Hic Sunt Leones. La grande regressione e il valore delle cose

E’ la sventura dei tempi che i dementi debbano guidare i ciechi.

Re LEAR, WILLIAM SHAKESPEARE

Si dice che la locuzione “Hic sunt leones” venisse utilizzata per indicare le zone ancora inesplorate dell’Africa e dell’Asia, a segnare sull’allora mappa conosciuta del mondo che lì, dove c’erano i leoni, l’uomo non era ancora giunto. Oggi l’uomo pare che sia arrivato ovunque e abbia tra le mani l’intero globo e, nonostante ciò, ci troviamo dinanzi al tracollo: economico, finanziario, ambientale. Descrizione perfetta della situazione sarebbe, secondo l’economista e giornalista Raj Patel, la sindrome di Anton, condizione clinica in cui l’individuo è cieco ma non se ne rende conto ed è convinto di vedere. Così si comporterebbe l’umanità, affidandosi ciecamente ai mercati in cui lo scambio è guidato non dai bisogni ma dai profitti.

Da quando Smith aveva immaginato l’economia come una sfera autonoma, esisteva la possibilità che il mercato non fosse solo un pezzo della società, ma la società nel suo complesso. All’interno di tale società, gli uomini e le donne hanno bisogno solo di seguire il proprio interesse personale e competere per le risorse scarse. Attraverso la concorrenza “diventa possibile“, come ha scritto il sociologo Will Davies, “discernere chi e che cosa ha valore“. […] Nella sua onniscienza, il mercato costituisce l’unica forma legittima di conoscenza, davanti alla quale tutti gli altri modi di riflessione sono parziali, in entrambi i sensi della parola: comprendono solo un frammento di un intero e rispondono a un interesse particolare. A livello individuale, i nostri valori sono solo personali, o semplici opinioni; a livello collettivo, il mercato li converte in prezzi, o fatti oggettivi.

Stephen METCALF, “The Guardian”

Il valore delle cose è proprio il titolo del saggio di Raj Patel che spinge il lettore a una profonda riflessione. Seppur appaia lapalissiano che i numeri non possano quantificare il valore di molte delle cose che ci circondano (le più importanti, come il tempo), viviamo in un mondo guidato dai prezzi; viviamo in una società in cui il prezzo è l’indice sbagliato di un’economia, quella capitalista neoliberale, che ha fallito. Le dimostrazioni di questo fallimento sono tante, ovvie, date dalle continue crisi che affliggono il mondo intero, eppure tendiamo a considerarli casi isolati, come se non fossero tutti i sintomi della malattia neoliberista. “Oggi è sempre più evidente che le ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile cambiare prospettiva?“, si chiede l’antropologo Jason Hickel.

Bisognerebbe dapprima esssere d’accordo su una cosa: qualcosa è andato storto e si deve modificare profondamente il sistema vigente.

Siamo prigionieri di una cultura e di una politica che sostengono che i mercati deregolamentati siano la maniera di definire correttamente il valore del mondo, e che l’azione illimitata di domanda e offerta possa condurre il mondo verso la perfezione. Questo paradigma, oltre ad essere delirante, deforma la nostra maniera di vedere gli altri. L’abitudine a concepire le persone che ci cicorcondano come semplici co-consumatori ci impedisce di cogliere i legami più profondi che esistono tra di noi, e stravolge anche le nostre scelte politiche.

raj patel

Breve storia triste: il neoliberismo è nato con la brillante idea che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica (idea applicata dalle politiche di Reagan, con Alan Greenspan, nel 1987, e in parallelo da Margaret Thatcher in Gran Bretagna). I teorici sostenitori del neoliberismo furono Hayek e Milton Friedman, anche vincitori del Premio Sveriges Riksbank per l’economia nel 1974, ed eccoci oggi nel 2019 convinti che la libertà individuale si possa raggiungere soltanto attraverso un mercato libero.

Il professori universitari di economia sostengono che molti studenti oggi diano per scontato che l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – sia naturale e inevitabile. Ma non lo è affatto. “Il modello neoliberista è stato creato – intenzionalmente – da specifiche persone. E poiché è stato creato dalle persone, può essere annullato dalle persone. Non è una forza della natura, e non è inevitabile; un altro mondo è infatti possibile”, afferma ancora Jason Hickel.

L’infelicità dell’homo oeconomicus

Il paradosso di Easterlin: quando aumentano reddito e benessere economico la felicità umana aumenta, ma solo fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire. Dall’analisi della felicità in rapporto al PIL, è emerso che nei Paesi industrializzati le persone sono più stressate e infelici, anche perchè la felicità oggi consiste nell’ottenere un livello di consumi simile a quello dei propri pari. Se le condizioni altrui migliorano l’individuo si sente frustrato, e più guadagna e più sentirà la falsa esigenza di dover guadagnare di più per permettersi lo stile di vita a cui agognano gli altri suoi pari (e via con malattie psicosomatiche e yoga e psicologo e quant’altro). L’uomo di oggi, l’homo oeconomicus che sottosta ai mercati, è soggiogato da un mondo che non fa che manipolarlo in modi molteplici e sottili.

Patel riporta un esempio molto semplice, che è quello dei beni gratuiti. Le grandi multinazionali, che si nutrono di soli profitti varcando e sfondando la soglia di legalità ed etica, annunciano una grande offerta: chiunque verrà in negozio il giorno tot riceverà un bene gratuito. Dov’è l’inganno in questa tecnica di marketing? É chiaro che i consumatori, una volta lì, acquistieranno anche altro (ad esempio, se il pasto è gratis le bevande saranno a pagamento, ma noi pensiamo che il gioco valga comunque la candela). Sembrerebbe a noi un’opportunità imperdibile se però non ci fosse un costo nascosto dietro tutto ciò: l’azione di attirare nuovi clienti con la gratuità dei prodotti è un modo per creare nuovi consumatori, inducendoli a tenere un comportamento consumistico che non avrebbero forse assunto senza l’offerta in questione, e dunque si modificano le sue scelte e i suoi gusti; ma soprattutto, ciò che a noi sembra gratis non lo è davvero, perchè qualcuno dovrà pur pagare per quel prodotto che ci viene presentato. E se a pagarne non saremo noi, allora chi? L’ambiente, le piccole aziende schiacciate dalle corporation, i lavoratori sottopagati. Non un dettaglio da poco.

L’esempio pratico Patel lo riporta citando la Nokia, che utilizza la columbite le cui miniere si trovano in Congo. Mentre l’azienda fattura ogni anno di più offrendo prezzi convenienti a noi compratori, in Congo ci si bagna in guerre di sangue e i lavoratori per guadagnarsi da vivere devono lavorare il doppio di prima in una situazione instabile, pericolosa, degradante.

Il neoliberismo ha portato livelli di disuaglianza sociale mai visti prima nella storia dell’umanità. Secondo i dati del censimento di salari e produttività negli USA dal 1960 al 2000, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% ( U.S. Census Bureau, Historical Income Tables: Families). Diciamo pure che Jason Hickel in “Breve storia del neoliberismo” afferma senza peli sulla lingua che:

Se la politica neoliberale ha portato a tassi di crescita economica peggiori (e in molti casi stagnanti o in calo), allora il rapido accumulo di ricchezza da parte di persone ricche e Paesi ricchi non è avvenuto solo appropriandosi della poca crescita, ma più efficacemente rubando ai più poveri.

jason hickel

Governi: la regressione

Chi è il naturale oppositore dello scellerato homo oeconomicus, fautore della sua stessa infelicità? I governi dovrebbero essere l’antitesi delle corporation, ma come abbiamo accennato, hanno sposato la teoria neoliberista dando il via a privatizzazioni selvagge, il tutto con conseguenze molto rilevanti soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Ci si aspetta che i governi siano antitetici alle corporation, che siano mossi da motivazioni alquanto diverse da quelle spingono l’homo oeconomicus […] Sembra che i governi e le istituzioni pubbliche possano correggere i fallimenti del mercato, agendo non in modo da massimizzare i profitti ma il benessere dei cittadini e demercificando i beni e i servizi che la società considera importanti. […] Tuttavia, i governi non operano in una sfera distinta e separata da quella del capitalismo moderno. […] esiste una classe di beni i cui benefici sociali sono superiori a quelli individuali, e che per loro natura devono essere forniti attraverso canali diversi dal mercato: sono i cosiddetti beni pubblici.

raj patel

Peccato che i beni pubblici sembrino andare a male, aggiunge lo scrittore. I tempi bui in cui siamo piombati adesso, con l’espansione di populismi di destra e la totale scomparsa della sinistra, sono spiegati e interpretati ne La grande regressione, saggio edito Feltrinelli, da quindici intellettuali tra cui Bauman e Fraser. Sono sviscerati i motivi dell’ascesa al potere di burattinai che fanno leva sulle migrazioni – contro di esse – per conquistare il favore di elettori sempre più stanchi. La conseguenza dell’attuale situazione politica deriverebbe proprio dal fallimento del mercato neoliberale. La globalizzazione ha di fatto abbattuto numerose frontiere che, adesso, gli occidentali tentano disperatamente di innalzare per difendere un nazionalismo che, in realtà, è solo il tentativo di ricerca di un benessere che non esiste più.

Gli intellettuali sono tutti d’accordo nell’affermare che la disparità è a livelli mai raggiunti in passato, e che è in atto un processo di multiculturalismo per cui è impensabile innalzare davvero barriere a quanti vengono in Europa. Se però la destra ha grande presa sugli elettori è perchè, puntando su concetti di sovranità e nazione, regala l’illusione che sia possibile tornare a tempi di sicurezza economica adesso impensabili.

Quando inizio le mie discussioni su tutte le conseguenze nocive derivanti da una società interamente basata sul mercato, la maggior parte delle persone mi risponde: e allora?, la soluzione quale sarebbe?, vorresti tornare al baratto? Certamente no. E certamente neanche Raj Patel, il cui parere conta più del mio, ma bisogna ammettere che “scegliendo di valutare il mondo attraverso i mercati, si sceglie il principio per cui chi ha più denato ottiene di più.” La risposta potrebbe allora, secondo l’economista, risiedere nei common.

Con common si intende una risorsa, spesso la terra, e l’alternativa proposta è l’utilizzo di queste risorse comuni regolate e negoziate in funzione di ecologia e comunità. Peccato che con il capitalismo la privatizzazione abbia sottratto innumerevoli beni alla gestione comune. Governi e corporation continuano a recintare foreste e terre agricole (spesso, nei paesi in via di sviluppo, con la scusa di aiuti umanitari) e di fatto i sistemi di gestione collettiva delle risorse sono fortemente scoraggiati.

Se in un regime capitalista il denaro è il diritto di avere diritti, capirete che la libertà offerta dal mercato è illusione, poichè non offre scelte a chi non può permettersele. In poche parole, a pagare sono sempre le minoranze. Come i pescatori del Pakistan, che si vedono sparire il pescato dai mari, unica loro fonte di sussidio, per il permesso accordato dal governo alle corporation di pescare nel loro mare. Ma a chi importa se noi andiamo al supermercato e ce lo troviamo lì, bello imbustato nella plastica?

Contromovimenti di salvezza

Il compito principale di un movimento sociale è di rimettere i ricchi al loro posto.

Shamita naidoo

Un po’ vien da disperarsi, al pensiero di quanto l’umanità si sia rovinata con le sue stessi mani. Ma tutti contromovimenti attuati da coloro che non hanno risorse per vivere sembrano dare un minimo di speranza anche a chi, consapevole di ciò che sta accadendo, non ha le armi per combattere un sistema che fagocita tutto.

Un esempio positivo che riporta Patel è Via Campesina, un movimento internazionale di contadini che difende la piccola agricoltura sostenibile, in lotta contro la distruzione dei common, sostituiti da una falsa democrazia.

Non è l’unica organizzazione che si è rivelata una buona controparte nella lotta al capitalismo. Esistono validi esempi di bilanci partecipativi riusciti (come a Porto Alegre in Brasile), in cui tramite assemblee partecipative i cittadini decidono cosa fare dei fondi destinati al quartiere, tanto che essi siano non più consumatori ma partecipi della vita politica con metodi democratici.

Altro esempio è la Ciw, la Coalition of Immokale Workers, un’organizzazione di lavoratori basata sui diritti umani che lotta contro il traffico di esseri umani e la violenza di genere al lavoro. La loro storia inizia con la denuncia di schiavismo dei raccoglitori di pomodori in Florida, ed è proseguito con il lancio del Fair Food Program, in cui hanno ingaggiato grandi corporation che potessero appoggiarli contro lo sfruttamento dei lavoratori. Hanno preso accordi con McDonald, per dirne uno. Il Fair food program è una partnership tra i coltivatori, i contadini e le aziende di retail food per garantire condizioni minime salariali e di sicurezza ai lavoratori che raccoglono frutta e verdura. Inoltre, vorrebbe dar voce ai contadini nelle decisioni che influiscono sulla loro vita, aspirando a maggior controllo sul potere del consumo.

Dalle scommesse per il cibo al free software, i movimenti sociali si pongono all’avanguardia delle pratiche politiche e dell’economia, cercando di creare nuovi modi di contollare il mondo senza possederlo.

raj patel

Ciò che è importante comprendere, e che ribadisce anche Patel, è che è la passività della maggioranza a consentire ai potenti di governare. Se noi tutti cercassimo di essere meno assenti e più consapevoli di ciò che ci circonda, si potrebbero trovare soluzioni alternative valide ed efficaci.

Insomma, come suggerisce Paul Mason, “di fronte a Trump, alla Brexit e alla disintegrazione dell’ordine globale, è l’élite politica di centro a provare sentimenti di rassegnazione e incredulità. Alla classe di lavoratori interconnessi spetta il compito fondamentale di allearsi con gli internazionalisti delle comunità lavoratrici delle piccole città, coltivare ciò che resta della narrazione che ha permesso alla vecchia generazione di soffocare il razzismo e fonderare tutto ciò con una narrazione di speranza per il futuro.

Fonti: La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, 2017, di H. Geiselberger (a cura di) ; Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, 2012, di Raj Patel; Breve storia del neoliberismo, 2018, di Jason Hickel, tradotto da Margherita Russo.