Lacci di Domenico Starnone e altre cose

Il punto più lontano dalle terre emerse

Lacci di Domenico Starnone e altre cose

Premessa a Lacci. Penso sia chiaro ormai da un po’ che non mi occupo di recensioni, non sono una critica e non ho mai aspirato ad esserlo, ma da qualche tempo ho realizzato che l’esigenza umana e irrealizzabile di sospendere il sentire del tempo mi riesce con poche cose, che sono in fondo quelle che amo di più, tra cui avere questo blog.

Mi viene in mente la fotografia che Roland Barthes cita ne La camera chiara, Ritratto di Lewis Payne di Alexander Gardner: “è morto e sta per morire”, l’immagine di un condannato a morte che tanto mi colpí a suo tempo, il tempo aoristo che racchiude passato, presente e futuro. A distanza di anni dai miei studi universitari questa foto continua a irrompere nelle mie riflessioni, portandosi dietro quel punctum che la maestria di Barthes ci descrive come l’unicità di una fotografia che sta tra lo studium, le intenzioni del fotografo, e il suo spettatore.

Non sono io che vado in cerca di lui ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge. Io sono attratto da un “particolare”. Io sento che la sua sola presenza modifica la mia lettura, che quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore. Questo particolare è il punctum (ciò che mi punge). Per quanto folgorante sia, il punctum ha, più o meno virtualmente, una forza di espansione.

Questa premessa breve non è atta ad approfondire Barthes e la fotografia, ma a giustificare quel sentimento di espansione che mi pare forte, un inevitabile punctum, che mi è sopraggiunto dopo la lettura di Lacci di Starnone. E che mi spinge a scriverci su qualche parola, anche nell’incapacità che sento di dar forma a quel che è una storia che andrebbe analizzata con appositi strumenti critici che mi mancano.

Lacci attorno al collo

Lacci è la storia di una famiglia, il cui incipit potrebbe già delineare la rottura su cui il romanzo si dipana:

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perché non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti. Lo so che avere una vita ordinata, doverti ritirare a casa a ora di cena, dormire con me e non con chi ti pare, ti fa sentire cretino. Lo so che ti vergogni di dire: vedete, mi sono sposato l’11 ottobre del 1962, a ventidue anni; vedete, ho detto sì davanti al prete, in una chiesa del quartiere Stella, e l’ho fatto solo per amore, non dovevo mettere riparo a niente; vedete, ho delle responsabilità, e se non capite cosa significa avere delle responsabilità siete gente meschina. Lo so, lo so benissimo. 

La responsabilità dei legami che ci costruiamo è il tema preponderante che già si affaccia con forza. Quanto pesa, che conseguenze ha sulle vita degli individui e cosa accade quando si tenta di eludere il dolore che si porta dietro questa responsabilità? Possiamo vivere col senso di colpa del dolore che infliggiamo a chi amiamo, quando scegliamo di allontanarci?

Mi sembra che queste siano alcune delle domande a cui Starnone fa riferimento quando ci racconta di Aldo, Vanda ed Anna, in una struttura triadica che ci da punti diversi sulla stessa crisi che è poi lunga una vita, è la vita stessa. Tutti i carnefici sono anche vittime, e le vittime sono carnefici: i lacci dei nostri legami sono stretti al collo come quelli dei guinzagli con cui leghiamo i nostri cani.

Dapprima Vanda, ferita e arrabbiata, rimprovera suo marito che ha perso la testa per un’altra, ricordandogli che le sue scelte hanno conseguenze devastanti non soltanto per lei, ma per i bambini. Una Medea a cui si dà la voce ma non l’azione, Vanda non fatica a comprendere le scelte del consorte, ma non le accetta. Otterrà ciò che per anni desidera con rabbia – il suo ritorno, solo per rendersi conto in vecchiaia che non era per amore nè per necessità.

Aldo dal suo canto ci descrive il suo sentire, il suo ambivalente bisogno di evasione e senso di colpa:

Non so che cosa avessi in mente, forse niente di preciso. Di sicuro non detestavo mia moglie, non avevo accumulato rancori nei suoi confronti, le volevo bene. Mi era sembrato piacevolmente avventuroso sposarmi ancora ragazzo, senza aver finito gli studi, senza un lavoro. Adesso ogni cosa intorno pareva investita dal declino, una peste si stava manifestando in tutte le istituzioni, l’università innanzitutto, dove avevo cominciato a lavorare senza prospettive. Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non un segno di autonomia, ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio, e parte – mio malgrado – di un mondo, di uno stile, che nell’ambiente politico e culturale cui aderivo veniva considerato alla fine. Sicché presto, anche se avevo un rapporto forte con mia moglie e i due bambini, avevo subito il fascino di modi di vita che programmaticamente recidevano tutti i legami tradizionali.

Aldo mette in discussione lo statuto stesso del matrimonio, la sua capacità di essere padre, il potere che ha il tempo di cambiarti. Anche lui arriverà alla vecchiaia dopo aver scelto il senso del dovere, che continuerà a guidarlo per il resto dei suoi giorni in una indifferente infelicità.

La parte finale è a mio avviso la più spietata, al limite del cinismo: i figli, il motivo per cui la coppia si sacrifica, sono l’apoteosi del fallimento della famiglia, poiché l’auto-annullamento dei genitori nello scegliersi ancora non ha avuto alcun effetto salvifico, ma ha solo prodotto frutti marci.

Lacci sporchi

Ti immergi nella lettura e smetti di respirare, per tutto il tempo, fino a chiudere il libro e portarti dietro un senso di inadeguatezza e sporcizia. Non c’è spazio per la compassione tra i personaggi di questa storia, i quali sembra siano legati gli uni con gli altri quasi esclusivamente da una forzata convivenza.

A me piace invece pensare alla possibilità di una vita coniugale in cui le costrizioni siano più leggere delle appassionate condivisioni, e immagino senza dubbio la possibilità di un’emancipazione dai ruoli familiari nel quale nasciamo. Mi sento di affermare ingenuamente che questa storia di Starnone, perturbante e a tratti cinica, arriva dritta al punto per scuoterti ma al tempo stesso distrugge anche la speranza che possa esserci un’onestà benevolenza nella relazione con l’altro.

A me piace continuare a pensare che l’amore sia meglio di così.

Vi lascio la recensione più interessante che ho letto su L’Internazionale, con approfondimento sulla scena più bella – il momento in cui padre e figli si confrontano sulla maniera di allacciare le scarpe.

 

2 risposte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.