La vendetta è donna

Vendicare è una parola interessante. Dal latino vĭndĭcare, è derivato di vindex, ossia «vindice», che significa anche Protettore, Garante, Liberatore. Nell’atto di vendicare c’è un reclamare giustizia, è la ricerca sperata e furibonda di una liberazione dal dolore di un torto subìto, arrecando un danno fisico e/o morale a chi ha commesso l’impunito.

Nella storia dell’umanità ci sono grandi vendette esemplari. Tutt’ora sul tema della vendetta si basano le nostre storie moderne, e in particolare molti personaggi femminili vendicativi sono al centro di film di successo. Ma non bisogna per forza attingere alla fantasia per trovare storie di donne che hanno avuto il coraggio, la forza e la pazzia, talvolta, di vendicarsi, e basta leggere notizie di cronache per comprendere quanto ancora si verifichi ancora la condizione in cui ci si deve far giustizia da sole. Qui vi riporto degli esempi di donne nella storia che, sia che fossero emancipate per la loro epoca sia che fossero in una posizione di sottomissione nei confronti dell’uomo, hanno intrapreso azioni e gesta – anche folli – in nome della vendetta.

Questa la mia playlist personale.

Medea

La regina incontrastata delle vendette è senza dubbio lei, Medea, che giunse a fare qualcosa di così atroce che tutt’oggi la sua tragedia viene reinterpretata in tutto il mondo. Secondo la mitologia, si era follemente innamorata di Giasone, eroe greco che assieme agli Argonauti aveva il compito di conquistare il famoso vello d’oro. Per ottenerlo, l’aitante giovane doveva superare diverse prove che sarebbero finite con un buco nell’acqua se Medea, maga e principessa, non l’avesse aiutato. Compiute le gesta, Giasone andò via senza molte cerimonie, e Medea decise di seguirlo abbandonando la famiglia e anche la sua posizione regale, stabilendosi con lui a Corinto, dove ebbero due figli. Peccato che Giasone fosse più interessato al potere che a lei, e quando gli venne proposto di sposare un’altra per ereditare il trono, lui non ci pensò due volte a ripudiare Medea – zero sensi di colpa e arrivederci. Medea finse di essere comprensiva giusto un giorno prima di scatenare la sua furia. Non solo uccise la novella sposa di lui, Glauce, regalandole come dono nuziale un mantello avvelenato, ma uccise anche i suoi stessi figli pur di vendicarsi dell’uomo amato.

Spietata.

GIASONE:
Fa’ che i miei figli io sepellisca e lagrimi.
MEDEA:
No certo: seppellirli io stessa intendo,
con le mie mani. Nel sacrario d’Era,
Diva d’Ascrèa, li porterò, ché niuno
dei nemici l’insulti, e non profani
le tombe loro. E in questo suol di Sísifo
sacre istituirò feste, e cortei,
per espiare questa orrida strage.
Alla terra mi reco io d’Erettèo,
e con Egèo, figliuolo di Pandíone
abiterò: tu, com’è giusto, morte
farai da tristo, ché sei tristo
: avranno
amaro fine le tue nuove nozze.

Euripide

Boadicea

Boadicea (o Budicca) era una guerriera celtica, moglie del re degli Iceni, popolo della Britannia, conquistati però dai Romani ed annessi come provincia del loro impero. Il re morì d’improvviso, lasciando un testamento in cui dichiarava che metà del regno sarebbe appartenuto alla moglie, Boadicea, e alle sue due figlie. I Romani, maschilisti fino al midollo, non accettarono tale lascito e si impossessarono del territorio degli Iceni, ma non solo: frustrarono (scudisciarono, precisamente) Boadicea in pubblico e stuprarono entrambe le due bambine. Davvero orribile da immaginare.

E allora Boadicea pensò di vendicarsi (e ci credo!) e scatenò una rivolta, alleandosi con gli altri popoli adiacenti che mal sopportavano la presenza/violenza romana. Marciò verso l’antica Londinum sconfiggendo eserciti su eserciti, accecata dalla rabbia. Purtroppo per lei non finì bene a causa dell’enorme potenza ed esperienza dell’esercito romano, ma è ugualmente rimasta nella storia come un’eroina.

Lo storico romano Cassio Dione scrisse di lei che era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla”.

“Boadicea Haranguing the Britons”, John Opie (1761–1807)

Jeanne de Clisson

Jeanne de Belleville, detta anche La Leonessa sanguinaria della Bretagna, giusto per rendere l’idea, era una nobildonna francese del XIV secolo. Sposò il bretone Olivier de Clisson da cui prese il nome e da cui ebbe cinque figli. Pare che vissero in armonia per lunghi anni fino a che, durante la guerra di secessione, la famiglia decise di schierarsi con i francesi. Peccato che nel 1342 gli inglesi conquistarono Vannes, e con l’inganno catturarono Olivier e lo decapitarono, esibendo tra l’altro i resti del cadavere per la città, atto ignobile specialmente nei confronti di un nobile. Così Jeanne de Belleville giurò vendetta contro il re e la nobiltà di Francia. Vendute tutte le sue proprietà, chiamò a raccolta i sostenitori del suo defunto marito e compì un massacro al castello di Galois de la Heuse. Non solo, comprò tre navi e mise su la Flotta Nera, agendo in mare e diventando una pirata a tutti gli effetti, una delle più sanguinarie.

Dalla vendetta alla pirateria è un attimo.

Chiomara

Chiomara faceva parte dei Galati, chiamati Galli dai Romani, per i quali i Galli indicavano le tribù che invasero la Tracia nel 281 a.C. Come Giulio Cesare ci narra minuziosamente nel De bello gallico, i Romani intrapresero una campagna militare (che novità, eh?) per la conquista del loro territorio. Durante la battaglia Chiomara fu catturata, nel 189 a.C., insieme ad altre donne e schiave. Fu allora che subì lo stupro da parte di un centurione, il quale chiese al marito, Ortiagon, un riscatto per la sua restituzione. Ortiagon mandò due Galati per pagare somma richiesta e Chiomara fu rilasciata ma, mentre il centurione contava i soldi, lei fece segno ai suoi di tagliargli la testa. Se la portò fino a casa e l’appoggiò ai piedi del marito, esclamando: “Only one man alive should have me.”

Big girls don’t cry.