La danza, il corpo, i limiti

La danza, il corpo, i limiti

Riflessioni di una (che fu) ballerina

Evito, ci ripenso, lascio stare: eppure dopo un percorso di vita e di danza, in cui l’una non prescindeva l’altra, posso forse scriverci su. Che cos’è la danza lo sanno tutti, ma cosa significhi davvero praticarla, anche professionalmente, non è di facile intuizione. Perchè è uno sport oltre che un’arte, perchè è fisica oltre che mentale, perchè è viscerale e, soprattutto, estremamente selettiva, esclusiva. Tutto ciò la rende super partes, la differenzia dalla musica e dal teatro, dalla ginnastica e dalla pittura.

Cos’è che rende la danza una disciplina e un’arte al tempo stesso totalizzante e limitante? Il corpo, il proprio corpo. Perchè non abbiamo tutti le stesse potenzialità, e fin da bambini la frase che viene detta è : “La danza è di tutti, ma non per tutti“. Questo la rende già dogmatica e irremovibile, perchè una buona, un’ottima tecnica non riparerà mai a dei difetti (che non lo sono affatto al di fuori di questo campo semantico) incorreggibili. Si impara in fretta quali sono i limiti del proprio corpo, come modellarli e migliorarli. A volte, accettarli, seppur con serie difficoltà. Il confronto con le proprie mancanze è continuo ed estenuante, ma non è l’unico metro di giudizio su se stessi che si adotta.

Lo specchio, l’altro

Il primo metro di giudizio è lo specchio, lì di fronte a ogni lezione e ogni prova, distorta realtà e giudice della discrepanza tra ciò che sappiamo in teoria, che sentiamo dentro – dal cuore alla muscolatura, e ciò che non viene fuori come vorremmo, o come vorrebbe il coreografo. Lo specchio è rivelatore non soltanto della riuscita di un movimento, della sua qualità, ma anche delle differenze che intercorrono tra un corpo e l’altro.

Perchè l’altro diventa metro di paragone fin dalla tenera età. Lei sa farlo e io no. Io so farlo meglio di lei. La usa gamba arriva alla sua testa, la mia no. Questa caratteristica insita nella danza, per quanto sia un’arte e come tale con un ampio fattore di soggettività ed espressione personale, in realtà è terreno fertile per la competitività. Perchè la danza non è parola, è corpo che si muove, e non tutti i corpi sono uguali nè si muovono allo stesso modo. Il proliferare di concorsi e scuole in ogni dove ha accentuato un antagonismo di fondo difficile da sradicare, specialmente in Italia.

Anche il più forte e il più onesto ballerino, che non conosce invidia alcuna e osserva l’altro solo per imparare, sa che in una coreografia dove si necessita una sinergia di gruppo, non può ignorare nè la tecnica nè l’altro. E se l’altro riesce meglio (per comunicatività, interpretazione, qualità) bisogna rincorrere una almeno pari livellatura. Anche a modo proprio, anche forzando ciò che non si ha, lavorando dieci ore in più, o adottando degli escamotage. L’altro si manifesta quindi non soltanto come rivale, ma anche come riflesso di un sè manchevole.

Lo specchio, l’io, l’altro sono i tre elementi di costante confronto che si palesano attraverso il corpo. E ciò che bisogna disciplinare è il controllo su questo corpo che sfugge, che necessita di allenamento senza sosta, di privazioni (di cibo) e di riposo. Il ballerino che non possa controllare il proprio corpo non potrà mai sentirsi tale, anche se per arrivare a una piena consapevolezza del proprio sentire ci vuole uno studio quasi a parte, psicologico. Non è ovvia la propria percezione del movimento, e di certo non lo è la sua resa.

Entropia Dance Company
Entropia Dance Company

L’altro che compone

Spesso, a decidere i movimenti del corpo, è un altro: il coreografo. Non sempre lavora sugli elementi che ha, ma su un immaginario di corpi perfetti ed elastici, sinuosi e muscolosi. Il coreografo più in gamba modella le proprie creazioni in base agli interpreti che ha di fronte, ma tale fortuna è purtroppo rara.

Il ballerino deve essere tramite delle emozioni e dei movimenti altrui, interprete di qualcosa che non è non suo rendendolo proprio. Fagocitarlo e danzarlo. Danzare l’altro è al tempo stesso uno stimolo infinito, tante quante sono le possibilità di interpretazione, eppure richiedere la fuoriscita di emozioni è anche, in un qualche modo, un atto di violenza. Il coreografo deve suggestionare i propri danzatori affinchè entrino nella visione che egli ha del pezzo, imponendo la propria personalità in un continuo conflitto tanto proficuo quanto sfiancante. La condizione ideale per danzare una coreografia sarebbe discutere delle intenzionalità dei movimenti e dell’idea del suo creatore, una pratica non sempre attuata.

Nella danza a vincere è la volontà, perchè tutto si deve volere ferocemente. Anche dopo lo scontro con limiti su limiti, anche a faticare il doppio dei dotati per natura. La volontà fa i tre quarti del lavoro del ballerino, che non può darsi pace. La danza richiede devozione, e bisogna distruggere ogni insicurezza, essere vanesi, sgomitare. Troppo spesso la danza è un atto di forza che soltanto i più inflessibili riescono a sostenere.

Il dolore come mezzo

Forzare il proprio corpo è disciplina, e dunque accettazione del dolore. Il dolore sorge durante lo sfibrante lavoro su di sè, sia fisico che psicologico. Lottare con la sofferenza è il fulcro di ogni passione, e nessun amante può escludere una certa soglia di dolore e amore. Per ciò che si fa, per come lo si fa, e per come si vorrebbe farlo senza riuscirvi. Per quella completezza che in realtà non si raggiunge mai.

C’è il dolore appagante, quello che si attraversa dopo tentativi e forzature. Quello del “ce l’ho fatta”, un mezzo immancabile nella danza perchè fa male tutto, i tendini e i piedi e la schiena, tutto sembra innaturalmente contorcersi e la performance finale non è esente da sforzi e sacrifici. Quel dolore è realmente gratificante, come aver avuto le doglie e ritrovarsi dinanzi, pur senza vederlo, il frutto delle proprie fatiche.

E poi c’è il dolore terribile, da cui non si fugge, la consapevolezza di non poter essere diversi da ciò che si è. Arriva il momento in cui lo si sa, in cui la tecnica stessa impedisce di proseguire oltre i propri studi: non essere abbastanza pur senza accontentarsi di ciò che si è, per migliorarsi sempre. La realizzazione che anche dieci anni di studio non ci doneranno quelle doti che avremmo dovuto avere alla nascita. L’accettazione della mediocrità può essere amara, indigeribile. Porta a cercare altre strade, anche perchè la vita del ballerino è breve e la giovinezza è la sua fecondità.

La connessione col proprio sè

Esiste un altro tipo di danza, che fa divertire, smettere di pensare, sentire leggero? Naturalmente sì. Esiste eccome, ma la spensieratezza non è passione, e ogni amante conosce difetti e glorie, sconfitte e vittorie.

Il dolore del danzatore è anche la fine, il sipario chiuso e la domanda nascosta. E adesso?, serpeggia nelle menti stanche. Si sente il bisogno di vedere video, di sentire commenti, di capire cosa è stato di tutto quel dolore e di quella gioia, di quella sensazione di immortalità sul palco. Ritornati nel proprio corpo di esseri finiti, i danzatori provano un senso di vuoto. E ricominciano, perchè la danza quel vuoto lo colma, riempe la testa con sensazioni corporali, umane. E non vuoi smettere di provare, perchè la danza ti fa sentire vivo come nessun’altra arte riesce.

La connessione con le proprie emozioni e il proprio sentire è talmente forte che, poi, senza la danza risulta impossibile trovare una medesima strada per comunicare con se stessi. Consiste proprio in questo la maledizione: la danza diventa indispensabile ma è al tempo stesso una madre severa e troppo esigente da cui è difficile sottrarsi. Pulsioni di vita e di morte (Eros e Tanatos) sono alla base della danza, e non si può fare che amarla e odiarla al tempo stesso, metafora della vita e della finitudine.

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