Categoria: Libri

Khalat di Giulia Pex, edito Hoppipolla

Khalat di Giulia Pex, edito Hoppipolla

Giulia Pex ci propone al suo esordio una graphic novel, Khalat, tratta da un racconto di Davide Coltri. La storia (vera) è quella di una donna siriana la cui vita sembra essere uguale a quella di chiunque altro. Ha una famiglia, studia, ha dei sogni nel cassetto. Una cotta per il professore di francese e il desidrio giovanile di scoprire ancora tutto ciò che ci può riservare il futuro. Eppure Khalat ha una colpa che grava sulle sue spalle, che le impedisce di vivere la sua vita normalmente, che le fa perdere affetti e tranquillità, e infine le speranze: la sua colpa è di essere curda.

Noi curdi sopravvivevamo in silenzio o nelle parole sussurrate tra le pareti sottili delle nostre case. Per i maestri di scuola, per gli impiegati dell’anagrafe, per lo Stato e tutti gli altri la nostra lingua invece non esisteva. Proprio come non saremmo dovuti esistere noi.

Khalat assiste a sparizioni, una crescente tensione in città tanto da dover tornare da Damasco e poi fuggire con la sua famiglia spostandosi in vari campi profughi. Inizia la corsa per salvarsi la pelle.

Khalat_Giulia Pex
Khalat


La storia è in realtà molto semplice. Ma è proprio nella “normalità” di questa storia che Giulia Pex disegna l’orrore: lasciare la propria terra, il timore di essere inseguiti, uccisi, torturati; il rifiuto di ogni altra nazione di aiutare, di accogliere; i viaggi interminabili nella logorante attesa, l’immobolità del tempo, i ricordi che sembrano così lontani.

Ho adorato i disegni della Pex, che mi ha autografato personalmente la graphic novel al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ho pensato, una volta finita la lettura, che fosse una storia scontata, ma ho subito compreso l’intento dietro l’opera: di scontato, nell’emigrazione forzata, nella fuga di chi è perseguitato, non c’è proprio niente. Khalat è esattamente una donna come tante, non è speciale, non ha grosse pretese se non vivere la sua vita come tutti. Nella libertà di scegliere, con i propri cari. Il punto è che lei non può farlo, ed è questo il perno del racconto: che ne abbiate sentite già tante di queste storie, non conta, perchè non saranno mai abbastanza, e dare voce a queste vite distrutte non sarà mai sufficiente.

Khalat non aveva scelta. Perchè?

Il Kurdistan fantasma

Ma il Kurdistan, esiste? La risposta è no. Per Kurdistan si intende un’area molto vasta abitata dalla popolazione di etnia curda che è però divisa tra Turchia, Iraq ,Siria ed Iran. Parliamo di circa 30 milioni di persone senza patria e senza gloria, il cui sogno di uno Stato indipendente, il cosiddetto Kurdistan, non si è mai realizzato.
Emarginati, repressi e perseguitati dai governi, in ogni nazione lottano subendo violenze di ogni tipo e incarcerazioni. In Turchia il Partito dei Lavoratori del Kurdistan combatte ancora, per quanto invano, mentre in Iraq si è giunti, dopo una repressione durissima durante il regime di Saddam Hussein, alla creazione della regione autonoma del Kurdistan iracheno, che vive di petrolio e tensioni politiche interne.

Eppure parliamo di un numero di morti tale che si definisce genocidio.

Per questo motivo Khalat è una storia importante, una storia semplice ma che non deve essere normale, una storia in cui non c’è alcun lieto fine, a ben vedere. In cui a perdere è l’umanità intera.

Khalat
Salone-del-libro-2019

Il Salone del libro di Torino, 2019

Nonostante le svariate critiche di quest’anno per lo stand della casa editrice Altaforte, dichiaratamente fascista, quest’anno il Salone del libro 2019 c’è stato, e ha avuto una gran partecipazione, aggiungerei.

Il Salone consisteva in tre padiglioni + 1 stracolmi di stand di case editrici e/o associazioni culturali, il paradiso di ogni bibliofilo in cerca di nuovi libri. A parte i colossi editoriali a cui non mi sono avvicinata se non per un’occhiata, l’occasione da cogliere al Salone del libro di Torino consiste nella scoperta delle piccole realtà editoriali. Queste ultime sono composte da editori e scrittori appassionati, aperti al dialogo e pronti sì a venderti ogni loro prodotto, ma con l’evidente e onesto amore per i libri e per il proprio mestiere. Questo è stato per me il Salone: chiacchierare con editori convinti e scoprire storie sconosciute ai più.

Casa Editrice Splen

Una casa editrice siciliana con una grafica meravigliosa. Le illustrazioni delle copertine sono a dir poco magnifiche, e anche la curiosa caratteristica di avere una sorta di grafica al contrario rende i libri editi da Splen molto accattivanti. Ma anche il contenuto non è da meno, e le storie proposte sono tutte particolari.

D Editore

Nata come casa editrice di architettura, D Editore adesso punta a libri molto innovativi (ad esempio, di neoantropologia). Io ho scelto Datafication, ma non nascondo di essere stata tentata da molti dei loro testi, anche grazie alla simpatia e alla bravura del ragazzo allo stand, alla mano e socievole.

Hoppipolla

Hoppipolla è per me sempre stata un’idea geniale. Una scatola a sorpresa colma di prodotti di cultura indipendente: l’unione dell’inaspettato e del ricercato, di vari formati e di vari oggetti, è semplicemente vincente. E ora Hoppipolla pubblica libri, così ho acquistato Khalat di Giulia Pex, che era anche lì per il firma copie (ma non era propriamente socievole, diciamo).

Effequ

Interessante lo stand della casa editrice Effequ, con la sua collana di saggi pop e la scelta di autori italiani e tematiche coinvolgenti, motivo per cui comprerò sicuramente qualche testo, anche di narrativa.

Salone del libro, Torino, 2019

Conoscere gli editori dal vivo

Accattivante lo stand di Ippocampo, che davvero è in grado di proporre un catalogo innovativo. Non mi ha di certo deluso Iperborea, seppure non proponeva nessuno sconto sconvolgente, a differenza di Mimemis che si conferma, per i miei gusti, una delle case editrici più interessanti d’Italia. Purtroppo minuscolo lo stand de Il Saggiatore, e fin troppo piccolo anche quello di Keller a cui volevo far visita grazie alla sua nuova collana di reportage. Nella scelta (infinita) immancabile è la sosta da Hacca Edizioni, Nottetempo e Marcos y Marcos.

Ho trovato palese la nuova intenzionalità delle case editrici di innovarsi al digitale, proponendo testi ibridi tra parole e immagini. Una parte enorme del Salone era sicuramente dedicata a graphic novel e fumetti, che soprattutto da Becco giallo si vendevano via come il pane; non scherzano Carthusia e Fandango.

Gli incontri

Inutile dire che c’erano incontri, dibattiti e scambi davvero interessanti al Salone del libro 2019. Eppure per entrare in ogni sala bisognava prepararsi parecchio tempo in anticipo, motivo per cui ho purtroppo perso molti eventi. Ho deciso di fare la fila per Marco Missiroli, peccato che ho addirittura lasciato la sala durante la presentazione a causa delle frasi fatte che sparava a raffica. Se qualcosa da criticare c’è, a questo evento così interessante e magico, è la troppa vendibilità di alcune figure che dovrebbero, in un momento come questo, dimostrarsi intellettuali e non venditori di patate.

Folla grande per Alberto Angela, in giro potevi incontrare Bjorn Larsson e c’era (purtroppo) anche la Sparaco; insomma il Salone è un calderone di cultura e personaggi, libri ed editori. Conserva la sua bellezza proprio perchè dà voce anche alla piccola editoria, perchè consente il confronto diretto coi libri e con tutto quello che c’è dietro.

Per le foto degli stand, vai sulle storie in evidenza del profilo di Punto Nemo.

L’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann

L’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann

Iperborea ci preavvisa: “Si è ancora in tempo a mettere in discussione la propria vita a settant’anni? L’ora di Agathe è la storia dolce e struggente di rinascita e cambiamento di uno psichiatra alla fine della sua carriera.”

L’ora di Agathe è un romanzo piuttosto breve eppure intenso, che decisamente ha catturato la mia attenzione già dalla sinossi e che non ha deluso le mie aspettative. Protagonista è l’io narrante di uno psichiatra settantenne, seriamente stufo della sua vita.

Se fossi andato in pensione a settantadue anni, avrei avuto davanti miei ultimi cinque mesi di lavoro. Il che corrispondeva ventidue settimane e voleva dire che, se tutti pazienti si fossero presentati, mi restavano esattamente ottocento incontri. Tenendo conto di cancellazione malattie, il numero era di certo destinato a scendere. Era piuttosto confortante, dopotutto.

Il punto di vista del medico è davvero interessante, poichè ascolta per ore il dolore altrui , disegnando uccellini su un quaderno e annuendo a casaccio, per poi tornare in una casa vuota. Stesso tragitto, stessa solitudine, una grande infelicità accompagnata da un senso di vuoto. Proprio lui, il cui compito è aiutare gli altri? Esattamente. Questa consapevolezza riguardo il suo ruolo lo mette spesso a disagio.

«L’unica persona che abbia mai amato è morta.» La sua voce, ispessita dal pianto, si spezzò. «E lei mi dice che passerà?» Di colpo avevo la bocca così secca che non riuscivo a staccare la lingua dal palato.

Poi arriva una nuova paziente, Agathe, una donna triste con crisi maniaco-depressive ed autolesionismo che sarà la miccia per squarciare le difese dell’analista. Non una paziente qualunque, concentrata su di sè, ma profondamente viva e accorta, sensibile e fragile. Più la pensione si avvicina, più ogni piccola cosa che circonda il dottore inizia a cambiare, dal vicino di casa alla sua segretaria; mentre la sua ansia galoppa, Agathe diventerà per lui un’ora attesa e significativa.

Perchè vale la pena leggere l’ora di Agathe? Perchè una storia di un dolore condiviso, senza la vana ricerca di cause o di grandi colpi di scena. Agathe soffre e noi soffriamo con lei, e così fa il dottore, e la sua sofferenza diventa esistenziale, collettiva. Non è così facile dare un senso alla vita, del resto.

«Mi sembra di provarci, ma la vita continua a sfuggirmi. Eppure è proprio lì, così vicina che ne sento l’odore.» Il suo sguardo sognante era perduto nel vuoto. «Ma non riesco a capire come si entra.»

Un’altra perla Iperborea che continua a guadagnarsi la mia fiducia.

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio di Nadine Gordimer

L’aggancio è il tredicesimo romanzo di Nadine Gordimer, scritto dieci anni dopo il Nobel per la Letteratura. Autrice a me prima sconosciuta, mi ha condotto nella storia d’amore tra Julie Summers, bianca e ricca ragazza di Johannesburg, e un uomo che si fa chiamare Abdu, immigrato illegamente in Sudafrica dal Marocco (che tuttavia non viene mai nominato).

Questo romanzo è affascinante perchè la tematica attorno a cui ruota tutta la storia è la differenza culturale tra chi è privilegiato, a casa propria, e chi non ha nulla se non visti scaduti e lavoretti a nero. Differenza che si accentua con l’adattamento forzato con cui i migranti devono lottare quando arrivano in un luogo estraneo, che certo non li accoglie a braccia aperte.

Julie ha preso le distanze dalla sua famiglia biologica, si rintana al bar col suo gruppo di amici fidati e trascorre una vita tranquilla tra un lavoro poco soddisfacente e birre e e chiacchiere. Abdu è un meccanico misterioso e scontroso, senza filtri, il cui flusso di pensieri è una continua critica a ciò che lo circonda, in perenne ansia per l’incerto futuro e la sua sorte di espatriato, le sue speranze sotto terra. Fuga, Abdu ha l’ossessione della fuga e un disprezzo doloroso per il suo paese di origine in cui non vorrebbe mai far ritorno. Eppure questo dovrà accadere, proprio quando la sua storia con Julie, da lui considerata una borghese in cerca di avventure, si fa seria.

Agli occhi di Abdu Julie è una folle, una viziata in cerca di nuove storie da raccontare ai propri amici. Abdu la svaluta, poichè pensa che lei non possa neanche immaginare la povertà e la miseria, i dogmi e la religione che vigono nel suo paese. Ma Julie sorprende lui e anche il lettore.

Storia d’amore e di fuga

E ora i suoi occhi si erano fatti penetranti come fotoelettriche e la scrutavano, le sue labbra erano dischiuse da un intenso dolore anzichè da quel suo bellissimo sorriso sinuoso. Perfino questa cosa che ho addosso, questa lurida… perfino come-si-chiama, un riparo, un angolo della strada in cui dormire, è suo, non mio. Così stanno le cose. Tutto quello che ho è suo.

L’aggancio di Nadine Gordimer è indubbiamente molto più di una storia d’amore, è la storia di due realtà che collimano nonostante difficoltà più che serie quasi insormontabili. Se mai è esplicitata parola sui sentimenti dei due protagonisti, è ben chiaro quanto i due collaborino per combattere le differenze linguistiche, culturali e anche pratiche. La famiglia di lei si opporrà alla descrizione della famiglia musulmana di lui, e Julie riuscirà a integrarsi in un mondo a lei del tutto estraneo e in un modo mai immaginato prima da Ibrahim (il suo vero nome).

Una lettura interessante e scorrevole che si fa apprezzare, ma che sicuramente è stato solo l’incipit della conoscenza di questa autrice, molto più famosa per i suoi saggi e le conferenze. Donna sudafricana con origini ebraiche, portavoce dei più deboli, dei discriminati, non ha mancato di esprimere la propria indignazione per le condizioni attuali del Sudafrica.

Andiamo in un altro paese
Nè il mio nè il tuo
E ricominciamo.
In un altro paese? Quale?
Uno senza fuochi, dove la febbre
É in agguato sotto le foglie, e l’acqua
Venduta a chi ha sete?
E portare roba o soldi
Nelle scarpe per non morire di fame?
La speranza sarà il nostro passaporto,
Tutto il resto va da sè,
Tu dì solo sì.

Cedri e Balene dell’Atlante di Amale Samie

Cedri e Balene dell’Atlante di Amale Samie

Barbés Editore, collana Intersections, ci ha regalato il primo romanzo di Amale Samie, scrittore e giornalista marocchino, morto l’anno scorso (2018). Conosciuto praticamente solo in Francia, veniva soprannominato “TONTON”. Amante della musica e attivista, era uno scrittore di lingua francese che non ha mancato di fare importanti riflessioni sul colonialismo e i suoi effetti.

Cedri e Balene dell’Atlante, in effetti, inizia con uno scontro tra il protagonista, intellettualoide idealista, e sua moglie Edith, francese borghese trasferitasi per amore in Marocco. Amale Samie la chiama “la straniera”, la francese, non mancando di arguire sul modo di fare ottuso e perbenista, nonchè finto femminista, della moglie. “Vedete come sono democratica, vi permetto di non pensare proprio come me“, immagina che pensi Edith. La critica in modo duro, e lo scontro tra i due (non più) innamorati è probabilmente la parte più interessante dell’intero e breve romanzo.

La trama pensata da Amale Samie è lineare, a tratti la sua scrittura è arguta – ma solo a tratti, perchè la storia si fa dimenticare e procede senza originalità alcuna. L’alcol sfrenato e le serate di baldoria di uno scrittore squattrinato: sposato da anni (a soli trent’anni), perde la testa per una giovane e ribelle marocchina. Altro? Poco o niente, se non riflessioni (a volte forzate).

La copertina non fa il libro? Vero, perchè le copertine di Barbés Editore sono tutte veramente accattivanti. Dovreste sapere (io non sapevo) che questa casa editrice è la predecessora (sì, è una parola rara che però utilizzo per dare giustizia al femminile) di Clichy Edizioni. Questo vi farà intuire, data la data (gioco di parole) di pubblicazione, che la mia copia di Cedri e Balene dell’Atlante è stata acquistata in una bancarella alla Fiera del Libro di Bologna, lì nei pressi della stazione.

Se è vero che vi si possono scovare davvero dei gran tesori a prezzi più che modici irrisori, escluderei Amale Samie dalle mie prossime letture di narrativa.

john berger, modi di vedere

Modi di vedere di John Berger

Desiderio e paura, le due parole che respirano insieme in un solo respiro. Se l’amore ha un cuore, è in quel respiro.

Vi prego, leggete John Berger. Potrei riassumere questa raccolta di saggi così, con quest’unica frase. John Berger ha vinto il Booker Prize nel 1972, e in Modi di vedere c’è il suo discorso alla premiazione, il quale fa comprendere ben presto la personalità di questo scrittore. Ha infatti deciso di donare metà dei soldi del premio alle Pantere Nere (movimento rivoluzionario afroamericano), usando poi l’altra parte dei soldi per finanziare il suo studio sui lavoratori migranti (A Seventh Man).

Ma in Modi di vedere troverete molto altro, interviste e soprattutto saggi (curati da Maria Nadotti), uno più interessante dell’altro in cui l’autore ci parla sempre in modo diretto, senza fronzoli. John Berger è stato un critico d’arte, scrittore, disegnatore, insegnante, impegnato nelle grandi cause, schierato politicamente, e tra l’altro molto ammirato da Arundathi Roy con cui ha condivideva la passione per una scrittura impegnata e che desse voce ai più deboli.

Mentre lei sogna

Tra tutti i suoi libri – splendidi quelli di critica d’arte – questa raccolta di testi ha la caratteristica di essere estremamente coinvolgente. Uno dei testi più belli è a mio parere la lettera al sindaco di Lione, “Mentre lei sogna”, in cui Berger parla delle condizioni delle carceri descrivendole nel modo più toccante possibile, in una chiave narrativa che riesce a colpire il lettore. Mi ha emozionato leggerlo:

Continui a sognare, signor sindaco, e lo potrà sentire. Dietro le mura, al di là di un minuscolo cunicolo, a ridosso della seconda serie di mura, a destra e a sinistra, si ha l’impressione di un sonno ammassato; e a fronteggiarlo, quasi toccandolo, la totale indifferenza delle pietre squadrate, delle sbarre in ferro e dei mattoni cementati, in una vicinanza strana, persino più crudele di quella della terra pressata intorno ai cadaveri. […] Qual è, secondo lei, signor sindaco, l’edificio che ospita il più gran numero di sogni? la scuola? il teatro? il cinema? la biblioteca? l’hotel intercontinental? la discoteca? E se fosse il carcere? Innanzitutto, un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di sogni: il sogno della giustizia civica, il sogno della riforma, il sogno della polis della virtù civica. E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte. Che certo comprendono anche gli incubi e il terrore dell’insonnia. […] E in più, c’è l’infinita successione dei sogni più esili. Il sogno del mare – il Rodano è appena al di là di un giardino, e i piccioni che sporcano le inferriate sorvolano il fiume. Il sogno di prendere il tgv per Parigi: ne parte uno ogni ora, e la linea passa ancora più vicino del Rodano. Sogni di vita privata, di un tempo e di uno spazio privati. Scegliersi una data – ad esempio sabato, 6 maggio – in cui si farà qualcosa che si è deciso di fare per proprio conto! Sabato andrò a trovare mio cognato a Bapaume. Sogni di donne. Sogni di porte aperte. Sogni di sabato sera. Sogni furiosi di farla finita. Sogni della fine delle cazzate. C’è infine il sogno forse più costante, più onnipresente di tutti.

Berger si rivolge al sindaco ricordandogli che nelle carceri ci sono esseri umani con pensieri e emozioni e che hanno delle madri. Immagina che una madre qualunque racconti qualcosa a suo figlio, lì in prigione: inizia la storia metaforica (tremendamente efficace) di un topolino che viene catturato in una trappola, e un detenuto di volta in volta, osservando le reazioni di terrore degli animaletti, li libera. Funziona talmente tanto, il racconto, che fa stringere lo stomaco. La proposta finale di Berger è di trasformare la prigione in un meleto, i cui alberi in teoria dovrebbero avere una distanza di 6 – 8 metri, mentre – ricorda – le celle attualmente misurano soltanto 3 X 3,6 metri.

Berger l’eclettico

Ho scoperto che a questo mondo volevo avere a che fare il meno possibile con chi esercita il potere. 

Un capitolo interessante della raccolta contenuta in Modi di vedere è il capitolo su Ramallah, in cui chiaramente non manca la visione politica dell’autore. Eppure non è neanche quella la centralità del testo, ma i dettagli di vita quotidiana dei palestinesi che ci spingono a riflettere sul concetto di umanità. Vi invito a leggerlo, ancora.

Non manca nel testo un’intervista in merito alla collaborazione con Alain Tanner, regista cinematografico con cui Berger ha lavorato più volte. Toccante è anche il capitolo su Nazim Hikmet, poeta eccezionale e prigioniero politico.

E vi troviamo anche un diario fotografico e un’analisi del Caravaggio perchè, diciamoci la verità, Berger è un maestro appunto del guardare (non per niente la sua opera più famosa è Questione di sguardi), anche se quegli sguardi riesce anche a tramutarli in parole. Appare difficile categorizzare un autore così eclettico che riesce a dare mille spunti in mille modi diversi.

Le domande che mi sono venute in mente dopo aver chiuso Modi di vedere sono state parecchie, ma le principali sono:

  • perchè non conoscevo questo autore?
  • perchè non corro subito a esplorare il suo variegato contributo al mondo?

Alla prima non so rispondere, alla seconda porrò rimedio.

Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com’è. Mettersi vicini a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile, e ascoltarli…
L’unico sogno che vale la pena di avere è di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti.
Che cosa significa esattamente?
Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda.
Cercare la gioia nei luoghi più tristi. 
Inseguire la bellezza dove si nasconde.
Non semplificare mai ciò che è complicato e non 
complicare ciò che è semplice.
Rispettare la forza, mai il potere.
Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire.
Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.

La ragazza del convenience store di Sayaka Murata

La ragazza del convenience store di Sayaka Murata

A fare il successo de La ragazza del convenience store non è nè l’atmosfera nipponica, nè lo stile di scrittura dell’autrice, piuttosto è la tematica dell’alienazione dell’individuo all’interno della società. Il tutto raccontato con originalità e leggerezza.

Furukura lavora in un kombini – un convenience store, uno di quei negozi aperti 24/24 che vende, praticamente, ogni tipo di genere alimentare. Part-time, in condizioni assurde, i dipendenti devono esercitarsi a dire buongiorno, a dire grazie mille con entusiasmo e a essere, più che gentili, delle vere macchine di falsità e disponibilità davanti al cliente.

Tutto ciò che avviene però all’interno del negozio è una routine salvifica per la protagonista, che fin da bambina si è sentita “anormale”. I suoi genitori, sua sorella e le sue poche amiche la criticano perchè non è sposata e non ha un lavoro a tempo indeterminato, ma lo stesso lavoretto da studentessa da diciott’anni. In poche parole, è un’esclusa, malvista da chiunque.

In questo piccolo mondo che si regge sulla normalità, gli elementi estranei devono essere eliminati, uno dopo l’altro, in silenzio. Le presenze anomale vanno scartate.

Ciò che conta, insomma, non è essere felici e neanche avere proprie peculiarità: ma essere un ingranaggio accettato dalla società.
Furukura soffre perchè non hai mai capito come fare a integrarsi, e quindi lei imita gli altri in tutto e per tutto: il modo di parlare, il tono della voce, le espressioni facciali. Lei cerca di apparire come gli altri copiando
letteralmente i loro gesti e le loro emozioni, simulandole.

Il sistema sociale come giudice spietato

Fa tenerezza, e anche rabbia, pensare a quanti sforzi possa richiedere apparire “normale”, o almeno ciò che per gli altri è visto come normale. L’unico mondo in cui La ragazza del convenience store si sente al suo posto è il kombini. Sistemare le merci, fare felici i clienti, ma anche i suoni, la musica, i ritmi del negozio sono per lei l’unico ponte che ha con una realtà di essere umani normali.

Anche se distante fisicamente, sono in perenne contatto col kombini. Anche se sono lontana, non smetto mai di pensare allo SmileMart e ai mille piccoli avvenimenti che animano quel mondo luminoso, e intanto mi accarezzo piano le ginocchia, le unghie tagliate corte per poter gestire al meglio le operazioni alla cassa. […] Un mondo perfetto, immutabile, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede assoluta e cieca in questo microcosmo luminoso.

Furukura è una pazza? Una donna di trentasei anni dedita soltanto al suo lavoro di commessa, è da considerarsi un’emarginata asessuata e fallita? A quanto pare, in Giappone – e non soltanto, sì.

L’incontro con Shiraha, un ragazzo che agli occhi del mondo è considerato come Furukura, un fallito per di più uomo e con ancora più gravi responsabilità, non cambierà nulla. La quarta di copertina fa quasi credere a una svolta, a un tocco romance che in realtà non esiste.

In realtà questo romanzo dai toni molto leggeri è una profonda critica sociale al sistema giapponese che impone pressioni molto forti perchè l’individuo segua le convenzioni sociali: sposarsi, trovare un lavoro, fare figli. La protagonista del nostro convenience store è senza dubbio bizzarra, difficile da interpretare, incapace di capire fin da bambina anche la minima norma del vivere sociale e quotidiano. Eppure, nella sua stranezza in cui difficilmente ci si immedesima, ella incarna la diversità, che andrebbe preservata anzichè soppressa.

La ragazza che brucia di Claire Messud

La ragazza che brucia di Claire Messud

Sarò franca: a bruciare vorrei che fosse questo romanzo. Detesto farmi ingannare nell’acquisto. È vero che non sempre prima di comprare un libro faccio ricerca, leggo recensioni e via dicendo, perchè mi piace anche farmi ispirare dal momento, ma con La ragazza che brucia ho toppato su tutti i fronti.

Non posso non essere intransigente nel parlare de La ragazza che brucia, e rabbrividisco nel leggerlo accostato a la tetralogia di Elena Ferrante, onestamente. La storia tra due amichette, una molto diversa dall’altra, non basta di certo per tenere in piedi un paragone del genere. Mi ha anzi ricordato piuttosto Swing Time di Zadie Smith, scrittrice però da me molto più apprezzata.

Perchè non leggere Claire Messud

Andiamo per ordine. Julia è intelligente e brava a scuola, Cassie no. Julia ha entrambi i genitori, Cassie non ha il padre. Le due si vogliono bene e poi alle scuole medie si allontanano, soprattutto per i comportamenti “devianti” di Cassie, che beve e fa la languida coi ragazzi. Entra in scena il nuovo compagno della madre che le rende la vita insopportabile, tanto che ogni tanto scappa di casa. Questa sarebbe la nota noir di cui si parla nella quarta copertina.

Domanda: ma come vi viene in mente di far passare questo romanzetto adolescenziale per un “mystery ad alta tensione”? Qui si parla di una ragazzina che si racconta in prima persona, che si allontana dalla sua migliore amica quando le due crescono e prendono strade diverse. Niente più niente meno, se non fosse che lo stile di scrittura è a volte imbarazzante. Non mancherò di citarvi alcune parti de La ragazza che brucia per condividere con voi la mia titubanza durante la lettura.

Commento al testo

“Bev era sempre allegra – tranne quando non lo era.” Precisazione fondamentale, direi. Era pure triste, immagino, tranne quando non lo era. E arrabbiata, quando non lo era, ovviamente, eh.

“Ci guardammo, quasi sorridendo ma senza farlo, una specie di reciproco sguardo da Monna Lisa.” Non credo che questo paragone sia efficace.

“Rimasi in mutande e reggiseno – uno che mi piaceva un sacco, con il pizzo e un motivo leopardato fluorescente verde e marrone – e mi tuffai dalle rocce.” Tralasciando il pessimo gusto della protagonista in materia di biancheria intima, vorrei proprio sapere a che scopo fornire questa descrizione.

“E Cassie mi scrisse: Tu sì ke konosci mia mamma. Kekazz, eh? @ kasa!” Non so se la colpa sia della traduttrice, ma l’idea di rendere questo slang adolescenziale con le k è una scelta pessima. Uno scambio di messaggi da evitare, magari in favore di un bel discorso indiretto.

“Stava “facendo la seria”, come se ci trovassimo in un episodio di Supernatural o qualcosa del genere”. Paragone veramente affascinante. Idem per “dove lei era Regina George in Mean Girls, e io ero Janis”.

“… il braccio infilato dentro la vetrata in pezzi, come se stesse facendo partorire una vacca.” Ma in che senso? Ma perchè piazzarmi davanti l’immagine di una vacca che partorisce solo per dirmi che il personaggio ha infilato il braccio nella finestra?

Insomma, la scrittura di Claire Messud, di cui non ho letto altro, a mio parere lascia alquanto a desiderare.