La banalità del male e l’amicizia secondo Hannah Arendt

Quali sono le radici del male? Cosa porta l’uomo a pensare di poter ucciderne un altro, o di sterminare tutta la sua “razza”? Quali sono le cause profonde dei gesti più scellerati della storia? E di tutte le atrocità che in realtà si compiono di continuo, anche adesso?

Hannah Arendt in 1944. Portrait by photographer Fred Stein (1909-1967) who emigrated 1933 from Nazi Germany to France and finally to the USA.

Un pensatrice illuminante come Hannah Arendt ha provato a dare una risposta che non va a scavare nelle pieghe del totalitarismo (come ne Le origini del totalitarismo), ma piuttosto nelle ragioni di quei singoli che hanno permesso tutto ciò che accadde. Lo fece quando, come reporter per il New Yorker, seguì il caso del nazista Eichmann, arrestato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Nel 1961 si svolse a Gerusalemme uno dei processi più importanti della storia: il mondo democratico liberale contro l’ex colonnello delle SS.

“Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”, scriverà la Arendt tra lo stupore e la rabbia, scatenando una serie di reazioni contrariate e fraintendimenti. Ciò che voleva dire la Arendt assume un senso che si comprende con un concetto: la banalità del male.

Ci si aspetta sempre che ci siano due tipi di uomini: i buoni e i cattivi, probabilmente in una costante disputa interiore tra questi due poli. Naturalmente è questa una visione semplicistica e irreale. Allo stesso modo, nel momento in cui si commette l’innominabile, l’impensabile, si è portati a pensare subito a una devianza, una psicosi, un raptus. “Sarà stato un pazzo”, si dice spesso di un assassino. Ma anche questo giudizio sarebbe fuorviante.

Eichmann era solo un tassello del grande quadro nero del nazismo, eppure egli non ha mai ammesso le sue colpe. Era semplicemente un funzionario che svolgeva il suo compito, forse sperando in un avanzamento di carriera, senza porsi alcuna domanda. Faceva il suo mestiere come se fosse stato un netturbino, un bancario, un fruttivendolo. La Arendt si è trovata dinanzi un uomo del tutto normale, non un mostro come ci si sarebbe aspettati (magari con sollievo):se fosse facile individuare i mostri, gli assassini, tutti potrebbero dormire sonni più tranquilli. Invece il male non nasce necessariamente dallo squilibrio e dalla devianza. Da cosa, allora? Secondo Hannah Arendt nasce dal non pensare.

Le radici del male: il non pensiero

Il male cresce lì dove trova un ospite pronto ad abbracciarlo, e non per la propria indole, neanche per le proprie convinzioni, ma perché ciecamente sottomesso alle regole altrui che non mette in discussione. Gli individui che permettono il proliferare del male, di un male grande tanto quanto l’atrocità di un genocidio, sono passivi e rifiutano ciò che li rende persone, l’essenza dell’umanità: il pensiero.

Gli imputati nazisti, anche quelli del processo di Norimberga, si sono sempre discolpati perché realmente convinti di non essere criminali né tanto meno implicati. Perchè? Perchè l’astensione dal pensiero deresponsabilizza.

Abbiamo accennato alle radici del male, ma la Arendt in realtà ritiene che esso non abbia radici, perché non riesce ad attecchire quanto il bene, che invece è radicale perchè si lega al pensiero, alla memoria, all’immaginario. Il bene è la ricerca di senso attraverso il dialogo con l’altro, è il continuo e costante confronto, quello che permette di giustificare le proprie azioni. Cosa si cui, evidentemente, Eichamnn, come tanti altri, era incapace.

Il pensiero della filosofa sull’amicizia, di spunto per nuove discussioni, si trova riassunto in un libriccino, “L’umanità in tempi bui. Riflessione su Lessing”, breve ma significativo. La Arendt ribadisce che l’amicizia, ciò che lega tutti gli esseri umani, non può intendersi come un fenomeno privato come lo recepiamo noi oggi.

“Per i Greci l’essenza dell’amicizia consisteva nel discorso. Essi sostenevano che solo un costante scambio di parole poteva unire i cittadini in una polis […] Chiamavano filantropia questa umanità che si realizza nel dialogo dell’amicizia, poiché essa si manifesta nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini. Oggi siamo abituati a vedere nell’amico solo un fenomeno di intimità, in cui gli amici aprono la loro anima senza tener conto del mondo e delle sue esigenze”.

Ma ciò che serve in quelli che la Arendt definisce tempi bui è l’amicizia nella sua accezione politica, perché “produce una scintilla di umanità in un mondo divenuto inumano”, e soprattutto “dal sé fare spazio all’altro, con il proprio concreto esistere intraprendere il viaggio politico e pubblico verso la diversità in me e fuori di me, accettando il cambiamento di ciascuno che ne deriverà”.

Perché Eichamn ha compiuto il male, senza neanche rendersene conto? Perché la sua vita era tendente alla chiusura verso il mondo, mentre il metodo unico e solo perché facoltà di pensiero e azione coincidano è il dialogo tra uomini, che porta a una maggiore comprensione e dunque a un’apertura al mondo.

Eichaman al processo: https://www.youtube.com/watch?v=oi4ZXU_vh2M

Discorso finale del film La banalità del male di Margarethe von Trotta: https://www.youtube.com/watch?v=PEFP73paZ-I