La casa del sonno di Jonathan Coe

Nessun dorma. Questa l’aspirazione, il progetto del dottor Dudden, uno scienziato frankeistaniano che auspica che un giorno gli umani non abbiano più bisogno di dormire. Perché il sonno, privandoci di tantissime ore di vita, è una malattia. Da curare.

Su questo presupposto Coe costruisce la trama de La casa del sonno, un libro che ha esattamente la sua firma in ogni parola e nello stile, a distanza di quindici anni dall’uscita del suo primo libro. La casa del sonno ha entusiasmato molti lettori e la critica, grazie alla sagacia del suo autore e alla genialità con cui si narra l’ossessione perno del romanzo. Io però continuo ad avere dei dubbi su Jonathan Coe. Bella idea, ottimo scrittore, trama che fa acqua da tutte le parti.

Eppure, a distanza di giorni dalla lettura, ancora rifletto di continuo sul mio rapporto col sonno, tanto da poter affermare che il romanzo di Coe ha centrato l’obiettivo.

L’ossessione

La storia di svolge su due piani temporali, uno passato e uno presente: il presente è all’inizio quasi incomprensibile, mentre il passato è lineare e ruota attorno alla vita di alcuni studenti, così come già ne La banda dei brocchi. I personaggi sono piuttosto simili, o almeno intellettualmente, e tutti ossessionati dalla qualità del loro sonno e dei loro sogni.

Sara è la protagonista principale, è narcolettica e confonde realtà e sogno, cosa che oltre ad essere preoccupante le regala una serie di figuracce e di episodi bizzarri. Robert si innamora perdutamente di lei, in un modo estremo e oserei dire, visto il finale, leggermente ossessivo. Ma Sara si fidanza con Veronica, la quale appare solo all’inizio per sviolinare un discorso contro il patriarcato. E poi c’è Terry, che è più sopra le righe di tutti: cerca di dormire almeno quattordici ore a notte per poi appuntarsi frammenti di sogni. L’ho amato solamente per i suoi cervellotici discorsi sul cinema, la sua passione. Con lui Coe si diverte a giocare particolarmente sul piano intellettuale, sfida che ho perso raccogliendone però con piacere gli spunti.

Sullo sfondo Ashdown, un college che poi si trasformerà nella rinomata Casa del sonno. Stesso luogo, scenari differenti, a sottintendere che tra i due lassi temporali molta acqua è passata sotto i ponti.

Chi dorme non piglia pesci

Se l’ossessione sul sonno permea la mente del lettore radicandosi in una sorta di inquietudine durante il proseguo della storia, il crescendo della tensione per l’attesa dello svelarsi di un mistero si arresta sul finale. L’attesa connessione tra il passato e il presente, rivelatrice di un’unica trama con colpo di scena, delude alquanto.

Probabilmente l’effetto sorpresa è attenuato dal fatto che Coe dissemina lentamente indizi su cosa sia accaduto ai personaggi nel presente del racconto, senza condensare il tutto in un unico evento che si era tuttavia ipotizzato. Lo svelamento della natura profonda di uno dei personaggi principali è sì inaspettato, ma a mio avviso marginale rispetto a ciò che speravo fosse conseguente della “follia sul sonno” che si è sostenuta per tutto il romanzo. La tematica dell’amore, alla fine, emerge con forza quasi mettendo in ombra quella del sogno che ha però pervaso ogni pagina.

Resta l’abilità straordinaria di Coe di cogliere la vastità di sensazioni e riflessioni umane, pur restando fermo in uno stile poco immaginifico e molto descrittivo.

« […] chi dorme è indifeso, è senza potere. Il sonno lascia anche gli individui più forti alla mercé dei più deboli e dei più imbelli. T’immagini cosa dev’essere, per una donna della tempra di Mrs Thatcher, per una donna della sua statura morale, essere obbligata ad accasciarsi quotidianamente in quella postura di sottomissione abietta? Col cervello disabilitato. Con i muscoli flaccidi, inerti. Dev’essere insopportabile.» «Non ci avevo mai pensato prima d’ora, » disse Terry. «Il sonno come grande livellatore. »

La casa del sonno

Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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