La canzone di Achille di Madeline Miller

Il punto più lontano dalle terre emerse

La canzone di Achille di Madeline Miller

So che si è parlato molto de La canzone di Achille, romanzo di Madeline Miller, che ha fatto impazzire gli adolescenti ma che ha ricevute anche buoni apprezzamenti da parte della critica: del resto l’autrice ha dottorato in lettere classiche e ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi all’università di Yale. Non una scema qualunque che riadatta un classico, per dirla in breve.

Gli dei non sono tenuti a essere giusti, Achille. E dopotutto forse il dolore più grande è quello di chi viene lasciato da solo sulla terra. Non credi?

Ho acquistato La canzone di Achille non per lo spirito young adult che ancora alberga in me, ma perché dopo la mia quarantena addormentandomi con Baricco con il suo adattamento teatrale, non potevo perdermi l’Iliade raccontata dal punto di vista di Patroclo.

Certo è che in tal caso la storia d’amore prende un tantino troppo il sopravvento, ma è anche vero che la Miller ha dato voce alla relazione tra Achille e Patroclo facendo loro un gran tributo che si trasforma in una trasposizione moderna, ma mai volgare e forzata.

Therapon fu il termine che usò. Un compagno d’armi legato a un principe da un giuramento di sangue e amore. In guerra, questi uomini erano le guardie d’onore; in pace, i consiglieri più vicini.

La Miller ci fa entrare completamente nella vita di un Patroclo che é un non sentirsi mai abbastanza, il principe diseredato da un padre più spietato che severo; portato per dedicarsi alla guarigione più che al far guerra, timido, arrabbiato, bisognoso di essere amato. Vediamo un Patroclo folograto per l’amore irruento per un Achille inedito, fragile nella sua condizione di semidio, ingegnoso e coraggioso, ma anche così umano da sapere accogliere Patroclo nella sua vita senza reticenze.

Il tormento infinito dell’amore e del dolore, Forse in un’altra vita, avrei potuto rifiutare, avrei urlato strappandomi i capelli, lo avrei lasciato solo ad affrontare la sua scelta. Ma non in questa. In questa sarei salpato per Troia e lo avrei seguito, persino nella morte.

Insomma, la storia d’amore è toccante ed epica, tragica nel suo dipanarsi verso un finale già noto, ma attuale pur calata in un mondo antico che ha regole diverse. Inoltre, molti accadimenti e personaggi traslati dalla Miller assumono una nuova chiave di lettura, il che non può che significare una cosa: l’universalità di un’opera come l’Iliade ne permette e permetterà sempre infinite evoluzioni, immortale come solo un classico può essere.

Patroclo, dice, Patroclo. Patroclo. Ancora e ancora, e alla fine il nome diventa soltanto suono. […] Ma dovrebbe lasciarmi andare. E non può farlo. Mi tiene così stretto che riesco a sentire il debole battito del suo petto, come le ali di una falena. Un’eco, l’ultimo brandello di spirito ancora imbrigliato al mio corpo. Un tormento.

 

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