Khalat di Giulia Pex, edito Hoppipolla

Giulia Pex ci propone al suo esordio una graphic novel, Khalat, tratta da un racconto di Davide Coltri. La storia (vera) è quella di una donna siriana la cui vita sembra essere uguale a quella di chiunque altro. Ha una famiglia, studia, ha dei sogni nel cassetto. Una cotta per il professore di francese e il desiderio giovanile di scoprire ancora tutto ciò che ci può riservare il futuro. Eppure Khalat ha una colpa che grava sulle sue spalle, che le impedisce di vivere la sua vita normalmente, che le fa perdere affetti e tranquillità, e infine le speranze: la sua colpa è di essere curda.

Noi curdi sopravvivevamo in silenzio o nelle parole sussurrate tra le pareti sottili delle nostre case. Per i maestri di scuola, per gli impiegati dell’anagrafe, per lo Stato e tutti gli altri la nostra lingua invece non esisteva. Proprio come non saremmo dovuti esistere noi.

Khalat assiste a sparizioni, a una crescente tensione in città tanto da dover tornare da Damasco e poi fuggire con la sua famiglia spostandosi in vari campi profughi. Inizia la corsa per salvarsi la pelle.

Khalat_Giulia Pex
Khalat


La storia è in realtà molto semplice, senza particolari intrecci narrativi. Ma è proprio nella “normalità” di questa storia che Giulia Pex disegna l’orrore: lasciare la propria terra, il timore di essere inseguiti, uccisi, torturati; il rifiuto di ogni altra nazione di aiutare, di accogliere; i viaggi interminabili nella logorante attesa, l’immobilità del tempo, i ricordi che sembrano così lontani.

Ho adorato i disegni della Pex, che mi ha autografato personalmente la graphic novel al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ho pensato, una volta finita la lettura, che fosse una storia scontata, ma ho anche compreso l’intento dietro l’opera: di scontato, nell’emigrazione forzata, nella fuga di chi è perseguitato, non c’è proprio niente. Khalat è esattamente una donna come tante, non è speciale, non ha grosse pretese se non vivere la sua vita come tutti. Nella libertà di scegliere, con i propri cari. Il punto è che lei non può farlo, ed è questo il perno del racconto: che ne abbiate sentite già tante di queste storie, non conta, perché non saranno mai abbastanza, e dare voce a queste vite distrutte non sarà mai sufficiente.

Khalat non aveva scelta. Perchè?

Il Kurdistan fantasma

Ma il Kurdistan, esiste? La risposta è no. Per Kurdistan si intende un’area molto vasta abitata dalla popolazione di etnia curda che è però divisa tra Turchia, Iraq ,Siria ed Iran. Parliamo di circa 30 milioni di persone senza patria e senza gloria, il cui sogno di uno Stato indipendente, il cosiddetto Kurdistan, non si è mai realizzato.
Emarginati, repressi e perseguitati dai governi, in ogni nazione lottano subendo violenze di ogni tipo e incarcerazioni. In Turchia il Partito dei Lavoratori del Kurdistan combatte ancora, per quanto invano, mentre in Iraq si è giunti, dopo una repressione durissima durante il regime di Saddam Hussein, alla creazione della regione autonoma del Kurdistan iracheno, che vive di petrolio e tensioni politiche interne.

Eppure parliamo di un numero di morti tale che si definisce genocidio.

Per questo motivo Khalat è una storia importante, una storia a mio avviso troppo scarna in cui non c’è alcun lieto fine, a ben vedere. In cui a perdere è l’umanità intera.

Migliore la pubblicità del contenuto, ma non per questo condannabile.

Khalat
Sono Marianna, scrivo cose, a caso?, per caso. Sono una (s)content creator, ho paura delle balene, ho sempre nostalgia di Parigi e mi diverto immaginando nomi da dare a un cane che ancora non ho. Ogni tanto soffro di logorrea, non ho tempo di scrivere ma mi narro storie nella testa. Vivo con personaggi che non esistono, ma non sono pazza, non troppo, giuro.
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