, con la curiosità di scoprire cosa è accaduto loro.

Impossibile non amare Avram, il suo cambiamento, la sua personalità vispa, la sua creatività. Si soffre con lui quando si comprende cosa significhi davvero la parola guerra. Ed è con lui che comincia il racconto a ritroso di Orah, a lui sono destinati i dettagli di un’intera esistenza: Ofer sembra essere tenuto in vita dalle parole di sua madre. L’amore si fa spazio nella disperazione dei personaggi, così veri, così umani, resi da Grossman in modo vivido e reale.

“Orah si ricordò di come si immergeva rapidamente nel suo corpo, in profondità, una creatura antica, marina, un pesce per metà fossile che piroettava, si tuffava negli abissi.”

L’illusione di Orah è di proteggere suo figlio dalla morte con i suoi racconti: una forma di protezione che l’autore stesso credeva di attuare mentre scriveva questo libro. Il fatto che proprio durante la sua stesura Grossman abbia perso suo figlio getta una nuova luce sull’intero romanzo, che assume un significato ancora più toccante.

“Lui (Ofer) la lacerava, si scatenava e picchiava i pugni contro le pareti interne del suo corpo. Pretendeva che lei gli desse retta senza limiti, che si liberasse da se stessa e che si dedicasse completamente a lui, che pensasse a lui e parlasse di lui tutto il tempo, senza concedersi pause, che raccontasse di lui a chiunque incontrava, anche agli alberi alle pietre, ai rovi, che ripetesse il suo nome ad alta voce mentalmente, che non lo dimenticasse nemmeno un istante, che non lo abbandonasse, perché lui aveva bisogno di lei per esistere. Come aveva fatto a non capirlo subito? Aveva bisogno di lei per non morire.”

Grossman è geniale anche nel rendere il punto di vista femminile e il valore della maternità: la donna – Orah – colonna portante della storia, è descritta alla perfezione in ogni sua sfaccettatura. Ogni personaggio finisce per diventare vero, terribilmente vero, e il lettore non può far altro che farsi trascinare in questa storia dipinta con estrema sensibilità: lascia un’eco che perdurerà anche giorni dopo la fine della lettura.

Finito questo intenso romanzo, consiglio di leggere le interviste all’autore cliccando qui.

 

a un cerbiatto somiglia il mio amore

 

L’armonia degli opposti di Nicola Bolaffi

L’armonia degli opposti di Nicola Bolaffi

Un romanzo banale che fa fatica a farsi leggere. Stile fiabesco per sognatori senza pretese.

SINOSSI: Otto, calzoncini corti e maglia a righe da cui si intravedono le scapole magre, adora le favole. Quelle che gli racconta suo padre quando lo accompagna a scuola. Perché con il potere della fantasia tutto è possibile. Anche far felice sua madre che passa le giornate nel letto, al buio, senza parlare con nessuno. Senza riuscire a giocare con lui. Otto non sa cosa le accade, ma il suo unico desiderio è farla sorridere.
Greta è una bambina bellissima e delicata. Per tutti è come una principessa. Ma a Greta questo non interessa. Lei vorrebbe solo un padre che la prenda in braccio, che partecipi alle sue recite, come succede a tutti suoi compagni. Lei che un padre non l’ha mai avuto. La madre non parla di lui, troppo intenta a lavorare per occuparsi di lei. Troppo incapace di farle arrivare il suo amore per farla sentire al sicuro.
Otto e Greta sono due bambini che sentono dentro una forte mancanza, una forte assenza. Otto e Greta non possono fare altro che diventare due adolescenti pieni di domande a cui nessuno ha dato risposte. I loro destini corrono su due binari paralleli. Opposti, ma profondamente simili. Apparentemente distanti, ma vicini. Fino al momento in cui, in un istante che sembra infinito, si incontrano. Solo un istante che però lascia il segno. Un segno che scava nel profondo. Otto e Greta non sono più gli stessi. Eppure per cambiare ci vuole coraggio. Il coraggio di credere che, come nelle favole, anche nella realtà l’impossibile accade e due metà possono fondersi in un tutto.

Prima parte: la descrizione dell’infanzia dei due protagonisti. Ripetitiva e sempre scontata, la storia non decolla mai. Una madre assente, un cane, lo sport e l’amore per l’arte per Otto: null’altro di rilevante, la paura di essere abbandonato e l’affetto per la tata. Un personaggio senza pretese, senza infamia e senza lode.

Un padre assente, una maestra che funge da madre e l’amore per l’arte per Greta: leggermente più interessante con la sua adolescenza di sesso facile e droghe, ma psicologicamente poco comprensibile.

Fino all’incontro, un fiume di sdolcinatezza quasi a senso unico, visto che Otto non farà che amare un fantasma. Amerà Greta per anni senza avere mai altre storie, accettando di essere trattato malissimo da lei, allontanato, ferito, per il semplice fatto che non ha nient’altro in testa che lei. Non tanto inverosimile, ma poco credibile sicuramente.

Ad ogni tot di capitoli, il racconto di una favola che prosegue: credevo sarebbe stato un originale e metaforico inframmezzo, invece è risultato stancante. Sembra davvero un romanzo scritto per bambini, e questo potrebbe risultare anche dolce se solo fosse stato specificato prima. Lo stile fiabesco, l’importanza data alla fantasia, sono a tratti anche piacevoli, ma davvero si ha l’impressione che il target a cui è rivolto sia quello di lettori bambini.

Inoltre, se di fantasia parla tanto, mi è sembrato invece che Bolaffi, anzichè costruire una storia, narrasse una sorta di autobiografia. Lo si rintraccia nelle descrizioni noiosamente dettagliate del tennis, nell’idolatria per l’arte, nei pensieri in prima persona che rassomigliano a un diario adolescenziale. Finale insulso di cui non vale la pena parlare.

Con ciò non voglio dire che sia scritto male, semplicemente, se voleste acquistarlo, sappiate che andreste incontro a un genere leggero che sfocia nel fiabesco.

La fine della solitudine di Benedict Wells

Pur essendo un buon libro, non si comprende il successo di questo romanzo né perché sia stato tradotto e venduto in 24 paesi.

SINOSSI:  Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.

Questa non è propriamente una storia d’amore, ma di una famiglia, di tre ragazzi che restano orfani. Seguiamo le vicende dei tre fratelli dagli occhi di Jules, malinconico, naturalmente segnato dalla scomparsa dei suoi genitori. Sembra davvero essere il custode di ricordi troppo dolorosi per affiorare, ma è attraverso i suoi occhi che vediamo muoversi la sofferenza – così diversamente affrontata – dei tre fratelli: droga, rifiuto, manie di controllo, solitudine. In questo racconto piuttosto cupo si introduce la figura di Alva, da Jules sempre amata. Poco pathos, in realtà, una storia d’amore che corre lungo i binari del non detto. I due si conoscono senza mai aprirsi del tutto, condividono cose ma si allontanano, il tutto resta sempre molto vago, e sì, anche triste. È solo dopo molti anni che i due si incontreranno ancora, ma si coglie la profondità di questo legame. Anche Alva ha una storia drammatica alle spalle, terribile, e vive questo dolore a modo suo, incapace spesso di farsi comprendere.

Al di là della storia, che comunque risulta gradevole, non comprendo l’osannare la bravura di Wells. La sua scrittura è piuttosto lineare, non particolarmente originale, e anche la storia è priva di colpi di scena. Ben strutturata, ma nonostante i toni cupi e le tematiche prevalentemente tragiche, non lascia tracce nel lettore. Il dolore dei personaggi è tale che aleggia sempre un senso di tristezza, ininterrottamente, eppure sembra tutto scritto con molto distacco. È vero che non c’è mai autocommiserazione, ma il tema centrale resta pur sempre la morte nelle sue diverse forme, il lutto, il senso del morire, eppure non mi ha colpito mai.

Gradite le – troppo brevi – riflessioni filosofiche sulla vita e la morte, ma buttate lì un po’ troppo a caso, tramite i dialoghi dei personaggi. Si vede dunque che è La fine della solitudine è l’esordio di uno scrittore giovane con buone potenzialità.

Un giorno di David Nichols

Un giorno di David Nichols

Un libro leggero, d’amore ma non troppo, nessuna sdolcinatezza e tanta ironia attraverso vent’anni di vita dei due protagonisti.

Il romanzo di Nichols è godibile grazie alla sua struttura inusuale: ogni capitolo rappresenta un giorno (lo stesso) di ogni anno della vita dei due protagonisti. Questo lo rende non lineare e meno noioso, in quanto ogni volta scopriamo come sono cambiate le loro vite in quel lasso di tempo e mettiamo a fuoco un solo giorno con esattezza. Inoltre Un giorno è scritto in terza persona in modo da seguire i pensieri sia di lei, Emma, che di lui, Dexter. I personaggi sono caratterizzati veramente molto bene: hanno una personalità ben delineata e agiscono coerentemente con essa. Lui in particolare, nettamente più immaturo, farà un percorso di crescita lungo tutto il romanzo.

La scrittura, grazie ai dialoghi e all’ironia che a volte è davvero brillante, non annoia. Non stilisticamente eccelsa, ma funzionale per una lettura leggera che poi alla fine lascia anche l’amaro in bocca.

Una riflessione dietro di essa: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, non tardare a trovarsi e soprattutto è importante cercarsi. A volte perdiamo delle occasioni perché spaventati, insicuri, e soprattutto perché giovani. La storia di Nichols infatti è anche la descrizione del percorso dei protagonisti dal giorno della laurea, in cui tutto sembra possibile, al giorno in cui non siamo più così giovani e dunque abbiamo diverse esigenze e facciamo i conti con quelli che siamo stati. Dunque, con le nostre scelte.

L’idea dietro il romanzo Un giorno di Nichols anche dire che non bisogna mai arrendersi perché si può sempre ricominciare, se facciamo le scelte in base a ciò che sembra essere giusto: in questo caso non i soldi nè la fama.

Per gli interessati, il film è ben più famoso del libro! Clicca qui per il trailer

Ogni giorno, ogni ora di Natasa Dragnic

Una storia d’amore che ha la pretesa di risultare tormentata ma che non ha basi e perde (o non trovai mai) senso.

SINOSSI: “Primi anni sessanta a Makarska, piccola cittadina di mare in Croazia. Luka, cinque anni, vede arrivare la nuova compagna di scuola. I capelli neri, lunghi e ondulati. Una borsa a righe bianche e blu. Il sorriso aperto. Non riesce a staccarle gli occhi di dosso. Intanto Dora varca speranzosa la soglia della classe e si guarda attorno. Un bimbo grande la osserva: è il suo principe, ne è sicura. Da quel momento Dora e Luka diventano inseparabili. Non esistono altri bambini, amici, passatempi. Solo una distesa infinita di giorni trascorsi insieme sul loro scoglio a osservare le nuvole, a parlare e sognare. Finché, un settembre, la famiglia di Dora si trasferisce in Francia e l’idillio si spezza. Sedici anni dopo, il destino regala a Dora e Luka un’altra chance: inaspettatamente si incontrano a Parigi. Sono cresciuti, ma nulla è cambiato e il loro amore ora diventa adulto, carnale, assoluto. Eppure qualcosa spinge Luka a fuggire… Dalla Croazia alla Francia, dal porto di Makarska ai teatri di Parigi, con una scrittura ipnotica e potente Natasa Dragnic´ racconta la storia d’amore fuori dal tempo di due anime indissolubilmente legate. Una passione fatta di baci che sanno di acqua salata. Di respiri, luci, colori. Di addii e ricongiungimenti. Una storia unica eppure universale, semplice e travolgente come le parole con cui è narrata.”

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Di storie d’amore ce ne sono tante, in tutte le forme e in tutte le solfe, ma si sa che per scriverne una almeno due cose debbano essere basilari. Ad esempio, non ci si può innamorare all’età di due anni e poi conservare questo folle amore fino all’età adulta (a distanza, solo nei ricordi). È seriamente improbabile che ci si innamori di qualcuno in età prescolare tanto da non riuscire ad amare nessuno per tutta l’adolescenza fino all’età matura. Quindi primo elemento: mancanza di verosimiglianza.

Se anche tralasciassimo questo punto che ritengo piuttosto importante, i due protagonisti, Dora e Luka, si rivedono e si amano senza alcuna motivazione, perchè non si conoscono. E non arriveranno a conoscersi mai, per giunta. Vorrei chiedere all’autrice come crede di poter parlare delle storia tra due innamorati senza mai approfondire la psicologia dei personaggi.

Lo stile di scrittura all’inizio rendeva anche la lettura più scorrevole, poichè la Dragnic utilizza frasi brevi e punteggiatura serrata. Ma diventa talmente ripetitiva nel descrivere un sentimento senza fondamenta da risultare petulante.

Non per fare spoiler, ma anche lo sviluppo degli eventi è assolutamente nonsense. Luka dovrebbe essere un uomo, invece è un codardo e un vile, fa scelte assolutamente prive di senso e passa il tempo a lagnarsi. Dora che potrebbe sembrare leggermente più dinamica non scuote questo essere così noioso e sempre in balìa degli eventi, lo ama soltanto e se lo va a riprendere ogni tanto. Klara, la donna che “incastra” Luka, è descritta come il demonio: credo che nessuno al mondo voglia vivere un’intera vita senza amore, arrivando a costringere qualcuno a sposarla per poi addirittura violentarlo! Inverosimile, ancora una volta. Perfino la volontà di Dora di avere un figlio mi sembra patetica e fuori luogo, non fa altro che alimentare quella che dovrebbe essere una storia tormentata per motivi non validi.

Ci si complica la vita forzatamente, i personaggi sono schiavi dell’intreccio forzato dell’autrice che doveva porre ostacoli per creare una storia impossibile. Peccato che così l’ha rovinata.

Il romanzo non migliora nel finale che forse vuole alludere a una storia eternamente passionale ma con tempi sbagliati, che in realtà conferma l’assurdità delle situazioni descritte. Messe lì per creare disagi a poveri esseri incapaci di essere felici, e poi deresponsabilizzati delle loro scelte.

Ma perchè?

 

I 5 film d’amore da vedere almeno una volta

 

1.Amami se hai il coraggio 

Un film francese d’amore imperdibile, se vi piacciono le storie romantiche ma particolari.

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Julien e Sophie si conoscono fin da quando sono bambini, la loro è una storia d’amicizia prima di tutto; da sempre si sfidano a fare le cose più impossibili, “Giochi o non giochi?”, e sempre accettano, anche a costo di trovarsi in situazioni molto imbarazzanti. Il loro sentimento si trasforma, ma la gelosia fa sì che scelgano di lanciarsi sfide sempre più vendicative, fino a quella di non parlarsi. Ciò che rende questo film bellissimo è il finale: la passione non resta sempre tale, c’è chi ha bisogno di vivere sempre con adrenalina e non restare nell’immobilità della quotidianità, anche se è impossibile.  Ma Julien e Sophie sanno qual è l’unico modo per amarsi per sempre…

 

2. Lei

Un film d’amore, sull’amore, un inno all’amore, da vedere assolutamente.

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La storia, ambientata in una Los Angeles del futuro, è incentrata sulla presenza di alcuni sistemi informatici capaci di rispondere a tutte le esigenze dell’utente e tener loro “compagnia”. Ma tra Theodore, un uomo che per vivere scrive lettere personali al posto degli altri, e Samantha, un robot che in teoria non dovrebbe provare emozioni, nasce qualcosa di speciale. È una storia molto bella, e non manco mai di commuovermi per le ultimissime parole del finale, a mio parere toccanti.

 

3. Il lato positivo

Un film che riesce ad essere leggero pur toccando tematiche delicate.

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Naturalmente Bradley Cooper e Jennifer Lawrence sono attori qui strepitosi. Pat, uscito da un ospedale psichiatrico in seguito a difficili situazioni, ha solo in mente di riconquistare la sua ex moglie Nikki. Caso vuole che incontrerà invece Tiffany, un personaggio sopra le righe con cui si instaurerà un legame profondo. Mi piace questo film perchè mi ricorda che tutti subiamo perdite, abbiamo attacchi di panico, perdiamo la strada, ma a volte nei modi più inaspettati, possiamo rialzarci.

 

4. Espiazione

Un film che mi ha fatto riflettere moltissimo, basato su una storia d’amore e un equivoco che sarà fatale.

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Un malinteso, un fraintendimento, e tutto può cambiare. Quello che ho sempre amato di questo film è la capacità di farti comprendere che ci sono scelte che possono cambiare tutto, e per sempre: possono essere irrimediabili. Il finale, a mio parere meraviglioso, ci fa capire l’importanza dell’affrontare le conseguenze delle proprie scelte, soprattutto quando influiscono sulla vita degli altri. È davvero un film che mi ha fatto pensare molto, oltretutto la storia tra Robbie e Cecilia è molto bella, incompleta ma passionale.

 

5. Vita di Adele

Un altro film francese che ci regala una bellissima storia d’amore.

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La vita di Adele, da quando adolescente prova a concedersi a Thomas senza mai concedersi davvero, a quando si innamora di Emma. Un storia delicata, intensa, criticata per le troppe scene di sesso che non mi hanno per niente infastidito ma che, è pur vero, sono abbastanza lunghe. L’evoluzione della protagonista che affronta nuove consapevolezze, la perdita dell’amore, la crescita, il tutto raccontato in maniera esemplare.

L’amore folle di Françoise Hardy

Consigliato: a chi stia vivendo una storia passionale quanto devastante, voglia entrare e penetrare pensieri ed emozioni degli esseri umani che si innamorano, a chi abbia molta pazienza e voglia rispecchiarsi nei tormenti amorosi. A parte questa esile categoria, un romanzo sconsigliato!

SINOSSI: “Con alle spalle una notorietà mondiale come cantante conquistata tra i Sessanta e i Settanta, da alcuni anni è di nuovo esploso il “fenomeno” Françoise Hardy, adesso in veste di scrittrice. Dopo il successo della sua autobiografia la Hardy ha adesso conquistato i lettori francesi con questo “romanzo-confessione”, una storia d’amore dura e dolce, la cronaca di una passione che unisce due esseri diversi ma che si attraggono inevitabilmente e sono incapaci di separarsi. La Hardy soppesa e racconta le tappe che conducono una donna da un amore incondizionato alle sofferenze della gelosia e dell’assenza. Un libro eroticamente suggestivo, una specie di noir dei sentimenti che, come le sue canzoni, racconta con sottile inquietudine i tanti lati dell’amore.”

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Perchè acquistare un romanzo scritto da una cantante? Non lo so. In ogni caso, sappiamo che a volte i libri ce li scegliamo in base a ciò che stiamo vivendo, pensando, e “L’amore folle” mi è capitato tra le mani cadendo da uno scaffale, un po’ a sorprendermi, e non ho saputo resistere alla tentazione del credere nei segnali.

A parte ciò, un romanzo già perfettamente esplicato nella sua sinossi che altro non fa che essere poi ridondante fino allo sfinimento. Dopo le prime cento pagine si implora la sua fine. Devo dire scritto anche piacevolmente con accurata attenzione ad alcuni dettagli tipici dell’infatuazione, ma la scrittura  in terza persona e costellata di domande senza risposta su quest’uomo, X., alla lunga stanca molto. L’avrà capito anche l’autrice che nelle ultime pagine cambia registro, senza però mutare lo sviluppo della trama (se essa c’è) o creare interesse nel lettore. Dunque, come ho scritto nell’incipit, consigliato a chi sta vivendo una qualsivoglia storia intensa e voglia tuffarsi in quei tormenti e quelle sofferenze tipiche di una passione – non del tutto ricambiata, per giunta – per non uscirne, tra l’altro, sollevato.

E se fosse vero il contrario? Se la forza consistesse nel correre il rischio di vivere la propria passione, e la debolezza nel temerne i pericoli al punto di ripiegarsi cautamente su se stessi o su una relazione meno intensa?