Elena Ferrante

La tetralogia di Elena Ferrante: perchè si fa amare così tanto?

di Elvira Santagata

La discesa nei meandri di “L’amica geniale” è iniziata quando, in maniera saltuaria, mi sono affezionata ai personaggi delle serie tv trasmessa dalla Rai. Non riuscendo a vedere l’intera fiction, ho deciso, come per ribellione a me stessa, di colmare i miei vuoti nel flusso temporale con il racconto del libro, senza adagiarmi alla ricerca in streaming delle puntate perse. Ho iniziato a leggere sfiduciata, non a causa della Ferrante, ma per me stessa: recentemente non resisto con un libro in mano per più di 10 minuti.

Capirete il mio stupore quando, posando il libro sul comodino la sera per mettermi a dormire, ho preso in mano il cellulare per impostare la sveglia ed erano le 4.00 del mattino! (Ecco perchè la Ferrante continua a essere ai primi posti in classifica per i libri più venduti…)Non mi capitava di far notte fonda a leggere da anni, così persa nelle pagine di ben 4 romanzi, l’uno legato all’altro nell’intreccio delle vite di Lenù e Lila, le due protagoniste: due bambine e poi due ragazzine e infine due donne.

Lenuccia in prima persona racconta la storia sua e di Lina Caracci, la sua “amica del cuore”, la parte di sé più cattiva e più brava, quello specchio in cui vede sempre l’irraggiungibile da sconfiggere. Io lettrice, invece, mi sono appassionata ed affezionata ad ogni personaggio intrecciato con la storia di Napoli e del rione dal quale le due ragazze provengono, in cui nascono e in cui probabilmente (non lo scopriremo mai) muoiono.

Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente.

Uno stile semplice e una storia accattivante

Le cose da dire sono due: i quattro romanzi si leggono con semplicità, la stessa semplicità che sembra essere evocata dalla scrittura, chiara e nitida, modellata secondo l’ottica enunciata da Lenuccia (anch’essa scrittrice) per cui un testo deve risultare accattivante.

La storia di queste due amiche geniali funziona, anche se si staglia su 60 anni delle loro due vite e tanto geniali forse non riescono ad essere mai davvero. Non è solo la storia di un’amicizia femminile in un quartiere degradato del sud Italia, e dunque un interessante spaccato di storia d’Italia e di Napoli. Quello che colpisce è la qualità del legame, che noi sappiamo essere fin da subito di lunghissima durata, tra le due protagoniste.

Entrando la Ferrante nelle pieghe della testa di Elena Greco, ci porta in un mondo frastagliato, quello dell’io della protagonista, continuamente succube e in competizione con quella che dovrebbe essere la sua amica del cuore, ma che spesso si rivela una nemica geniale. La lotta all’ultima sferzata di genialità, per dimostrare di essere una più vincente dell’altra, risponde al classico modo del rione in cui se uno è meglio di un altro, allora ha vinto. Le due ragazze, entrano ed escono (con fatica) dai canoni del Rione, dove il migliore è ovviamente quello che ha più soldi.

La ricchezza, in quell’ultimo anno delle elementari, diventò un nostro chiodo fisso. Ne parlavamo come nei romanzi di parla della ricerca di un tesoro. Dicevamo: quando diventeremo ricche faremo questo, faremo quello. A sentirci, pareva che la ricchezza fosse nascosta in qualche posto del rione, dentro forzieri che una volta aperti mandavano bagliori, e aspettasse solo che noi la trovassimo. Poi, non so perché, le cose cambiarono e cominciammo ad associare lo studio ai soldi. Pensammo che studiare molto ci avrebbe fatto scrivere libri e che i libri ci avrebbero rese ricche. La ricchezza era sempre un luccicore di monete d’oro chiuse dentro innumerevoli casse, ma per arrivarci basava studiare e scrivere un libro.

La stessa madre di Elena non dimentica mai di fare paragoni fastidiosi su chi è meglio tra le due, se la figlia o l’amica del cuore, e di turbare la figlia con i suoi commenti pungenti paragonandola di continuo a Lina, nel bene e nel male, fomentando ad ogni suo “passo zoppo” e claudicante le insicurezze della figlia. Chi è davvero geniale? Ovviamente nel romanzo nessuna delle due amiche (ognuna reputa l’altra geniale, ma sembra che Lila faccia sentire Elena geniale al fine di gestire e manipolare sempre quella brillantezza con la sua) vince realmente sull’altra.

Cosa significa essere geniali?

La vita stravolge Lila e Lenù, e in questo romanzo – che si fa anche di formazione della coscienza delle due donne, ogni volta le certezze finiscono per essere ammazzate, così come le più luminose o buie personalità del rione. Napoli, Genova, Firenze, Milano, il dialetto, l’italiano, la storia di Italia, del femminismo, l’avvento della tecnologia, il terremoto dell’80… sono il filo rosso che tiene insieme la cornice del romanzo.

Le due protagoniste sono disegnate ad arte dall’autrice, nessun rapporto è semplice, e i legami umani sono sempre scrutati dall’interno: prima ci si gira intorno e poi ci si entra dentro.

Seppur l’insicurezza cronica di Elena mi abbia a tratti molto infastidito, e la sua dipendenza dal confronto e dal giudizio di Lila mi abbiano addirittura irritata, è quello il ponte da cui ci affacciamo, così come fa la protagonista, a tutti gli altri personaggi.

Elena si butta nelle cose ma quasi sempre percepisce che sta per fallire; quando non fallisce, succube delle lodi del prossimo, allora rinasce in se stessa. Ma se fallisce si sente quasi di più se stessa, più vera, in quanto abituata ad essere l’ombra di Lila. Questa idea si trascina fino alla vecchiaia, quando teme di essere sconfitta dall’amica anche nell’unica cosa buona che abbia mai veramente fatto per sé, la scrittrice. E questa idea torna senza fine nel suo lungo e idealizzato rapporto con Nino, del quale quasi ci innamoriamo anche noi e dal quale vorremmo poi proteggerla, invano.

La genialità, senza studio, non dà opportunità per evadere dal Rione. Elena viaggia, Lila no. Lo studio permette a Lenù di diventare una scrittrice, di lasciare il Rione, di sconfiggere, con minuziosa perseveranza (Lenuccia deve combattere molto quando va al Nord all’università, per perdere il suo accento napoletano e liberarsi dei suoi schemi mentali) una serie di caratteristiche che la inchiodano al Rione, ma alla fine, è al Rione che torna. Ci torna da scrittrice famosa, ci torna da donna indipendente, si esilia dalle leggi del Rione, anche l’amica la protegge dal buco nero del Rione, ma è lì torna.

Lila invece resta ormeggiata alle leggi del Rione, e la sua genialità, che le permette di sopravvivere in diverse circostanze e di “vincere” sui capi camorristici del Rione per un po’, non è abbastanza. Infatti alla fine quella stessa vita, da cui non è riuscita mai a sfuggire, esce sconfitta. Insomma, la genialità di Lila senza lo studio non basta, ma quella di Elena votata al sacrificio e allo studio, neanche è abbastanza, perché come spesso lei ricorda, senza Lila non avrebbe mai scritto neanche un rigo.

Capii che ero arrivata lì piena di superbia e mi resi conto che -in buona fede certo, con affetto- avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

Napoli, una terza amica geniale

Andando mano nella mano con le vicende della vita di ben due donne, opposte e identiche, ovviamente i temi per riflettere non mancano mai. Quale sia la vera liberazione, se è possibile fuggire da Napoli, se mai Napoli o l’Italia potranno davvero cambiare, cosa vuol dire donna oggi e cosa ha voluto dire ieri, quanto pesa la politica o l’educazione e la classe sociale sulle nostre vite e scelte. Cosa significa amare, cosa significa matrimonio, cosa vuol dire comunicare, cosa significa umiliazione e anche cosa significa scrivere.

Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla. Stavo per lasciare la città per la seconda volta, ci ero rimasta complessivamente per trent’anni pieni della mia vita, e tuttavia del luogo dov’ero nata non sapevo granché.

“L’amica geniale” di Elena Ferrante ti porta per mano nella storia di Napoli, una storia eterna che costringe a prendere coscienza di un vero disagio personale, sociale e assolutamente ancora oggi reale, che pulsa e vive nelle ossa di chi, come le due protagoniste, nasce e cresce in un luogo dove tutto sembra predestinato, eterno, inguaribile. In questo romanzo la città, poi l’Italia, incarnano quasi loro stesse quel gioco di forza che Lila stabilisce sempre con Lenù. La città stessa implica che vali di più se riesci ad essere meglio degli altri. Se hai più soldi, se sei più ricco, se studi al punto di prevalere sui poveri, se comandi tu.

Questo romanzo ti accompagna nelle emozioni umane pure e vere, dove gelosia, invidia, bisogno di sopraffazione camminano insieme ad amore e affetto. Dove vincere vuol dire dimostrare sempre qualcosa e dove si scorge un sentimento basilare del vivere: nonostante tutto, sempre meglio non camminare da soli, anche se la tua amica del cuore forse ti ha manipolata fin dal primo giorno, pur di condurti ad essere più forte di quello che sei.

Elena Ferrante

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