La società dei cervelli atrofizzati

Sentirsi poco svegli, distratti, affaticati. Vagamente pensierosi, senza la capacità di concettualizzare quei pensieri. Sentirsi pigri. Non reattivi, passivamente adagiati. Demotivati, per niente interessati a ciò che si ha di fronte. Mi sembra il quadro di molti lavoratori di oggi.

Eppure le aziende cercano persone appassionate, appassionanti, flessibili e socievoli, ma soprattutto multitasking, con una positive attitude, e problem-solving skills, teamwork e leadership e una serie di (talvolta imbarazzanti) inglesismi privi di significato. Ma che devi possedere. E, magari, molti hanno anche queste caretteristiche: un cervello pensante, la voglia di imparare, mettersi in gioco, scoprire nuovi stimoli e crescere.

E invece passano i giorni, mesi, si spera non anni, e ci si rende conto che tutto ciò a cui si aspirava non esiste, non è realizzabile – il che non è necessariamente una carriera con scalata al successo, che altro non è che sinonimo di fatturare all’interno di meccanismi capitalisti degradanti. L’aspirazione potrebbe essere anche soltanto la propria sussitenza, godendo del tempo libero senza provare una profonda disperazione, oppure dare il proprio contributo in qualcosa che nell’attuale epoca e società possa apportare un microscopico cambiamento. O mettere a frutto le proprie competenze per fini del tutto diversi, velleitari, ma non importa, non importa perchè è raro e rarissimo che possa accadere.

L’alienazione da ufficio

Nell’era della tecnologia, dove i prosumer più geniali hanno parola almeno tanto quanto insulsi influencer, il lavoro è cambiato: e questo si sa, e si vede. Una nuova forma di alienazione è ormai comunemente accettata, anche perchè meglio nascosta. Dietro cosa? Altri patetici inglesismi (content creator and seo strategist, che lavoro interessante sarà mai?, oppure site manager and store owner, che fascino!) e soprattutto dietro un tecno-capitalismo (parola di Demichelis) sempre più invasivo.

Non è solo l’affidare compiti umani alle macchine, e in particolar modo agli algoritmi, a espropriare l’uomo della sua capacità di pensare, anche se di certo l’automatismo ha preso il posto dell’uomo nel processo decisionale (e perfino predittivo) alla base di ogni creatività. Ogni uomo dinanzi a una macchina altro non è che un pezzo di quella catena di montaggio che si è evoluta ma non ha cambiato sostanza: permette ad alcuni di vantarsi di fare grandi cose (la parola all’ordine del giorno è: analysis, ho fatto analysis = ho ragionato), che comprende metodologie agili e un atteggiamento molto più (fintamente) disponibile, che prevede la bellamente agghindata idea di sharing, condivisione, e connessione costante, e in realtà? In realtà ci è richiesta una sola cosa: non pensare.

Non importa sapere chi c’è in alto, come si muovono le cose, perchè farle. Non importa se non siamo operai ma svolgiamo un lavoro (un tempo considerato) intellettuale. La legge è quella del mercato, l’imperativo è vendere e guadagnare, ad ogni costo; la catena di montaggio è più attiva che mai, a ciascuno si richiede una visione parziale di ciò che fa, eppure al tempo stesso si richiedono lauree specialistiche e master e stage e gavette, e disponibilità economica per studiare, e un grande cervello per superare esami e leggere e e aspirare a cambiare il mondo, e poi?, l’obiettivo è l’unica cosa che conta: vendere. Vendere, vendere, vendere. E di conseguenza il nostro cervello conta solo per apportare più strategie, di vendita chiaramente, più competitività rispetto agli altri. Il nostro cervello è lì per fare click, eseguire ordini prestampati da qualche altro non pensante, o che pensa come le macchine, o che pensa a-criticamente. La distanza col prodotto finito è incommensurabile, essendo esso immateriale e soprattutto incompreso e incomprensibile. Menti assoggettate a volte ignare della logica che le comanda si sentono appagate (o trionfie) nel rispecchiare quei canoni di flessibilità, creatività, adattabilità che vengon loro richieste dalla società. E più sono affini più sentono di riuscire e di essere socialmente accettati.

Con il risultato di avere una serie di cervelli atrofizzati, pieni di potenzialità sprecate, che si limitano a fare gli stessi clic per giorni mesi e anni.

Tempo in vendita

Ad essere in vendita è anche il nostro tempo, naturalmente. Si offrono 40 ore lavorative settimanali (una fetta enorme di vita) per godere di soldi da spendere in quel pochissimo tempo che ci resta a disposizione. E che non basta mai, perchè nonostante la presenza di macchine tecnologiche che prendono il nostro posto, il tempo per noi anzichè aumentare diminuisce, accelera, ci schiaccia.

Nella modernità gli attori sociali hanno sempre più l’impressione che il tempo stia loro sfuggendo, che sia troppo breve. Sembra che il tempo sia percepito come una materia prima da consumare al pari del petrolio e che, come questo, sta diventando sempre più caro e costoso. […]
In un certo senso l’accelerazione conduce direttamente alla disintegrazione e all’erosione delle nostre relazioni sociali: non riusciamo a integrare gli episodi delle nostre azioni e della nostra esperienza (e degli oggetti che acquistiamo) nella totalità di un’esistenza e di conseguenza siamo sempre più staccati e sganciati dal tempo e dallo spazio della nostra vita, dalle nostre azioni ed esperienze e dalle cose con cui lavoriamo e viviamo.

Hartmut Rosa

Le posizioni di potere si acquisiscono, nel mondo lavorativo, soltanto attraverso la velocità, la prontezza come forma di adattamento rapido, un certo grado di superficialità e di dedizione al consumismo. E più si ha potere, più si vende, più si guadagna, più si legittima un sistema malato in cui non c’è spazio per i pensatori, ma solo per macchine che cliccano su altre macchine.

“Tutti sono comunque micro-capitalisti e felici di esserlo”, dice Demichelis. E come dargli torto. “E alienato è oggi quell’individuo che si crede libero (a cui viene fatto credere di essere libero e autonomo) grazie a una rete che è invece e piuttosto il nuovo mezzo di connessione/produzione capitalistico e di produzione di nuove gerarchie e, insieme, la più grande agenzia di controllo e di pubblicità/marketing della storia.”

Siete mai passati in un ufficio di oggi? Giovani al computer, postazioni come galere a cui stare inchiodati per otto ore al giorno, e tanti clin clin da tastiera. L’evasione? Un video su youtube rubato a pausa pranzo, e la macchinetta del caffè. Cos’è che fai di preciso?, ti chiedono dei colleghi, e rispondi in vari modi:

  • la verità: cose inutili di cui non mi importa un accidenti
  • la mezza verità: la digital marketer specialist, ossia clicco cose analizzandone altre per venderne molte e guadagnare
  • la bugia: “gestisco”, “analizzo”, “creo”, “programmo”, quando basterebbe sintetizzare con “eseguo”

Non che si faccia di tutta l’erba un fascio. Esistono ancora, forse, lavori non opprimenti, non alienanti, con scopi altri, ma il principio non varia. Prima si assemblava in fabbrica, adesso si assembla sul web. Tu scrivi il codice, io lo testo, egli lo approva, essi lo fixano, e gli altri lo “skinnano”, e il manager lo mostra al compratore, e il compratore lo mostra al cliente, e il cliente rimanda il feedback, che arriva al project manager, che lo passa al team, che lo rinvia ai designer, che lo rinviano agli analisti dei dati, che migliorano le vendite del prodotto che al mercato mio padre comprò.

Psicosomatismi da lavoro

Eppure siamo sulla stessa barca, e tra colleghi – se si ha il coraggio di essere sinceri – lo si dice: che vita è mai questa?, quale il fine, dove sono i desideri, perchè ci son rimasti solo i bisogni?, ma perchè non apriamo un bar in riva al mare?, ma di consolatorio c’è poco nello scoprire una condizione collettiva, non individuale, da cui nessuno può uscire.

Ma la carezza sociale che lusinga il bravo cagnolino che ha progredito nella carriera non è in genere sufficiente, neppure con l’aiuto dei tranquillanti, a far sparire il conflitto. Il quale continua in profondità la sua opera devastatrice e si vendica affondando nella carne sottomessa il ferro rovente delle malattie psicosomatiche.

Herni Laborit

E via con ansie, psicologi, pillole per la colite, pillole energizzanti, meditazione, coaching per rilassarsi, e sensi di colpa a go go. La disperazione della lotta contro il tempo si traduce in un bisogno impellente di catalogazione: la lista del to-do giornaliera, dei libri da leggere per combattere l’atrofia cerebrale, gli eventi a cui andare sforzandosi contro la stanchezza e il sonno. La lotta per non addormentarsi troppo presto, altrimenti si vive solo per ufficio-spesa-dormire, ufficio-lavatrice-dormire, ufficio-corsetta-aspettiamoilweekend. E ci muove l’idea di dover fare sempre meglio del giorno precedente, dell’anno precedente. Per essere più produttivi non solo al lavoro ma nella vita, per essere sempre al meglio di sè dimenticandosi che a volte il meglio è racchiuso nel prendersi spazi vuoti.

Per alcuni la risposta è la rassegnazione, per altri è la fuga nell’immaginazione. Per molti è la ricerca dell’alternativa, per altri è la consapevolezza di dover accettare una vita da precari angosciati, da automi.

La società dei cervelli atrofizzati è quella che esclude ogni forma di pensiero deviante, di pensiero indipendente, che esige conoscenze tecnico-scientifiche perchè le uniche a contribuire al progesso e sempre, sempre, alle vendite. Gli emarginati sono coloro che si rifiutano di far parte di questo sistema, mentre i più infelici sono coloro che hanno sperato di potervi far parte senza rinunciare al proprio sè e si ritrovano, invece, a contribuirvi rinuniciando a tutto. Vendendo se stessi.