Le correzioni di Jonathan Franzen

Chi sia Jonathan Franzen è ormai noto ai lettori di ogni genere: pluripremiato e in corsa per il Nobel, viene annoverato tra i migliori scrittori americani contemporanei. Eppure, ho letto Le correzioni solo adesso, con anni di ritardo, e in questo caso “meglio tardi che mai” rispecchia perfettamente l’accaduto visto che Le correzioni è un romanzo universale, maestoso, scritto talmente bene che lascia sbalorditi.

To do list del lettore medio: leggere Franzen per il 2020.

Risulta difficile descrivere questo romanzo senza raccontare i personaggi, caratterizzati così bene da risultare reali, e gli avvenimenti di questa trama che servono solo in parte a rivelare quella che è la storia, intima eppure comune a tutti, di una famiglia americana, i Lambert. Le correzioni, pur nella sua lunghezza, non è mai lento, mai scontato, perché è scritto, come ammette lo stesso umile autore, divinamente.

Sembra che io stia dicendo tutto e niente, perché è questo che fanno i capolavori: ti permettono di aprire mille temi, ma pare che ognuno a sua volta ne apra altri cento da approfondire.

Seguiamo i differenti personaggi che hanno una propria funzione all’interno del nido familiare, ci schieriamo con o contro di loro, facendocene un’idea precisa, per poi vederli da un altro punto di vista e cambiare completamente idea, di nuovo, tassello dopo tassello, fino a che Franzen conclude la pennellata di un quadro completo e veritiero. Che poi quello che sembra trapelare all’interno di quell’abisso generazionale tra genitori e figli, nelle pieghe della totale incomprensione dell’altro, anche se è il proprio fratello, è la visione di un’umanità che mente a se stessa, di continuo.

Un uomo sotto stress aveva il diritto di essere intransigente aveva stabilito per se stesso: intransigente nelle sue considerazioni morali, intransigente su cosa accettare o non accettare, intransigente sulla propria identità e sulle persone con cui decideva di parlare.

Franzen

La voce di Franzen narra il modo di fare, di essere, di porsi, di persone immerse in convinzioni che le rendono cieche, in sentimenti che le mettono all’angolo, piegate dagli eventi, con reazioni naturali e irrazionali, immerse nella propria vita tanto da non vedersi dall’esterno. Insomma Franzen, come dicevo, scrive un’opera universale in cui ognuno potrebbe riconoscersi, in cui ci specchia nell’altro con paura e con tenerezza. In cui lui è il Dio che osserva dall’alto, pungente, i sudditi che ha creato. E li rivela impunemente al lettore, mentre il lettore riconosce di essere come loro.

La serata si stava consumando con futilità. A sette anni Chipper intuiva già che quel senso di futilità sarebbe stato il chiodo fisso della sia vita. Un’attesa monotona e poi una promessa infranta, la sgomenta comprensione di quanto fosse ormai tardi.
Quella futilità aveva per così dire un aroma.
Dopo che si era grattato la testa o sfregato il naso, le sue dita conservano qualcosa. L’odore dell’io.
O ancora, il sapore delle lacrime incipienti.
Immaginarsi i nervi olfattivi che assaggiavano se stessi, i recettori che registravano la loro stessa configurazione.
Il sapore della sofferenza autoinflitta, di una sera sciupata per dispetto, arrecava strane soddisfazioni. Gli altri non erano abbastanza reali da essere responsabili dei suoi sentimenti. Restavano solo lui e il suo rifiuto. E come l’autocommiserazione, o come il sangue che riempie la bocca quando viene tolto un dente – i succhi alati e ferrosi che si ingoiano e ci si concede di assaporare – il rifiuto aveva un gusto a cui si poteva fare l’abitudine.

Enid, donna mai libera

Sebbene ogni personaggio meriti un approfondimento (specialmente Chip), vorrei scrivere è Enid, la madre. La sciocca madre invidiosa di tutti, che sta sempre a rimproverare – o meglio, pungolare – i figli per quello che non hanno e non fanno, che cita le vite degli altri come se fossero le normali, le migliori. Che dice bugie sui figli per vantarsi con le amiche, che è ferma a una morale cattolica e borghese in cui l’apparenza è tutto. La sciocca e ottusa madre che parla a sproposito imbarazzando i presenti che, grazie alla genialità di Franzen, si vede ad un tratto per quella che è: una donna infelice, in lacrime la notte, intenta a stirare e cucinare e crescere i bambini quasi da sola, con un marito maschilista che ha sempre fatto da padrone.

Enid diventa la donna che non si è mai vista ricambiare l’amore o la stima o il rispetto dell’uomo al suo fianco. Quella che sembrava la fastidiosa, petulante e di mente ristretta Enid, finisce per essere una donna in cerca della propria indipendenza e libertà.

Di particolare mestizia è la costatazione che le sue difficoltà vengono del tutto minimizzate dai figli, i figli che lei ha cresciuto come se non ci fosse altro al mondo. Sono proprio loro, con le loro vite di cui lei non sa in realtà nulla, a lasciarla sola a se stessa, senza neanche credere ai suoi racconti sulla demenza del marito. Noi, egoisti esseri umani.

Le correzioni

Che poi, ogni tanto Franzen ne parla, delle cosiddette correzioni, e io continuo a interrogarmi sul senso molteplice della lettura che se ne può dare.

Tutta la sua esistenza era costruita come una correzione di quella di suo padre.

Le correzioni sono tutte le aspettative di cui ci facciamo carico, cambiando per chi amiamo, cambiando per la società che ci circonda. La correzione è fare ciò che chi amiamo vorrebbe, la correzione è quell’influenza da cui nessuno si può sottrarre, quella che ci spinge a scegliere non soltanto in base a noi stessi, ma in base ai legami che abbiamo – nel caso della famiglia Lambert – dalla nascita.

Ma Le correzioni non è solo questo. Franzen critica l’intera società dei consumi, quella del “guadagnare ci farà stare tutti meglio”; perfino Chip, il figlio professore, subendo i giudizi di quanti lo ritengono uno scansafatiche o un fallito, perde la sua battaglia intellettuale.

[Chip] non si era mai reso conto di quanto lo avesse influenzato il padre, con la sua fissazione per il lavoro socialmente “utile”. Criticare una società malata, anche se la critica non portava a nulla, gli era sempre sembrato un lavoro utile. Ma se la presunta malattia non era affatto una malattia – se il grande Sistema Materialistico della tecnologia e del consumismo e della scienza medica stava davvero migliorando la vita degli oppressi; se erano solo i maschi bianchi eterosessuali come Chip ad avere problemi con questo Sistema – allora la sua critica perdeva ogni utilità, anche la più astratta. Come aveva detto Melissa, erano tutte stronzate.

Lo sconforto che provano sia l’anziano padre conservatore, in lotta perenne contro chiunque esca dai binari dei suoi ideali, sia l’anziana madre frustrata e bigotta, è quello di una vecchia generazione che tuttavia cede il passo a una nuova il cui sconforto è semmai maggiore. L’accesso alla cultura non rende i figli Lambert più felici, e non li rende tali neanche il denaro. Franzen fa emergere il disagio di quanti speravano in un futuro roseo che tuttavia non è mai arrivato, e con cui i più giovani ancora fanno i conti. Mettendo in scena il senso di vacuità e di smarrimento derivanti dalla perdita di ogni punto di riferimento, Le correzioni svela la sofferenza di ognuno di noi, schiacciati da un individualismo e da un’illusoria libertà in un mondo i cui contrasti si acuiscono sempre più.

Sto dicendo che l’intera struttura culturale è allo sbando. Sto dicendo che la burocrazia si è arrogata il diritto di definire certi stati mentali come <malati>. Lo scarso desiderio di spendere denaro diventa il sintomo di una malattia che richiede cure costose. Le quali cure poi distruggono la libido, in altre parole distruggono l’appetito per l’unico piacere gratuito della vita, e ciò significa che la persona dovrà spendere sempre più denaro alla ricerca di piaceri compensativi. La definizione stessa di salute mentale è la capacità di partecipare alla civiltà dei consumi. Quando spendi denaro per una terapia, lo fai per imparare a spenderne dell’altro. E sto dicendo che io, in questo preciso istante, ho perso la battaglia contro una modernità commerciale, medicalizzata e totalitaria.

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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