La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead

Il romanzo vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award 2017: cos’ha questo libro essere al centro di grandi dibattiti?

SINOSSI: Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento, la giovane schiava nera Cora decide di tentare la fuga dalla piantagione di cotone in cui vive in condizioni disumane, e insieme all’amico Caesar comincia un arduo viaggio verso il Nord e la libertà. Servendosi di una misteriosa ferrovia sotterranea, Cora fa tappa in vari stati del Sud dove la persecuzione dei neri prende forme diverse e altrettanto raccapriccianti. Aiutata da improbabili alleati e inseguita da uno spietato cacciatore di taglie, riuscirà a guadagnarsi la salvezza? Grazie alla brillante invenzione fantastica di una «ferrovia sotterranea», Colson Whitehead dà forma concreta all’e­spressione con cui si indica, nella storia degli Stati Uniti, la rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi nella loro fuga. Con questo romanzo offre una testimonianza scioccante – e politicamente consapevole – dell’eterna brutalità del razzismo, e al tempo stesso dà vita a un’appassionante storia d’avventura che per ritmo e colpi di scena ricorda i western pulp di Quentin Tarantino, e che ha al centro una moderna e tenacissima eroina femminile. Unica opera degli ultimi vent’anni a vincere sia il National Book Award che il Premio Pulitzer, La ferrovia sotterranea è già destinata a diventare un classico.

Se cercate un libro senza mezzi termini, che spinga a riflettere e vi faccia anche arrabbiare e soffrire, è questo il libro giusto.

L’idea di base è fantasiosa, inverosimile, ma comunque ben riuscita. “La ferrovia sotterranea”, infatti, era in realtà una rete clandestina che aiutava gli schiavi a nascondersi o salvarsi, ma l’autore l’ha convertita in una ferrovia reale con tanto di treno che, attraversando gli Stati Uniti d’America, portava fisicamente gli schiavi fuggiaschi da un posto all’altro. Non verrà mai spiegato come, e in quanto elemento di fantasia, il lettore accetta di buon grado la presenza quanto l’impossibilità della sua costruzione.

Questo semplice espediente però permette a Whitehead di costruire una storia d’avventura che crea davvero l’ansia di voler sapere, di continuo, come andrà a finire. Il mondo che si delinea, tuttavia, è dipinto di una violenza inaudita, descritta senza pathos: la violenza parla da sè attraverso la descrizione delle azioni, e per questo si fa ancora più cruda. La si sente sulla pelle quella violenza, tanto da sentire di doversi proteggere durante la lettura.

Una violenza che risveglia

Siamo testimoni muti di una ferocia e una disumanità che, tuttavia, non sono inventate, non sono finzionali, o almeno non del tutto: ciò che che viene descritto, per quanto romanzato, accadeva nel mondo reale, e non così tanto tempo fa come si può credere. Quattro generazioni fa il problema era ancora lì, non in un passato così remoto, e questo scuote le coscienze a riflettere: quanto il razzismo oggi è ancora vivo? E soprattutto, quanto ha scontato la popolazione nera sol per il fatto di aver la pelle nera? Quanto i bianchi avrebbero da farsi perdonare, semmai fosse possibile?

Nessuna catena legava le disgrazie di Cora alla sua personalità o alle sue azioni. Aveva la pelle nera, ed era così che il mondo trattava i neri. Niente di più, niente di meno.

L’ambientazione iniziale è la piantagione dei Randall, padroni bianchi spietati, per usare un eufemismo: le punizioni inferte agli schiavi sono abominevoli, crudeli è dire poco, a volte si fa perfino fatica a leggere quelle torture che sono davvero brutali. Infastidiscono, torcono lo stomaco, eppure sono efficaci per descrivere il clima di paura e terrore tra gli uomini costretti a lavorare senza fine, in ogni condizione. Abbiamo letto a scuola della tratta degli schiavi, della malnutrizione e dei maltrattamenti, ma sono sembrate parole lontane: ecco perché questo romanzo ci voleva, a colmare un vuoto nella storia dell’umanità, troppo spesso dimenticata. Leggere invece, pure con coinvolgimento, di torture e abomini fa sentire il lettore bianco dalla parte sbagliata, un complice non voluto ma di cui vergognarsi profondamente; e fa sentire il lettore bianco, nero, orientale, di ogni genere, semplicemente ferito: questa storia è una ferita aperta e sanguinante.

Come è stato possibile tutto ciò?, è la domanda che si affaccia di continuo. Si vorrebbe tornare indietro e cancellare la storia e le ingiustizie: oggi diamo per scontato (non tutti, purtroppo) che siamo tutti uguali, e dobbiamo avere tutti gli stessi diritti. Siamo esseri umani, in primis. Troveremmo ridicolo che una persona di colore non possa sedersi in autobus, ma sarebbe assolutamente impensabile considerarla inferiore, una bestia, una merce da scambiare, una forza lavoro e basta. Invece era proprio così, e lo si sente realmente attraverso la scrittura di Whitehead che non fa sconti, non indora mai la pillola. Lascia che siano i fatti a parlare.

Un’eroina senza speranza

Quando Cora, durante una notte di luna piena che illuminasse il sentiero buio, decide di fuggire, inizia il ritmo da batticuore del romanzo. Una fuga della speranza, piccola, quasi un’utopia, in cui però il lettore già crede fermamente. Incoraggia fin da subito la sua eroina, che ha però davanti a sè ostacoli infiniti e insormontabili.

Che razza di mondo è, pensò Cora, quello in cui una prigionia perenne è il tuo unico rifugio? Era libera dalla schiavitù o ancora sotto il suo giogo come descrivere la situazione di una fuggiasca?

La potenza del romanzo, tra le altre cose, sta proprio nella forza della protagonista: da quando si lancia su un bambino per prendere le frustrate al suo posto, facciamo il tifo per lei. Dopo la fuga, lo scrittore non ci dà mai pace: ogni volta che tendiamo a rilassarci, a pensare “finalmente in salvo”, accade qualcosa di terribile a causa del mondo razzista, ingiusto, bianco.  Anche tutti coloro che si espongono per aiutare gli schiavi, ossia gli abolizionisti, finiscono per pagarla molto cara. È un mondo che non dà tregua, che non dà valore alla vita umana.

A Cora stessa accade di tutto: mesi sottoterra senza cibo e acqua, mesi in una stanza che era una fornace di pochi metri, mesi trasportata in catene con le piaghe ai polsi , al collo e alle caviglie. Sembra non ci sia mai fine alla sopportazione dei dolori umani, eppure tuttavia gli uomini non smettono mai di sperare, e di voler continuare a vivere. Non manca alla trama uno spietato cacciatore di schiavi, Ridgeway, che è ossessionato dalla cattura della ragazza, poichè anche sua madre tempo prima era sfuggita alla sua condizione, senza mai tornare. I pericoli sono ovunque, imminenti e concreti, tanto da togliere il fiato.

Interessante il diverso modo di affrontare il tema della schiavitù nei diversi stati, dal Sud verso Nord: seppur una storia di narrativa, La ferrovia sotterranea diventa uno spaccato sulla storia degli Stati uniti nell’Ottocento. Un racconto con il ritmo del romanzo di avventura che tuttavia, nella sua crudezza, finisce per lasciare il lettore profondamente scosso.

«Non c’è spazio per nessun sentimento dentro quest’America brutale. L’unico legame possibile ed efficace è quello che lega la vittima al suo carnefice, un abbraccio disgustoso, un groviglio fisicamente inscindibile dal quale uno solo potrà salvarsi, uno solo sopravvivere» – Elena Stancanelli, D-La Repubblica

Per leggere l’intervista all’autore: https://www.illibraio.it/colson-whitehead-609342/

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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